Violenza di genere

Togliersi la vita a causa del bullismo: il caso di Amanda Todd

A cura di Cristina Varotti

 

Il bullismo non è un rito di passaggio, il bullismo deve fermarsi.

Il Premier britannico Christy Clark pronuncia queste parole dopo uno dei tanti suicidi dovuti ad atti di bullismo.

È il caso di Amanda Todd, studentessa di 16 anni trovata impiccata nella cameretta di casa sua a Port Coquitlam, cinque settimane dopo aver caricato su YouTube un video in cui denuncia gli anni di bullismo che l’hanno portata dall’alcool alla droga, fino alla morte.

Chi era Amanda?

Amanda nasce nel 1996 a Port Coquitlam, in Canada. È una ragazza solare, ama la vita e l’abbraccia in ogni sua sfumatura. Ama un po’ meno sé stessa: come ogni adolescente, infatti, fa fatica a piacersi, cercando così conferme in chi non conosce, in chi forse avrebbe dovuto aiutarla.

Sceglie come metodo le video-chat e commette l’errore che farà cadere ogni singola pedina, che farà cadere anche lei stessa. Proprio in questo mondo di sconosciuti viene agganciata da un adulto, all’apparenza gentile e molto sensibile. I due parlano, scherzano, fino a che lui non le chiede di mostrarsi a seno nudo. Amanda non vuole, ma alla fine si convince ad assecondarlo.

Quell’uomo però aveva un solo scopo: fare uno screenshot di quel video e utilizzarlo per ricattarla. Vuole farle vivere un incubo dal quale Amanda, come tante altre ragazze, non si sveglierà più.

Quello del capping è un fenomeno molto diffuso nelle video-chat di adolescenti, chat popolate da predatori e da vittime. Da un lato ci sono bulli e pedofili, come “l’amico” di Amanda, che non aspettano altro che una vittima fragile da manipolare. Dall’altro le prede, adolescenti insicure di se stesse, ragazze fragili e sole che cercano solo conferme e calore da qualcuno.

Senza via d’uscita

Amanda fa parte di queste vittime, è spaventata. Quell’uomo, infatti, conosce ogni singolo dettaglio della sua vita: il suo indirizzo, i suoi amici, la sua famiglia. La persecuzione è solo all’inizio.

All’alba del Natale successivo, la polizia bussa a casa di Amanda alle 4:00 del mattino, informando la famiglia che una foto della figlia in topless sta circolando online.

Amanda cade nel buio, iniziando a manifestare ansia e depressione acuta. La sua famiglia cerca di aiutarla, trasferendosi; pensano che cambiando città la figlia possa star meglio, sperano in qualche modo che possa tornare a vivere una vita felice. Ma Amanda inizia a fare uso di alcool e droghe, con pesanti attacchi di ansia, senza alcun miglioramento.

Un anno dopo il ricattatore decide di peggiorare ulteriormente le cose, perché purtroppo la cattiveria non ha mai fine. Crea un falso profilo Facebook di Amanda, usando la sua fotografia in topless, facendo scoprire la vicenda ai nuovi compagni di classe, nella sua nuova scuola.

Amanda è sempre più sola, presa di mira da chiunque. In questo squallore solo un vecchio compagno di classe si fa vivo per mostrarle affetto e comprensione. Pensa di piacergli, pensa che forse qualche persona umana ci sia ancora e decide di fidarsi. Al cuor non si comanda, e Amanda se ne innamora.

Il ragazzo le propone di avere rapporti sessuali mentre la fidanzata si trova in vacanza, ed Amanda accetta, non sa che cosa l’aspetterà.

Dalle reti ai cortili di scuola

La settimana successiva, lui, la sua ragazza e un gruppo di 15 ragazzi l’aggrediscono all’uscita dalla scuola; la insultano e la picchiano ripetutamente. Nessuno interviene ma tutti filmano. Amanda tenta il suicidio ingerendo candeggina, ma viene salvata grazie all’intervento tempestivo dei soccorsi.

Al ritorno a casa Amanda legge su Facebook commenti offensivi sul suo tentativo di suicidio. La sua famiglia si trasferisce nuovamente in un’altra città, ancora senza risultati.

Sei mesi più tardi ulteriori messaggi offensivi vengono pubblicati sui social network. Le persone postano foto di candeggina e di ammoniaca, incitando Amanda al suicidio, perché l’unione fa sempre la forza, anche nei casi in cui non dovrebbe essere così.

Amanda peggiora, cade nella spirale dell’autolesionismo. Nonostante prenda antidepressivi e consulti uno psicologo, ha un’overdose di medicinali e trascorre due giorni in ospedale.

Non ho nessuno, ho bisogno di qualcuno. Mi chiamo Amanda Todd

Il 7 settembre 2012 Amanda pubblica il video intitolato My story: Struggling, bullying, suicide, self harm. Amanda non parla, ma mostra dei fogli che raccontano tutta la sua storia. Dal cyberbullismo al bullismo reale, dall’autolesionismo ai tentativi di suicidio: sono ancora qui, non ho nessuno, ho bisogno di qualcuno. Mi chiamo Amanda Todd.

Il 10 ottobre, cinque settimane dopo la pubblicazione del video, Amanda non ha più ragioni per continuare la sua vita. I genitori la troveranno alle 6 del mattino, a 16 anni, impiccata.

Dopo Amanda

Grazie alla polizia olandese un uomo di nome Aydin Coban è stato condannato per aggressione sessuale, frode e ricatto via Internet. Tra i capi d’accusa ce ne sono cinque relativi al caso di Amanda Todd, considerata una delle sue vittime.

Carol Todd, una madre che ha perso il regalo più grande che la vita possa fare, ha ringraziato la polizia, ma ha precisato che i persecutori di sua figlia sono molti di più e sono tutti liberi.

Non aver paura a chiedere aiuto

Il bullismo rappresenta un problema ingente nella società d’oggi, ma non dobbiamo permettergli di schiacciarci, di lasciarci convincere da ciò che ci viene detto o scritto.

Se doveste trovarvi in una situazione del genere o doveste conoscere persone soggette ad atti di bullismo, esiste uno sportello multimediale dedicato a tutte le persone che si sentono discriminate a causa di: orientamento sessuale, identità di genere, origine etnica o religiosa, nel mondo reale come in quello virtuale. Lo sportello è consultabile al sito www.aiutoantidiscriminazione.net; per ogni richiesta d’aiuto ci saranno volontari, psicologi ed avvocati pronti ad ascoltare. Inoltre, è possibile chiamare anche il numero +800 768 049.

È sempre facile prendersela con i più deboli, ma se domani il debole fossi proprio tu?

FONTI

www.youtube.com

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