protezione straniero omosessuale1

Protezione dello straniero omosessuale

Pubblicato il Pubblicato in LGBT, Migrazioni

di Alessia Sorgato.

protezione straniero omosessuale1La leading decision in materia di riconoscimento dello status di rifugiato allo straniero omosessuale è la sentenza 7 novembre 2013 della quarta sezione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (Pres. e rel. Bay Larsen), resa nelle cause riunite da C199/12 a C201/12 (X, Y e Z, c. Minister voor Immigratie en Asiel) cui si era rivolto in via pregiudiziale ai sensi dell’art. 267 TFUE il Raad van State dei Paesi Bassi.

Questa pronuncia è di fondamentale importanza in tutta l’Unione Europea perché fornisce interpretazione alla direttiva 2004/83/CE del Consiglio (del 29 aprile 2004) che introduce Norme minime sull’attribuzione a cittadini di paesi terzi, o apolidi, della qualifica di rifugiato o di persona altrimenti bisognosa di protezione internazionale, nonché norme minime sul contenuto della protezione riconosciuta.

La prima questione sottoposta alla Corte viene risolta positivamente, nel senso di riconoscere che “Gli omosessuali che richiedono asilo devono essere considerati un particolare gruppo sociale esposto al rischio di persecuzione a causa del loro orientamento sessuale”, di tal che è loro applicabile la Direttiva richiamata grazie all’art. 2, lett. c) (uno dei motivi di persecuzione rilevanti per il riconoscimento dello status di rifugiato è proprio quello di appartenere a un “determinato gruppo sociale”).

Questa prima statuizione è molto importante perché ravvisa entrambe le condizioni richieste per il riconoscimento del requisito del “gruppo sociale”: la prima è che coloro che ne fanno parte condividono una caratteristica innata, in questo caso l’orientamento sessuale (altri requisiti previsti sono una storia comune, che non può essere mutata oppure una caratteristica, o una fede, così fondamentale per l’identità che una persona non dovrebbe essere costretta a rinunciarvi).

protezione straniero omosessualeIl secondo presupposto è che tale gruppo deve avere la propria identità, nel Paese terzo di cui trattasi, perché vi è percepito dalla società circostante come diverso, e nel caso in esame tale diversità è dimostrata laddove nello Stato diorigine atti omosessuali siano qualificati come reato e siano puniti con pena detentiva, purché essa venga effettivamente applicata.

In Italia, sotto questo profilo, vige una regola più favorevole, posto che le due condizioni appena ricordate sono alternative e non cumulative (lettera dell’art. 8, 1° co., lett. d), d. lgs. n. 251/2007 di recepimento della direttiva 2004/83/CE).

Il principio sancito dalla sentenza europea risulta già mutuato in precedenza da varie pronunce della Corte di Cassazione civile, quali la sentenza n. 16417 del 25 luglio 2007 e l’ordinanza n. 11586 del 10 luglio 2012.

Di particolare interesse è poi la sentenza n. 15981 del 20 Settembre 2012, ove la nostra Corte Suprema ribadisce il concetto secondo cui: “ai fini della concessione della protezione internazionale, la circostanza per cui l’omosessualità sia considerata un reato dall’ordinamento giuridico del Paese di provenienza è rilevante, costituendo una grave ingerenza nella vita privata dei cittadini omosessuali, che compromette grandemente la loro libertà personale e li pone in una situazione oggettiva di persecuzione, tale da giustificare la concessione della protezione richiesta”.

Esistono anche numerose sentenze italiane di merito, tanto che si può addirittura affermare che costituisce <diritto vivente> considerare persecuzione l’esistenza stessa di norme penali che sanzionano gli atti omosessuali a prescindere dalla loro applicazione effettiva, invece pretesa a Strasburgo.

La più recente, che ha motivato la pubblicazione di questo breve report, è del Tribunale di Milano, sezione I civile, ed è stata pronunciata il 27 ottobre 2015. Con essa è stato riconosciuto lo status di rifugiato ai sensi della Convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951, e del Decreto legislativo 19 novembre 2007 n. 251, ad un omosessuale cittadino della Nigeria – paese dove, in base al Same sex marriage prohibition act del 2014, è punito con la reclusione fino a 14 anni chi contrae matrimonio o unione civile, e fino a 10 anni chi rende pubblica la propria relazione gay – motivo per cui è stato riconosciuto che detta sanzione sia, oltre che sproporzionata, anche discriminatoria e quindi atto di persecuzione.

La norma richiamata, infatti, concede protezione internazione al “cittadino straniero il quale, per il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica, si trova fuori dal territorio del Paese di cui ha la cittadinanza e non può o, a causa di tale timore, non vuole avvalersi della protezione di tale Paese, oppure apolide che si trova fuori dal territorio nel quale aveva precedentemente la dimora abituale per le stesse ragioni succitate e non può o, a causa di siffatto timore, non vuole farvi ritorno”.

Per approfondire questi temi, si possono il rapporto internazionale del 2011, denominato Fleeing Homophobia dal nome del progetto dell’Università di Amsterdaam in collaborazione con la Hungarian Helsinki Committee e l’Avvocatura per i diritti Lgbt/Rete Lenford, finanziato dallo European Refugee Fund (www.refworld.org) ; il rapporto del 2009 della FRA (Foundamental Rights Agency) su Omofobia e discriminazione a causa dell’orientamento sessuale negli stati membri dell’UE parte II – la situazione sociale – versione aggiornata (http://fra.europa.eu ) nonché le Linee Guida in materia di Protezione internazionale stilate dall’UNHCR, o Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (www.interno.gov.it) .

Credits immagini: www.voxeurop.eu; www.resizeyourimage.com

 

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