Attualità

Radical chic o no. La cultura ha il diritto di essere ricca?

di Chiara Palumbo


Chi compra un appartamento panoramico a Manhattan e rivolge pensosi pensieri sulle sorti del bene in Italia è farlocco” Non sono parole tratte da un quotidiano di questi giorni, ma dichiarazioni risalenti a più di due anni fa, per bocca del senatore di centrodestra D’Anna. Potrebbero però essere state pubblicate sulle pagine di oggi, rivolte contro uno dei nomi noti che hanno scelto di abbracciare la campagna delle magliette rosse, o di esporsi in favore di chiunque incarni un’alterità. Ed in effetti, il bersaglio è tra i più attaccati, proprio in questi giorni. Roberto Saviano. Poco importa che la proprietà dell’attico a New York – benchè riportata da diverse fonti, da Il Giornale al filosofo Diego Fusaro, a più riprese negli ultimi anni – sia stata smentita (specifica il sito Butac che è a lui riferibile soltanto un appartamento che lo scrittore ha avuto a disposizione per pochi mesi quando, anni fa, ha insegnato in una università statunitense). Quello che non si perdona, al giornalista napoletano e a molti altri, è il tenore di vita. L’aver potuto maturare ricchezza occupandosi di ciò che è sociale, collettivo, bene comune. Se si è – o si è percepiti – come ricchi, l’esprimere una posizione in favore di una minoranza o delle vittime di una discriminazione porta ad essere bollati come radical chic.

Il termine, coniato dallo scrittore statunitense Tom Wolfe negli anni Settanta, designava una situazione precisa. Le cene in cui il compositore Leonar Bernestein e la moglie si intrattenevano con numerosi ospiti nelle tredici stanze del loro attico parlando dei movimenti antagonisti, dagli hippies alle Black Panthers. Bersaglio della salace satira dell’articolo di Wolfe chi “non resiste alla tentazione di unire benessere materiale e retorica rivoluzionaria”. Dove il concetto chiave è “retorica”, intesa – specifica il vocabolario italiano, come: “Atteggiamento dello scrivere o del parlare, o anche dell’agire, improntato a una vana e artificiosa ricerca dell’effetto con manifestazioni di ostentata adesione ai più banali luoghi comuni. Discriminante è quindi la finzione. Ma un tenore elevato di vita è sufficiente a stabilire che la vicinanza a tematiche civili sia nient’altro che formale?
Tradizionalmente, è stato appannaggio della sinistra l’argomento che oppone “borghesia” e rivoluzione, mentre oggi la discriminante del reddito sembra essere stata assunta dalla destra, che si propone come voce del popolo scegliendo una strada comunicativa che punta all’identificazione, e quindi ad attribuire all’altro la colpa dell’incoerenza.
L’attacco viene però spesso rivolto a professionisti, dei quali Saviano si è trasformato in esempio. Si tratta di persone che hanno scelto una strada professionale che – a prescindere dalla valutazione puramente soggettiva che se ne può fare – li ha visti guadagnare consenso e interesse non per diritto di nascita, o immotivatamente, ma in ragione del lavoro che hanno scelto.

Radical chic è un termine che sembra sempre più prendere la coloritura dissacrante dell’insulto, ma che denuncia un’intenzione più sottile, il tentativo di mettere al centro il primato della costruzione di oggetti sulla costruzione di senso, della natura sulla cultura.

Sostenere che un intellettuale dall’elevato tenore di vita possa non confrontarsi con le problematiche che affliggono quotidianamente la maggioranza delle persone è sciocco quanto sostenere che sia necessario drogarsi per esprimersi compiutamente sulla legalizzazione della cannabis, o essere folle per esprimersi sulla riforma della legge 180.

 

Ma, se è opportuno tenere da conto che – in un tempo in cui la nobiltà non è più categoria di nascita quasi per nessuno – coloro che acquisiscono lo status di intellettuali hanno, per parte della loro vita, vissuto in gioventù condizioni di disagio sociale. Se il valore che smentisce la presunta menzogna, e quindi salva dall’essere definiti radical chic, è quello del riscatto sociale, sono spesso gli intellettuali coloro che hanno saputo raggiungerlo, grazie all’intelligenza, all’approfondimento o anche soltanto all’intraprendenza.
Se ciò non è avvenuto, è comunque la cultura medesima a rendere possibile la comprensione – e l’empatia – con le esperienze che non si sono vissute, perché essa offre gli strumenti per comprenderne motivazioni, radici e possibili soluzioni.

 

 

Eppure nel caso dei cosiddetti radical chic, intesi come intellettuali di successo, quel complesso di conoscenze con la quale secondo alcuni “non si mangia” vengono invece riconosciute, e compensate – anche sul piano economico – per il valore collettivo che esse hanno. L’elevato tenore di vita di alcuni intellettuali attaccati dalla definizione di radical chic è quindi garantito dalla percezione collettiva di questo valore.

 

Chi ha potuto modificare la propria condizione elevandosi culturalmente potrebbe dunque, in fin dei conti, essere ritenuto più sincero di  chi attacca la cultura in ragione di una presunta somiglianza all’uomo qualunque, giustificando al contempo il possesso di accessori di Louis Vuitton con una pretesa coerenza.

Credits immagini:

  1.  La Stampa
  2.  MemeCult

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *