alienazione parentale

Sindrome di alienazione parentale

Pubblicato il Pubblicato in Diritto alla Genitorialità

di Alessia Sorgato.

sindrome-di-alienazione-genitorialeDalla cronaca al diritto il passo è spesso lungo e arduo: tra i due aspetti – la nostra realtà quotidiana ed i precetti di legge che la governano – spesso esistono distanze concettuali non immediatamente comprensibili a chi non mastica norme. Lo scopo di certe pubblicazioni (e questo blog ne fa parte) è quello di contribuire a rendere certi precetti più chiari e quindi più condivisi.

Di P.a.s. si parla, a tratti, in vari ambiti – medico, sociologico, psichiatrico – e con alterne fortune: il dottor Richard Gardner che, già nel 1985, ha coniato l’acronimo traendolo dai suoi studi sulla Parental Alienation Syndrome, non è mai riuscito a farla rientrare nel DSM (Manuale diagnostico e statistico delle malattie mentali) né nell’ICD (Classificazione internazionale delle malattie) e questa assenza contribuisce non poco alla confusione in cui si versa quando si tratta questo argomento a livello giuridico.

Cominciando a chiarire cosa la PAS è (almeno nella concezione del suo “ideatore”), la si indica quale sindrome composta di due fattori: l’indottrinamento del bambino condotto da un genitore contro l’altro e l’allineamento del piccolo dalla parte del genitore alienante. Le due componenti devono coesistere: non basta che l’adulto compia anche un grave “lavaggio del cervello”, condizionante e programmante, ma è necessario che il figlio vi partecipi al punto da convincersi lui stesso dell’opportunità di rifiutare ed estirpare dalla propria vita la figura del genitore alienato.

Questa situazione è evidentemente illegittima laddove non esistano motivazioni concrete e fondate per considerare lecito, o quanto meno giustificato, questo rifiuto da parte del minore il che può, invece, verificarsi in situazioni di abuso o maltrattamenti patiti, o anche solo assistiti quando commessi in danno dell’altro genitore.

Spetta al giudice condurre adeguate indagini per distinguere questa situazione, a cui consegue la sospensione (di solito temporanea) dei diritti di visita oppure l’adozione di cautele – a protezione del minore – quali il coinvolgimento dei servizi sociali e, normalmente, l’organizzazione degli incontri presso lo Spazio Neutro, alla presenza di adulti tutelanti come psicologhe ed educatori.

A questo punto bisogna però segnalare una differenza importante: una situazione di estraniamento, per cui il figlio rifiuta pervicacemente ogni rapporto con uno dei due genitori, gli manca di rispetto, riferisce di violenze o maleducazioni nei suoi riguardi, può giungere all’attenzione di due giudici diversi: quello civile, se si verte in tema di separazione o divorzio (o modifiche delle loro condizioni); quello penale, se il genitore “alienato” incolpa l’ex coniuge/partner di aver condizionato il ragazzino al punto da far sì che si inventi falsi ricordi.

Ecco, è bene sapere che in questo secondo caso in Italia, per il alienazione parentalemomento, manca la norma specifica che si occupi di questa ipotesi: il reato di Abuso delle relazioni famigliari o di affido (che ha sollevato un vespaio di polemiche) al momento esiste solo in una proposta di legge, per cui nessuno può essere – al momento – perseguito e/o punito in base a quella, perché non è ancora efficace (e forse non lo sarà mai).

Come ho avuto modo di spiegare in altri articoli, infatti, nel nostro ordinamento vige il principio detto <di specialità>: se un determinato comportamento non è previsto dalla legge come reato, chi ne viene accusato deve essere assolto, a meno che non esista una norma che – pur non chiamandolo in quel determinato modo – comunque lo preveda e lo punisca.

Così è (lo abbiamo visto qualche numero fa) per le molestie sessuali, il mobbing (di cui ci occuperemo) ed anche per la Pas che oggi viene trattata nelle aule penali sotto tre aspetti, già sanzionati dal codice: maltrattamenti, sottrazione di minore ed elusione dell’ordine del giudice (rispettivamente articoli 572, 574 e 388 del codice penale).

La Cassazione italiana, cionondimeno, si è già trovata di fronte a casi di alienazione parentale, in cui ha individuato quei comportamenti (anche semplicemente omissivi) che frustrano le “legittime pretese altrui in tema di affidamento dei minori” ed è giunta a considerare reato quella ”condotta del genitore affidatario il quale, esternando il figlio un atteggiamento di rifiuto a proposito degli incontri con il genitore separato, non si attivi affinché il minore maturi un atteggiamento psicologico favorevole allo sviluppo di un equilibrato rapporto con l’altro genitore, e ciò anche se l’atteggiamento di rifiuto del minore dipende dalla forte conflittualità espressa dal genitore affidatario nei confronti del coniuge” (Cass. n. 37118 del 10.6.2004).

Quindi se l’adulto con cui vive il bambino (detto affidatario o collocatario se l’affido è condiviso) mostra di essere seccato, dispiaciuto o contrariato quando all’altro genitore spetta trascorrere del tempo con il figlio (week end, vacanze, compleanni, ecc., come usualmente viene stabilito nelle condizioni di separazione) e non favorisce gli incontri e lo sviluppo (o il mantenimento) di un rapporto armonico tra minore ed ex-partner, ciò può integrare un reato anche perfino se è il minore stesso a rifiutare di andare agli incontri.

Quindi viene condannato penalmente quel genitore trovato colpevole non soltanto di impedire ai figli di frequentare il genitore presso cui non vivono abitualmente, ma anche di condurli in ritardo agli appuntamenti, assecondarli se non vogliono recarvisi, accampare scuse di malattie ed impedimenti e, infine, evitare di favorire i contatti. Non solo: questi comportamenti, se portati alle estreme conseguenze di recidere completamente i rapporti tra figli e genitore alienato, possono venir puniti anche come sottrazione di minore, con conseguente aumento di pena ( così ha stabilito la Corte di Cassazione, per esempio, con la sentenza n. 8577 del 7 febbraio 2006).

Nella procedura civile, dal canto suo, il giudice che riscontri la responsabilità di un genitore in danno dell’altro provvederà a condannare il primo al risarcimento del danno, oltre a prevedere misure di riavvicinamento a volte anche imperiose (basta pensare a certi episodi che la cronaca ha enfatizzato).

Ma qual è il significato di queste condanne? Perché un comportamento estraniante deve essere punito, a volte anche duramente? Per spiegarlo non userò parole mie, ma quelle di alcuni giudici che mi sono sembrate particolarmente efficaci. “Il minore va inteso come individuo che ha diritti civili e politici nonché opinioni e sentimenti personali – si legge in Tribunale Catania, sezione I, 12 ottobre 2010, n. 2126 – e nel concetto di interesse morale e materiale del minore sta il suo diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori e ricevere da essi cura educazione ed istruzione, nonché a conservare rapporti significativi con gli ascendenti (che sono i nonni, NdA)” e ancora si accenna ad un pieno “diritto alla c.d. bigenitorialità come finalità del provvedimento di affidamento” per cui, siccome il “prevalente interesse del minore costituisce un valore in sé anche rispetto alle rivendicazioni dell’uno o dell’altro genitore” diventa persino “un limite alla stessa volontà comune dei genitori, non essendo tenuto il giudice ad omologare (ovvero a prendere atto, come recita l’art. 155 c.c.) gli accordi dei genitori se contrari all’interesse del minore”.

Credits Immagini: www.pianetamamma.it; www.psicologi-italia.it

 

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