AttualitàViolenza di genere

Quando la condivisione di un “no” combatte la violenza

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Di Roberta Cacioppo

 

Esibireste la vostra biancheria intima in pubblico? Una parlamentare irlandese ha brandito un paio di tanga blu in aula per protestare contro l’assoluzione di un uomo accusato di stupro: la sentenza si è basata sul fatto che la vittima (oltretutto minorenne) indossasse un perizoma di pizzo al momento del drammatico evento. Sembra impossibile nel 2018, eppure è così. E per molti l’incredulità è stata ulteriormente rincarata dallo scoprire che la persona che ha difeso quest’uomo è un’avvocata… una donna.

Nei giorni seguenti, sotto l’hashtag #ThisIsNotConsent, donne di tutto il mondo hanno postato fotografie del loro abbigliamento intimo in tutte le forme, colori e materiali per protestare contro l’abitudine di incolpare le vittime di molestie per quello che hanno subito. Si tratta di un’interpretazione della realtà estremamente eteronormativa, in base alla quale la ragazza si sarebbe in qualche modo esposta volontariamente all’abuso, come se la biancheria intima sexy fosse indice di disponibilità.

 

Esistono quindi donne che sembrano andare contro la loro stessa appartenenza di genere, donne che lasciano intendere che prendersi cura di sé anche attraverso la scelta di un certo tipo di abbigliamento sia come “andarsela a cercare”.

D’altro canto – ndr: fortunatamente –  esistono uomini che si espongono per combattere un’altra grave manifestazione di eteronormatività: le molestie basate sul rapporto di potere.

Recentemente un artista italiano ha rifiutato di esibirsi nel corso di una nota manifestazione nazionale annunciando: “io non suono nei Festival organizzati da gente che picchia le donne, le manda all’ospedale, le tiene segregate in casa per due giorni, gli spegne sigarette in faccia e le aggredisce per strada”. Quello delle molestie nell’ambiente dello spettacolo è un fenomeno che, a partire dal caso Weinstein negli Stati Uniti, sta sempre più spesso occupando le pagine dei nostri giornali; ed è un bene che questo stia succedendo! Lo è in quanto spesso in situazioni simili chi subisce molestie deve fare i conti non solo con l’orrore di essere abusata, ma anche con la paura di non essere creduta, di essere addirittura criticata, di subire contraccolpi personali.

Peraltro, che sia un uomo a manifestare il proprio intenso dissenso per questo genere di situazioni, risulta ancora più incisivo sull’opinione pubblica, che purtroppo rischia con facilità di scivolare verso la violenta banalità di frasi come “in certi ambienti vai avanti solo concedendo certe cose”, “se ha ottenuto quel ruolo non è certo per la sua bravura”, “non ha detto niente perché evidentemente le è convenuto”.

 

Sembra impossibile che sia ancora così difficile. Proprio in Italia, abbiamo avuto nel 1979 la memorabile arringa di Tina Lagostena Bassi nel corso di un processo per stupro, durante la quale ha chiesto esplicitamente non una pena esemplare per lo stupratore, ma che “si modifichi quella che è la condizione socio-culturale del nostro Paese, si cominci a dare atto che la donna non è un oggetto”.

Evidentemente questi 40 anni non sono bastati.

Evidentemente l’esercizio del potere dell’uomo sulla donna è ancora un dato di fatto, che  a volte si esprime attraverso la lotta fisica, e altre attraverso la messa in atto di rapporti di dipendenza talmente perversi, che anche quando sono veramente tante le persone a esserne a conoscenza, lo scandalo può metterci anche anni prima di emergere.

 

Un’arma per combattere tutto ciò che ha a cha fare con la violenza di un certo tipo di cultura, in cui qualcuno sostiene che certe donne subiscano determinate violenze perché in qualche modo se le vanno a cercare, è la condivisione. La comunicazione di esperienze, vissuti, stati d’animo permette la diffusione di una narrazione  che non rimane più individuale, ma che diventa patrimonio di tutti, permettendo a tutti di farci i conti, decidendo da che parte stare.

 

Foto:

02: washingtonpost.com

01: Newsstandhub.com

 

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