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Revenge porn: come difenderti

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di Alessia Sorgato.

Tiziana Cantone in questi giorni ha riempito i media e fatto discutere. Si tratta di uno di quei casi di cronaca in cui una donna – o talvolta anche una ragazzina – preferiscono togliersi la vita che sopravvivere nella vergogna. I commenti sono stati vari: qui invece si vuol parlare di rimedi, non sociali, non educativi –più che mai irrinunciabili nell’ottica della prevenzione – ma giuridici. Cosa puoi fare se una persona – che per vari motivi ne è in possesso – pubblica tue immagini compromettenti?

revenge porn1Cominciamo a dire di cosa si tratta in termini di legge, perché finchè di questo tema si ignorerà questo aspetto la vittima resterà inerte oppure si attiverà troppo tardi, quando ormai quelle immagini saranno virali.

In termini giuridici condividere, senza autorizzazione della persona ritratta, un’immagine altrui con altri utenti della rete implica diffonderla ad un numero imprecisato di destinatari, potenzialmente a tutti gli abitanti del pianeta. Se l’immagine stessa, o i contenuti che la accompagnano (commenti, didascalie) sono quindi offensivi (“tali da arrecare pregiudizio all’onore, alla reputazione, al decoro della persona medesima” scrive la Cassazione), siamo di fronte ad un caso di diffamazione (sentenza 12 ottobre 2004, n. 42643 e più recentemente sentenza 19 giugno 2008, n. 30664 e 5 novembre 2014, n. 5695).

Non solo: le potenzialità diffusive del web sono tali da determinare la maggior pubblicità dell’offesa, il che giustifica una pena più severa (sentenza 16 gennaio 2015 n. 6785). Non è necessario provare che chi ha immesso in rete certi contenuti volesse offendere: è sufficiente che consapevolmente abbia fatto uso di parole ed espressioni ( o immagini) socialmente interpretabili come tali ( sentenza 4 novembre 2014, n. 7715).

Il rimedio è querelare immediatamente, eventualmente contro ignoti: ci penserà la Polizia Postale ad identificare il responsabile. La giurisprudenza infatti conosce già casi di condanna a cui riconnesso l’obbligo di rifondere alla vittima: questa è la prova concreta dell’efficienza di un meccanismo articolato, che permette alle vittime di tali degradanti soprusi non solo di interrompere l’attività diffamante del loro carnefice, ma di essere risarcite per quanto subito.

Ma al di là dell’esito del processo, è importante sapere che si può domandare subito il sequestro delle immagini (che rappresentano il corpo del reato), e più sarà tempestivo, prima scongiurerà il rischio di diffusione attraverso il meccanismo degli “inoltra” e dei “condividi”.

È la divulgazione infatti l’elemento che va scongiurato, e questa è tanto facilitata dalla dimestichezza ormai universale a mezzi di comunicazione telematica che, con un semplice click, permettono di raggiungere un numero indefinito quanto potenzialmente infinito di destinatari. Ma non va demonizzata la tecnologia né va incolpata la rete: a decidere di premere quel pulsante è sempre un essere umano che, in quel momento, più o meno cosciente delle conseguenze del suo gesto, decide di diffondere una fotografia piuttosto che un filmato. Bisogna agire immediatamente per evitare che altri esseri umani diffondano.

Credits Immagini: marieclaire.it

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