Violenza di genere

Violenza online

Di Alessia Sorgato.

Il crimine si aggiorna e il codice penale arranca ad inseguirlo.

In una società, come la nostra, ormai dominata dalla tecnologia, la “facilitazione” che i nuovi mezzi consentono – alle informazioni, a circolarizzarle, ad accedervi – si trasforma spesso in una gogna.

Se nel 1930, anno di pubblicazione del codice Rocco, non si poteva prevedere il delitto informatico, oggi che quasi tutti i reati possono essere commessi anche online il legislatore tarda ad adeguarsi.

Spetta al giurista, ma spetta soprattutto al cittadino, imporre che in Parlamento si rendano conto di cosa possiamo vivere noi, nell’esistenza di tutti i giorni.

Questi sono gli anni dell’odio online. Il tema è attualissimo, rimbalza tra i fatti di cronaca, tocca vulnerabilità a cui noi tutti siamo esposti. La sala della Casa dei Diritti di Milano era gremita lo scorso 17 novembre quando se ne è conversato con due ospiti di eccellenza.

Da quando a tutti è stato consegnato il mezzo di informazione oggi primario – un telefonino connesso in rete – nessuno si è più tirato indietro dall’esprimere la propria opinione, diffondere materiali, giudicare o criticare altri. Ma c’è chi – e sono tantissimi – coperto dall’anonimato che il web consente e di fatto incolume da qualsiasi sanzione, ha trasceso, ha umiliato, ha fatto soffrire. Ha portato al suicidio.

Gli hate speech – ossia le manifestazioni di odio  –  hanno avuto in origine sostanzialmente quattro matrici: la politica, la religione, la razza e la discriminazione sessuale ([1]).

Oggi è il revenge porn ([2]), e tutte le sue manifestazioni, ad imperare in certi gruppi segreti, affollatissimi di followers, caratterizzati da una massiccia presenza di donne e di minorenni, ossia di chi in teoria apparirebbe vulnerabile ed invece si rivela atrocemente violento.

La cronaca ha reso tristemente famoso il fenomeno all’indomani del suicidio di una donna che il sistema – giudiziario ed investigativo – non ha saputo proteggere. Quasi a dire che se ci si mette in certe situazioni scabrose, non ci si deve lamentare se poi scappano di mano.

Ma vi sono altri casi di persone, note e anonime, che la rete ha messo al centro di campagne diffamatorie, svilenti e persecutorie, cercando di indurle al silenzio e rovinare loro l’esistenza.

Si chiama cyberstalking. Pedinamenti digitali e fisici, ricerca di dettagli sulla vita privata, pubblicazioni di notizie tanto false quanto diffamatorie. Un accerchiamento costante, preoccupante, che costringe a modificare molti aspetti della quotidianità del bersaglio.

Ma come l’araba fenice, i gruppi segreti di Facebook come vengono chiusi così riaprono, più forti ed affollati che mai, e si dedicano a bomberismo, pull a pig, revenge porn (appunto).

In Italia non esiste una norma specifica che punisca questi flussi, spesso inarrestabili, di manifestazioni di sprezzo, dileggio, offesa, nei quali una persona può ritrovarsi a perdere non solo la reputazione ma addirittura la forza di sopravvivervi.

Vi è un progetto di legge per introdurre il reato di Diffusione di immagini e video sessualmente espliciti, che dovrebbe punirlo con la pena da uno a tre anni ([3]), ma è fermo da circa un anno.

Oggi comunque puniamo la pubblicazione di materiali osè (a volte non genuini ma tratti da film o riviste pornografiche e attribuiti falsamente ad una persona in carne ed ossa, “rea” di avere una somiglianza con la professionista invece ritratta realmente) piuttosto che l’assalto di massa ed il bombardamento minatorio o comunque di odio, ad altro titolo: diffamazione e minaccia aggravata, cyberstalking, violenza privata e così via.

Abbiamo bisogno di giurisprudenza, perché se la politica spesso sonnecchia su certi temi sociali, la pressione dell’opinione pubblica può essere altissima. Per cui nessuno esiti: se viene bersagliato da manifestazioni di odio online, non soccomba, non si ammali, non si disperi: vada alla polizia postale e denunci.

Perché odiare è certamente più facile che amare: non comporta impegno né sacrificio né, si pensa, alcuna responsabilità. Se cominciamo invece a dimostrare che può avere un peso almeno a livello di fedina penale, allora forse cambieremo questa mentalità e ridurremo questi inaccettabili attacchi.

[1] A livello comunitario, pur non richiedendo che gli Stati vietino l’hate speech, la Corte Europea dei diritti dell’uomo li ha per lungo tempo esclusi dalla protezione della libertà di manifestazione del pensiero prevista dall’art. 10. Tuttavia non ne ha mai fornito una definizione precisa né ha mai distinto chiaramente tra incitamento all’odio e offesa. Sul fronte americano, invece, dove quella libertà ha radici storiche e culturali molto diverse, le legislazioni locali sono in procinto di limitare a loro volta quel diritto. La Corte Suprema, ad ogni modo, sostiene il principio per cui esso possa essere limitato solo in casi di estrema necessità, quando sussista un clear and present danger. Da G. Ziccardi, L’odio online. Violenza verbale e ossessioni in rete. Raffaello Cortina Editore, 2016, pag. 41 – 42

[2] Di revenge porn ho parlato spesso nei miei articoli per gli Intrusi: basti qui ricordare che per esso si intende la pubblicazione di materiali video o fotografici, a contenuto erotico, a scopo vendicativo. Ci torneremo tra poco per un cenno di aggiornamento.

[3] Proposta di legge a firma della sen. Sandra Savino: “Dopo l’articolo 612 bis del codice penale è inserito il seguente articolo 612 ter. Diffusione di immagini e video sessualmente espliciti. E’ punito con la reclusione da uno a tre ani chiunque pubblica nella rete internet, senza l’espresso consenso delle persone interessate, immagini o video privati, comunque acquisiti o detenuti, realizzati in circostanze intime e contenenti dati sensibili, con l’intento di causare un danno morale alla persona interessata. La pena è aumentata della metà se il fatto è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa.

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