AttualitàViolenza di genere

Revenge porn e affini: come difendersi. I nuovi strumenti

Di Alessia Sorgato

Sembra inarrestabile la fantasia, inesauribile la creatività di chi, probabilmente frustrato dalla propria vita “reale” e perdente nei suoi ambienti abituali, si prende rivincite meschine in rete, prendendosela con sconosciute/i e creando danni spesso inimmaginabili.

Ma se costanti e pervicaci sono questi individui– che la nota giornalista e web-opinioner Selvaggia Lucarelli ha definito efficacemente <leoni da tastiera> – altrettanto energici vogliamo essere tutti noi che, ciascuno coi propri mezzi, li combattiamo, cerchiamo di stanarli e ci affianchiamo alle vittime.

Non perdo occasione per ricordare qualche cifra: l’Istat ha pubblicato dati ([1]) per cui sono sette milioni le donne italiane che, tra i 16 ed i 70 anni di età, hanno subito una qualche forma di violenza, sia stata essa fisica (colpi, schiaffi, ustioni, lancio di cose, ecc.), psicologica (denigrazioni, forme di controllo, intimidazioni, isolamento), sessuale (hanno compiuto o subito contro la loro volontà atti sessuali, dallo stupro alle molestie). Recentemente abbiamo resa autonoma la quarta categoria (prima ricompresa nella violenza psicologica) riconoscendo alle limitazioni economiche una valenza fortemente oppressiva delle vittime che, se prive di sostentamento, ritardano o evitano di denunciare. Già, perché ancora nel 2018 stimiamo il sommerso in una cifra variabile tra il 93 ed il 96%.

Ma accanto a queste quattro forme di prepotenza e prevaricazioni si sta facendo strada una nuova categoria, figlia dei nostri tempi, dell’evoluzione tecnologica e comunicativa: si chiamano hate speech (o discorsi d’odio online) tutte quelle manifestazioni aggressive, esacerbate, spesso tracimanti in veri e propri reati che affollano social network e mezzi elettronici vari di scambio e informazione. Sono “nati” nelle contestazioni politiche, hanno subito invaso l’argomento religioso, ben presto si sono estesi alla discriminazione di razza e – àmbito che a noi qui più interessa – di genere.

Mentre la Corte Suprema degli Stati Uniti (incredibile auditu, visto che in quegli Stati è fortissima la protezione della manifestazione libera di pensiero) e la Corte europea dei diritti dell’uomo continuano a consentire limitazioni a quella autonomia – l’una in presenza di <clear and present danger>, l’altra escludendo proprio gli hate speeches dal novero delle opinioni protette dall’art. 10 del Trattato – in internet si assiste ad un florilegio di nuove forme di violenza online.

Mi sono già occupata su questa rivista di revenge porn, di gruppi segreti su Facebook (peraltro zeppi di iscritti minori di età e/o di genere femminile), di bomberismo ([2]). Abbiamo parlato di “pull a pig”, l’odiosa atroce scelta della ragazza più brutta e più isolata, da portare in albergo, filmare, fotografare e poi esporre al pubblico dileggio ([3]).

Ma potremmo citare altre pratiche, tutte definite col tempo gerundio di verbi inglesi: doxxing (che è la rivelazione in rete di documenti personali e dati identificativi), sexting (invio anche tra ragazze di selfie in desabillè, poi puntualmente condivisi a scopo diffamatorio, vedi allarme dell’Osservatorio nazionale adolescenza [4]), sextortion o sexual blackmailing (per cui le immagini erotiche delle vittime vengono usate per estorcere denaro o favori sessuali) e di tutte le forme di cyber-stalking (pedinamenti digitali, ricerca e diffusione di dettagli della vita privata, fakenews, accerchiamento quotidiano e minaccia di trasferirlo nel mondo fisico, ecc.) e di cyber-bullismo.

