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Separare figli e genitori migranti: come essere pro-family

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di Marco Sassaro

L’ultima (ma solo per poco) controversia dalla Casa Bianca di Trump si è fortunatamente conclusa in maniera più o meno positiva, a quanto pare. La bufera di disapprovazione riguardo a quei bambini reclusi aveva in effetti raggiunto, secondo alcuni, perfino la dolce consorte di The Donald, che aveva deciso di cinguettare un timido tweet di disappunto per la politica messa in atto dal presidente, mentre l’opinione pubblica constatava con mano le conseguenze di una narrativa violenta e xenofobica. Alla fine The Donald ha firmato un executive order che dovrebbe (anche se permangono non poche situazioni di confusione) arrestare le separazioni familiari al confine con il Messico.

Finito (si spera) l’allarme immediato, può essere interessante fare un discorso attorno a un evidente antitesi nelle istanze della presidenza USA. La presidenza di Trump, così come la maggioranza delle forze di conservatori alternativi salite al potere nelle democrazie occidentali, rappresentano spesso un connubio curioso di due volontà che in questo episodio si sono rivelate per quello che sono. Da una parte si ha una focalizzazione sul concetto di famiglia, considerato come il soggetto che dovrebbe essere beneficiario delle varie istanze economiche prodotte dalla politica; la campagna elettorale di Trump era dopotutto diretta verso la classe media: piccoli professionisti, operai e le loro famiglie.

A questi ideali, tuttavia, viene associata una narrativa anti-migrazione di tipo xenofobico e violento; tutto ciò stona, come mostrano le lacrime di questi bambini.

E’ ben noto infatti che migrare potrebbe essere una delle soluzioni per qualunque persona che voglia garantire un futuro migliore ai membri della propria famiglia; un genitore potrebbe attraversare il confine perchè il paese di provenienza offre una scolarizzazione migliore, un migliore sistema sanitario, delle opportunità lavorative in grado di sostenere i costi di mantenere un gruppo familiare.

Insomma, la famiglia è in qualche modo uno dei motori della migrazione, e spesso si ritrova ad essere anche uno dei pochi sistemi di supporto che una persona migrante si ritrova ad avere in terra straniera.

In casi critici come può essere la decisione di emigrare dal proprio paese natìo, queste relazioni intime, stabili e certe diventano assolutamente necessarie per la stabilità emotiva di chiunque, a maggior ragione di un bambino.

A dimostrazione di ciò, uno dei principi fondamentali per la migrazione (in particolare negli stati uniti) è quello dell’unità familiare; le persone che migrano si trovano a fare affidamento sulla propria rete familiare in maniera tale che, in un paese dove il welfare è solo abbozzato come gli Stati Uniti, la famiglia contribuisce in maniera fondamentale e positiva al processo di integrazione, recando benessere e vantaggi economici al paese di arrivo.

Leggendo il Journal on Migration and Human Society, si può benissimo capire come, prima di essere un legame di sangue, la famiglia emerge come fondamentale sistema di aiuto e principale via del sentirsi “a casa” in un mondo non più straniero. Nel discorso pubblico, però, in tutto questo confabulare di migrante tutto ciò viene ignorato; La famiglia è data per scontata, come un a-priori che non deve essere dimostrato. Si parla di essa come “naturale” (spesso in relazione alle persone LGBT), come fondante, come portatrice di tutti i valori dell’occidentalità. In qualche modo la famiglia viene trattata come una base, un tavolino su cui costruire il proprio borghesotto e traballante castello di carte fatto di villetta e giardino con cane; la famiglia è il dato incontrovertibile, che occorre naturalmente e facilmente, mentre tutto il resto è suo aggetto.

Questo modo di intendere è sostanzialmente sbagliato, perché permette scempi come l’isolamento e la detenzione di soggetti del tutto impotenti. E’ necessario capire che la famiglia ha la funzione di supporto, di far sentire una persona immersa in un luogo che le appartiene, di creare una casa in paesi che non conosce. Si tratta di una funzione costruita su sulla base delle relazioni tra persone e come tale è soggetta ai loro capricci, ai loro problemi e alla loro variabilità storica; la famiglia non è una struttura banale, sicura e meccanica che si forma da sola, ma è qualsiasi struttura di supporto che ci faccia sentire a casa. Non è ovvia e va difesa.

 

Credits immagini: gannett-cdn.com e encrypted-tbn0.gstatic.com

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