Migrazioni

Quando il diritto di scelta sulla propria salute diventa un attacco razzista

Di Roberta Cacioppo.

Il 27 gennaio è accaduto un evento di quelli che ci costringono a ri-focalizzarci sul tema degli stereotipi, e della immediatezza con cui questi sembrano pervadere l’approccio alla vita di alcune persone, diventando quindi pregiudizi veri e propri.

Un medico della guardia medica notturna di Cantù – una cittadina in provincia di Como – è stato vittima di un episodio di razzismo al limite con il grottesco: una signora si è infatti rifiutata di farsi visitare a causa del colore scuro della pelle del medico suddetto. Il dottore in questione è Andi Nganso, nato in Camerun e laureato all’Università dell’Insubria: dopo diverse esperienze in giro per la penisola è approdato a questo servizio di continuità assistenziale, accessibile negli orari in cui gli studi dei medici di medicina generale sono chiusi, permettendo quindi di evitare l’accesso al Pronto Soccorso. Difficile forse per lui immaginare di poter annoverare anche questa prova: l’esperienza di una ostilità tanto sproporzionata e irrazionale, così intensa da anteporre il pregiudizio razzista alla richiesta di aiuto sanitario.

medico1Dopo il molesto episodio, il medico in questione ha concentrato la sua rabbia scrivendo su Facebook un messaggio ironico “Ti ringrazio. Ho un quarto d’ora in più per bere un caffè“, al quale ha aggiunto in coda un insulto rabbioso, a parere di chi scrive comprensibile alla luce di quanto è successo.

Intervistato, il dottor Nganso ha detto di essersi sentito attaccato barbaramente dalla violenza delle parole della signora, perché esplicite, immediate e dirette. Altre volte, infatti, il medico si è reso conto di aver suscitato il rifiuto di essere visitato di alcune persone, che però hanno trovato modi più discreti per sgattaiolare via dallo studio. Si tratta di episodi di rifiuto non esplicitamente violento, ma che in psicologia sociale vengono definite micro-aggressioni: frasi e atteggiamenti non così diretti, ma che veicolano comunque una preclusione nei confronti di una persona.

Un’ulteriore riflessione sul tema del pregiudizio razzista ci porta a domandarci: non sarà mica che la prestazione lavorativa di una persona di colore sia più accettabile (per quanto purtroppo non ancora universalmente) se si tratta di un lavoro più modesto, possibilmente non intellettuale? Cioè: un muratore o un carpentiere danno meno nell’occhio rispetto a un medico? Probabilmente sì. La psicologia ci spiega che in fondo è abbastanza comprensibile: la strada più efficace per combattere i pregiudizi razziali è infatti quella di entrare personalmente in contatto con persone che abbiano il colore della pelle diverso, per fare esperienza diretta del loro non essere affatto pericolosi, indegni o chissà che altro parossismo.

Sembra impossibile che possa oggi succedere qualcosa di simile: evidentemente ci sono ancora persone che non riescono a guardare al di là di certe specifiche differenze, ma vi si schiantano contro, ferendo innanzitutto l’altra persona, e pure se stessi.

Nel caso di specie, ci rallegriamo infine con la signora, che nonostante si sia rivolta alla guardia medica, andandosene in quel modo, subordinando il proprio diritto di scegliere come essere curata al colore della pelle del medico e non al tipo di intervento proposto, ha mostrato che evidentemente non stava così male. Potrebbe essere una nuova frontiera della sanità pubblica per evitare il sovraffollamento di certi servizi da parte di persone che potrebbero non averne realmente necessità?

Credits Immagini: http://www.ilsecoloxix.ithttp://www.nove.firenze.it

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