Migrazioni

Restiamo umani! Chi si prende cura dei migranti durante la pandemia globale

A cura di Silvia Crespi

 

L’emergenza Covid-19 ha rivoluzionato completamente le nostre vite, costringendoci nelle nostre case. Questo nemico invisibile ci ha fermato, rallentato e chiuso al mondo esterno. Non è un’esagerazione affermare che il coronavirus ha trasformato i nostri rapporti, mettendoli in stand-by a data da destinarsi. È difficile affrontare una vita così diversa, estrema. Tuttavia, ci sono persone coraggiose che, nonostante la paura, stanno continuando a lavorare per aiutarci a superare questo brutto momento, che passerà, di certo, ma a caro prezzo. Infatti, nemmeno una pandemia globale può fermare la passione per il proprio lavoro, la missione dei medici o l’amore per i nostri cari. Purtroppo, però, tra gli elementi inarrestabili rientrano anche le guerre, gli orrori delle torture, le carestie e altri disastri che da sempre affliggono la vita di molti.

A marzo il Segretario delle Nazioni Unite ha chiesto al mondo un cessate il fuoco globale, appellandosi alla necessità di proteggere i più vulnerabili, già straziati dalle barbarie della guerra, nella battaglia contro un nemico comune, il Covid-19. Infatti, in paesi come Siria, Yemen, Libia, Mali, Burkina Faso, Mozambico, Somalia e molti altri, il sistema sanitario è già al collasso e il personale ridotto è spesso preso di mira. Il Segretario Guterres si è quindi rivolto all’umanità per incoraggiare la possibilità di mediare, aprendo spazi negoziali alla diplomazia, dando una speranza a luoghi tanto vulnerabili in un momento così delicato. 

Sfortunatamente, però, questo richiamo alla pace non sta avendo gli effetti sperati e tutt’oggi migliaia di persone stanno cercando di scappare dai loro paesi di origine, in un viaggio della speranza, in cerca di un futuro migliore. È assurdo che nemmeno un virus infimo come il Covid-19 sia in grado di dissuadere da una scelta tanto difficile e spaventosa.

Nelle scorse settimane numerosi barconi sono partiti dalla Libia, the hell on Heart, aggrappandosi a ogni speranza per riuscire a stringere le mani dei fratelli europei. In questo tragico momento, intraprendere il viaggio della speranza attraverso il Mediterraneo sembra ancora più complicato di quanto non lo fosse già. Infatti, con lo scoppio dell’emergenza Covid-19, il governo italiano non ha agito in nessun modo per tutelare i migranti, ma ha firmato un decreto per chiudere i porti italiani all’approdo delle navi delle ONG. Secondo questo accordo, i porti italiani non assicurano la presenza dei requisiti essenziali per la loro classificazione di “porti sicuri” secondo le disposizioni della Convenzione internazionale di Amburgo del 1985. Ma quindi chi si occuperà di salvare la vita di queste persone?

La situazione attuale in Libia è tragica. Secondo l’UNHCR, attualmente si trovano nel suolo libico 650.000 stranieri, di cui oltre 48.000 richiedenti asilo, e altri 370.000 sfollati internamente e 450.000 tornati nel paese di recente. Secondo le dichiarazioni dell’Onu al Parlamento Europeo si stima un “aumento delle partenze dal Paese a causa del Covid-19 e del coprifuoco, che riducono le possibilità per le persone di sopravvivere”. A conferma di ciò, dal 24 aprile la guardia costiera libica ha intercettato tremila migranti riportandoli in Libia e, tra questi, 800 erano profughi provenienti da paesi quali Sudan, Eritrea, Somalia, Etiopia, Sud Sudan e Pakistan. È necessario sottolineare che i migranti riportati in Libia rischiano costantemente la loro vita, poiché costretti a subire trattamenti terrificanti nelle prigioni. Per questo motivo, ogni giorno tentano di trovare una soluzione,  affidandosi ai trafficanti per sfuggire dall’inferno libico, dove si consumano stupri, torture e omicidi. Chi si occuperà di salvaguardare la loro dignità?

Nelle ultime due settimane Sea-Eye e Mediterranea, due ONG attive nel Mediterraneo, hanno lavorato ininterrottamente per riuscire a salvare poveri innocenti da morte certa contro le insidie del mare aperto. I governi di Italia e Malta, invece, si sono rifiutati di aprire i loro porti. Un episodio emblematico è stato quello del 12 aprile, il giorno di Pasqua, quando la ONG Mediterranea ha denunciato la morte di dodici persone naufragate nel Mediterraneo a causa dell’inazione da parte delle autorità. Nello specifico, la denuncia è stata rivolta contro i governi di Malta, Italia, Libia, Portogallo e Germania e contro l’Agenzia europea Frontex, che, seppur avvisati, non hanno soccorso i 55 passeggeri di un gommone nei pressi delle acque maltesi. Questo ritardo ha rappresentato una chiara negazione di aiuto umanitario che ha costretto l’imbarcazione a ritornare verso la Libia, lasciando che 12 innocenti annegassero nel mare. Secondo il diritto internazionale, questo gesto rappresenta una violazione del principio di non-refoulement per il quale è illegale respingere la richiesta di aiuto di migranti, già entrati in territorio nazionale, obbligandoli a tornare in luoghi dove la loro vita o la loro dignità potrebbe essere in pericolo, come in Libia.

L’emergenza Covid-19 sta mettendo a dura prova il nostro Paese, ma ha fatto riscoprire a molti di noi il nostro essere italiani e solidali verso chi soffre. Le priorità sono cambiate e molte delle nostre libertà costituzionali sono state sospese. A ogni modo, utilizzare questa pandemia come scusa per non agire davanti alla richiesta disperata di aiuto di innocenti che fuggono dalle guerre, non farebbe altro che aumentare la lista delle vittime. Ricordiamoci di restare umani.

FONTI

unric.org

ansa.it

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