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World Wide Right: Internet come diritto tra digital divide e net neutrality.

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Di Marco Sassaro.

Anni fa ben poche persone avrebbero potuto prevedere cosa avrebbe comportato la rivoluzione informatica.

Persino il pluripremiato “Neuromante” (1984) di William Gibson (che pure ottenne i riconoscimenti più ambiti per la fantascienza: i premi Nebula, Hugo e Philip K. Dick) con il suo innovativo “cyberspazio” non riuscì a divinare quello che oggi è la rete.

“Neuromante” vede il futuro come rapporto istantaneo, senza fili e incarnato tra umano e macchina. In un mondo parassitato da una grande quantità di fantasiose tecnologie, il virtuale è il modo che ha il protagonista di interagire e controllare queste strutture e poco più. Ma forse ciò che a Gibson sfuggì fu che il futuro sarebbe stato anche un rapporto istantaneo, senza fili e incarnato tra umano e umano.

E’ un futuro nel quale la comunicazione e l’informazione passa da persona a persona via etere, e via etere avvengono sempre più dimensioni di socialità pubblica e privata.

E’proprio in virtù di questo aspetto della rivoluzione digitale che internet pone non poche problematiche riguardo al mondo dei diritti civili.

Dalla qualità di informazione che abbiamo dipende la nostra possibilità di agire consciamente all’interno della società, di conoscere la nostra posizione al suo interno e quindi di essere cittadini attivi in una democrazia sana.

Accedere alle informazioni presenti in internet significa potersi rendere conto della propria situazione, di ciò che accade nella nostra società e delle nostre possibilità di azione. Facoltà fondamentali per un cittadino di una democrazia moderna, che però non sempre sono a disposizione di tutti. Si parla di “digital divide” per descrivere questa ineguaglianza: alcuni gruppi sociali potrebbero non avere accesso al potere emancipatorio della rete a causa di problemi come la povertà, l’analfabetismo informatico e la presenza delle infrastrutture necessarie; nei paesi occidentali esistono intere generazioni che, incapaci di tenere il passo con la digitalizzazione del proprio mondo, non riescono più ad interfacciarsi al meglio con una società che usa mezzi comunicativi sempre più fuori dalla loro portata. Quante nonne conosciamo che cercano ricette per la torta di mele su google? Quante che fanno chiamate skype? Quante che seguono le notizie sul web?

Senza disturbare le mamme delle mamme, si pensi alla differenza tra le infrastrutture dei paesi occidentali e quelle dei paesi in via di sviluppo; pare evidente che i cittadini di molti paesi mancano dei mezzi necessari per essere partecipi di un mondo contemporaneo.

world-wide-right_-percentuali-utenti-internetAllo stesso modo la censura di internet è un altro argomento scottante: essa riguarda il diritto dell’individuo ad un’informazione imparziale e completa e soprattutto indipendente dallo stato. Se confrontiamo la liberalità della nostra rete con quella di paesi come la Cina, la Russia o addirittura il Nord Corea è rassicurante constatare che l’europa concepisce almeno in parte internet come bene pubblico.

Eppure anche l’occidente è chiamato a difendere la neutralità del proprio accesso ad internet. Recentemente il dibattito statunitense si è orientato intorno al concetto di “net neutrality”: il principio secondo il quale i provider della connessione di rete non possono favorire o rallentare la velocità dei dati in maniera arbitraria. Ciò significa che l’azienda di telecomunicazioni che offre l’accesso al world wide web non ha la facoltà di decidere quali siti o dati sono effettivamente reperibili dall’utente.

Secondo un antiquato modo di pensare, la connessione è un bene tra i tanti e il provider è in pieno diritto di gestire la propria offerta di questa merce nella maniera che preferisce. Si potrebbe dire una cosa simile dell’accesso a internet in generale: dopotutto esso pare una comodità, un surplus, un acquisto secondario ben lontano dall’essere una necessità del cittadino. Si tratta però di discorsi che appartengono ad un tempo in cui internet non era quello che è. Discorsi da Neuromante in cui il cyberspazio non è che un mezzo per controllare tecnologie dopotutto superflue.

La realtà è che è necessario cambiare il modo in cui si pensa alla rete: essa è un luogo pubblico, un campo franco, un giardino etereo in cui ognuno di noi può essere l’Epicuro del proprio Blog.

Fonti: “Bridging the Digital Divide” Jim Devier at TEDxGreenville; Healing the Digital Divide Cynthia Owyoung at TEDxUCdavisSF; “The Internet of Civil Rights: the new Digital Divide” Brigitte Daniel at TEDxPhiladelphia; “Net Neutrality Explained” Wall Street Journal.

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