Attualità

Su Roberto Spada si è puntato l’obiettivo sbagliato

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Di Chiara Palumbo.
Una testata che rompe il setto nasale a un cronista colpevole di aver infastidito il suo aggressore. È successo a  Ostia, fino a non molto tempo fa per molti nulla più di un nome. Una località sbrigativamente designata la spiaggia di Roma: una descrizione che faceva immaginare una frazione qualunque, brulicante d’estate e sonnolenta d’inverno. Poi è arrivata la letteratura e l’arte. É arrivata Suburra. Il romanzo di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo prima, il film di Sergio Sollima poi e infine la serie Netflix. Il racconto ha fatto della frazione del litorale romano la sede di uno dei – ormai numerosi – prodotti per la tv sulla piccola e grande malavita ramificata nei piccoli centri che sempre più piace ai telespettatori. Un adrenalinico racconto di violenza e malaffare impastato di romanesco di cui il pestaggio di cui sopra potrebbe essere efficace fotogramma. Una storia perfetta per gli amanti del genere. Poi improvvisamente, qualcuno si è accorto che non era solo letteratura. Il comune è stato sciolto per mafia. I suggestivi soprannomi davanti alle telecamere hanno preso corpo in nomi e cognomi. Dei secondi, uno soprattutto. Spada, il nome di un clan. Balzato agli onori delle cronache alcuni giorni fa, quando due inviati del programma televisivo Nemo sono andati a cercare l’esponente di spicco, Roberto, per chiedergli come mai proprio a Ostia Casa Pound, movimento di estrema destra, abbia ottenuto il dieci per cento dei voti alle re centi consultazioni. Stando alla ricostruzione dello stesso Spada su Facebook, la richiesta di Daniele Piervincenzi sarebbe avvenuta “insistendo per ore” dopo ripetuti dinieghi “entrando in una associazione per soli soci e spaventando mio figlio”. Così, ciò che il cronista ha ottenuto è stata l’aggressione, di essere inseguito e nuovamente colpito con quello che appare un manganello mentre il collega Edoardo Anselmi riprendeva tutto ciò che gli era possibile e per difendere la telecamera rimediava un trauma cranico. Fino a qui, la vicenda potrebbe sollevare un’interessante riflessione su quale sia il confine del diritto di cronaca, e i rischi del mestiere di giornalista. Se i famigliari di Spada – e non solo – si sono affrettati a difenderlo, derubricando la vicenda alla scomposta reazione di un uomo esasperato da domande insistenti, di avviso opposto le associazioni di giornalisti. La Federazione nazionale della stampa ha infatti indetto  una manifestazione di protesta, vedendo nella reazione di Spada non solo un atto violento contro due cronisti, “ma  anche un’aggressione all’articolo 21 della Costituzione e al diritto dei cittadini ad essere informati”. Il confine tra le due posizioni si situa probabilmente nell’uso della violenza, che infatti ha spinto anche CasaPound e Fratelli d’Italia, partiti accanto ai quali Roberto Spada si era schierato apertamente, a disconoscere la sua vicinanza e a rifiutare – almeno formalmente – i voti che il suo appoggio avrebbe portato.

Ancora più interessante è però notare che la vicenda non si è chiusa qui.

spada_fi_nemo-jpgLa polemica si è infatti infervorata e, quasi contemporaneamente, Spada è stato arrestato. Un provvedimento insolito, sul piano legale. Le lesioni, cui i medici hanno attribuito trenta giorni di prognosi, non avrebbero giustificato una scelta simile. La carcerazione è infatti prevista solo per reati che prevedono pene di diversi anni. Non è il caso delle lesioni. Inoltre, Piervincenzi ha presentato denuncia solo 24 ore dopo: veniva così a mancare la flagranza di reato. L’opinione pubblica si è così spaccata di nuovo: tra chi contestava come troppo morbide le leggi vigenti, e chi giudicava l’arresto una scelta abnorme, quasi un risarcimento alla vasta eco mediatica della vicenda, che ha visto una categoria professionale compattarsi e rivendicare gli strumenti del proprio mestiere. Persino Piervincenzi si è detto contrario all’arresto, leggendoci: “Un po’ di ipocrisia: è stato arrestato perché ha aggredito un giornalista, ma lì si spaccano nasi tutti i giorni”. Un’affermazione fondamentale, che chiama a riflettere sul reale punto nodale della questione. Leggere questa vicenda soltanto come uno scontro fra cronista e intervistato rischia di stringere lo sguardo, nascondendo un elemento che si fa invece centrale. È coerente che professionisti e cittadini chiedano sicurezza rispetto agli atti di violenza, quanto sul piano legale sarebbe anche difficilmente opinabile, che piaccia o meno, l’assenza degli estremi dell’arresto per il gesto in sé. Occorre per questo concentrarsi sulle carte firmate dal giudice romano che ha voluto Roberto Spada rinchiuso nel carcere di Regina Coeli. Scrive infatti che questo gesto brutale è stato compiuto “per documentare la propria forza e capacità di intimidazione”, e approfittare della presenza di testimoni, di un luogo pubblico e della ripresa di un programma nazionale, per dare forza ed efficacia al proprio potere in un territorio caratterizzato da uno stato di assoggettamento e da garanzia di impunità”. Ecco il punto: non si tratta di diritto di cronaca, o di tutela legale. La vicenda va letta nel contesto di un “metodo mafioso”. E non devono stupire, in questo contesto, le interviste raccolte nei giorni seguenti, in cui gli abitanti del quartiere ribadivano di “non aver mai sentito parlare di Mafia a Ostia, mentre il cugino di Spada ribadiva che: “qui la mafia non esiste”. Basta spostarsi nella Palermo di un paio di decenni fa, o nella Buccinasco di oggi, vale a dire i luoghi dove la mafia esiste e la storia la ha tramandata, per ritrovare le stesse identiche frasi. La spia più vistosa del potere reale che i sistemi mafiosi hanno oggi come allora. Spada, secondo l’Antimafia, è un “soggetto che può dare ordini”, e con la platealità del suo gesto ha ristabilito il proprio potere. Uno stato di fatto che chiama a interrogarsi sul ritardo con cui l’opinione pubblica se ne è accorta. Dopo l’aggressione, l’operazione “Sub Urbe” ha portato in carcere dieci esponenti del clan. Eppure solo adesso dagli incartamenti emerge che si è a conoscenza da anni del sistema che di fatto governa la città di Ostia e si ramifica fino nella capitale. É in questo silenzio che le mafie proliferano. E anche la domanda di Piervincenzi sulla notevole fiducia data a CasaPound trova una sua risposta. La danno le parole del cugino di Spada, il pugile ex campione del mondo Domenico Spada, che a La Zanzara spiega: ”CasaPound?” Mi sembra che a Ostia lavorano per il popolo, fanno un sacco di beneficenza, fanno i pacchi per le feste, fanno il bene del popolo”. Anche in concomitanza del voto, esponenti di CasaPound avevano fatto avere numerose buste di spesa agli abitanti del paese. Quanta è la differenza da quello che altrove si chiamerebbe voto di scambio? Per questo gli Spada puntano su CasaPound: insieme stanno subentrando dove lo Stato manca. È questo il diritto che i cittadini tutti dovrebbero vedere salvaguardato. Non restare soli.

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