Amnesty International ha pubblicato un rapporto ([5]) per cui una donna su 5, tra le intervistate, ha dichiarato di essere (eventualmente stata, a breve vedremo perchè) vittima di molestie online, oltre la metà a natura misogina e sessista; in un quarto dei casi, vi si sono accompagnate anche minacce di natura sessuale e fisica. Nel 68% dei casi le vittime hanno dichiarato di provare apprensione al pensiero di usare internet ed i social, o che li utilizzino i loro cari. E questo ha finalmente allarmato le grandi major che ormai dominano la nostra vita comunicativa e di relazione, non solo perché ci consentono di celebrare riti narcisistici mediatici ([6]) ma soprattutto perché forniscono vetrine di quanto succede intorno a noi davvero di facile raggiungimento .

Ad allarmarle probabilmente è proprio il rischio che una sostanziosa fetta di utenza (donne e soggetti <deboli> in quanto appartenenti a categorie bersaglio di hate speech) possa abbandonare questo luogo così “tossico” quale può essere un social e migrare, portandosi via un indotto considerevole e provocando quindi la temutissima curva dei ricavi in flessione.

Dal 2016 Twitter avrebbe apportato ben 30 modifiche di struttura per arginare il problema: ha creato il database coi numeri di telefono degli iscritti, ha bannato i soggetti indesiderati ed è intervenuta sugli account molesti. Dal canto suo Microsoft ha messo a disposizione un form da compilare per segnalare immagini da rimuovere dal suo motore di ricerca Bing e, sin dal 2015, Google dichiara di aver messo online un modulo simile con cui si può chiedere l’eliminazione dal suo motore di ricerca. Instagram ha vietato nelle linee guida di pubblicare materiali tipici di revenge porn.

Facebook invece consente di evidenziare immagini pubblicate senza consenso, attraverso il link <segnala> (una freccia verso il basso o i tre puntini in fondo al post): ciò dovrebbe permettere a rappresentanti qualificati, appartenenti al team Community operations, di rivedere l’immagine e rimuoverla se viola gli standard della community stessa. Disattiveranno poi tutti gli account che l’hanno condivisa (pare già 14mila per ora), avvisando chiunque voglia ancora inoltrarla che così facendo violeranno la privacy ([7]).

Al contempo, mentre sono allo studio incrociato con varie organizzazioni americane come da nota Cyber Civil Rights iniziative, tecnologie di photo-matching ed altri rimedi, in Australia è partito un programma preventivo. La vittima potenziale, purchè in possesso di materiali osè, temendone la diffusione potrà trasmettere a FB questi contenuti che verranno muniti di un hash (ossia un pezzo di codice digitale) che le renderà immediatamente riconoscibili e le stopperà la pubblicazione.

E da noi? Guide di autodifesa digitale ([8]), uso consapevole di internet, grande attenzione per il proprio telefono (che non va mai lasciato incustodito), piccoli trucchi alla portata di tutte/i (come googlare subito lo sconosciuto che ci chiede amicizia, controllare come si esprime in rete, guardare le sue pagine sui social) ma soprattutto denuncia querela alla polizia postale e procedura di deincizzazione.

Ma di questo torneremo a parlare con maggiori dettagli.

[1] Istat, Le violenze e i maltrattamenti contro le donne dentro e fuori la famiglia, 21 febbraio 2007

[2] A. Sorgato, Revenge porn: come difenderti27, in Gli Intrusi 29 settembre 2016; Violenza online, in Gli Intrusi, 27 novembre 2017

[3] R. Cacioppo, Essere maializzata: le nuove frontiere delle molestie sessuali, in Gli Intrusi, 27 ottobre 2017

[4] A. Corlazzoli, Sexting e revenge porn, adolescenti abituati a scambiarsi foto intime in chat, che diventano virali

[5] https://www.amnesty.it/6-cose-sapere-sulla-violenza-le-donne-online/

[6] L. Porta, Metterci la faccia. Effetti collaterali dell’uso dell’immagine propria ai tempi di internet, in Gli Intrusi, 17 ottobre 2016

[7] D. Parlangeli, Fecebook si muove contro il revenge porn, in Wired, 5 aprile 2017

[8] Cfr quella di Chayn Italia

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