Salute e Libertà di scelta

Primo, non curare chi è normale.

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Di Laura Porta.

“I dati sono impressionanti: tra il 1987 e il 2007 nella popolazione degli Stati Uniti la percentuale dei diagnosticati afflitti da problemi psichiatrici è passata da uno ogni 184 ad uno ogni 76. Un esempio di questa patologizzazione della vita è la depressione. Sino al DSM IV questa diagnosi non poteva essere applicata se un soggetto aveva vissuto esperienze di perdita — per esempio un lutto — che potevano innescare stati di ritiro e di tristezza. Ora non è più così e la prescrizione dell’antidepressivo non si negherà a nessuno. In questo modo le frontiere del mercato degli psicofarmaci e delle polizze assicurative si dilateranno ulteriormente mostrando che ciò che deve essere commercializzato non è più, come si esprimeva Watters, ‘la molecola, ma la malattia”.

(Massimo Recalcati, “Il nuovo DSM e la commercializzazione dei disturbi mentali”. La Repubblica, 8 maggio 2013).

 

Il libro di Allen Frances “Primo, non curare chi è normale. Contro l’invenzione delle malattie”(1) è una critica severa all’edizione numero 5 del DSM (Manuale Diagnostico Psichiatrico): manuale che, fino a qualche anno fa, era uno strumento utilizzato da una cerchia ristretta di specialisti e che oggi ha assunto la diffusione di un best seller. La critica di Frances risuona particolarmente significativa in quanto egli ha partecipato alla stesura delle precedenti edizioni del DSM, per poi dirigerne la quarta, giungendo a criticare severamente questo strumento come qualcosa che si è rivelato dannoso e improduttivo nel mondo della salute mentale.

non-curareSecondo l’opinione di Frances, il DSM-5 produce una terribile inflazione diagnostica: “Il messaggio era chiaro: i farmaci psicotropi offrivano un enorme potenziale di mercato e le vendite potevano essere ampiamente influenzate dalle decisioni del DSM. Era importante che il sistema diagnostico non si trasformasse in un involontario strumento di marketing nelle mani delle aziende farmaceutiche”(2), cosa che è invece accaduta.

Condotte da sempre considerate normali con il DSM-5 vengono invece diagnosticate come disturbi mentali da farmacologizzare, Frances fa ironicamente l’elenco di quante diagnosi sarebbero attribuite a lui stesso. Un elenco di patologie che farebbe impallidire il Malato immaginario di Molière: bimbi irrequieti, ansia sociale e da lutto, adolescenti timidi, accessi di collera, iperfagia incontrollata (valida anche per chi mangia troppo spesso un alimento come la cioccolata), disturbo disforico premestruale (per le donne che hanno sbalzi d’umore una volta al mese), “Skin-Picking” (per chi cura ossessivamente la propria pelle). Mentre la prima edizione contava 60 patologie psichiche, nella quinta sono diventate ben 300.

Molti esperti riconoscono l’utilità del manuale che è stato pubblicato la prima volta nel 1952 ed ha avuto il merito di coniare una terminologia diagnostica condivisa, seguendo le evoluzioni della società: nel 1973 fu finalmente eliminato il riferimento all’omosessualità come patologia psichica.

Tuttavia gli argomenti di Frances nel criticare l’ultima edizione sono semplici e convincenti, il suo non è un testo specialistico, né tantomeno lo scritto di un intellettuale sofisticato. L’emergenza che egli denuncia è che siamo di fronte ad un fenomeno allarmante, in cui chi necessita di un servizio psichiatrico adeguato deve scontrarsi con una carenza di fondi che permettano una cura dignitosa, mentre chi ha lievi disturbi fa un uso smodato di farmaci spesso inutili, talvolta nocivi. In altri termini, la psichiatria sociale territoriale è ridotta drasticamente, mentre l’uso collettivo dello psicofarmaco è in esponenziale aumento a tal punto che “il 7 per cento degli americani è a tutt’oggi dipendente da un farmaco psicotropo legale. L’abuso di farmaci da prescrizione è diventato un problema più grave del consumo illegale di droga” (3).

Lo afferma anche lo psicoanalista francese Patrick Landman, autore di Tristesse Business, un saggio che denuncia l’incremento di malattie mentali attraverso il Dsm con lo scopo di favorire l’industria farmaceutica.

Lo psichiatra Maurice Corcos (4) lo definisce “un manuale che permette a un medico di diagnosticare in sette minuti una sedicente depressione”, denunciando l’eccessiva semplificazione delle diagnosi, e quindi anche delle terapie, con la conseguenza che i casi di disturbi bipolari sono raddoppiati, mentre quelli di autismo sono stati moltiplicati per venti. In realtà non sono i casi ad aumentare ma le diagnosi, proprio a causa dell’ampiezza del sistema di catalogazione.

Ciò che allarma di queste tavole diagnostiche è la loro tendenza ad omologare sintomi tra loro molto diversi, che si dovrebbero ripetere identici in ogni parte del mondo. Ma la tristezza, l’angoscia, la colpa, la volontà di morire, le esperienze dell’animo umano non possono essere ricondotte a mere variazioni neurofisiologiche controllabili grazie alle sostanze psicoattive, non possono essere curabili come se si trattassero di un’infiammazione. Essi possono essere espressione del più intimo desiderio di un soggetto, della sua particolarità. Non basta riconoscere dei segni esteriori, dei comportamenti evidenti, per stabilire cosa stia succedendo nell’interiorità di una persona. Queste tavole rischiano di escludere a priori l’unico elemento che conta davvero quando si tratta di fare una diagnosi psichiatrica: la soggettività.

Per quanto sia utile avere degli schemi che spieghino come riconoscere un disturbo psichico, qui stiamo parlando di oltre 300 diagnosi, ovvero di un furore classificatorio che ha perso ogni giustificazione. Il DSM è uno strumento utile quando si tratta di circoscrivere e individuare i sintomi principali di malattie codificate, come la schizofrenia, ma i mille occhi dei medici che hanno redatto queste 947 pagine arrivano a micro-visioni analitiche che rischiano di rendere patologica ogni forma di sofferenza.

Come afferma Eugenio Borgna: “La scientificità del DSM è provata dalle ricerche su cui gli autori affermano di essersi basati. E cosa sono le mie vaghe parole pseudo-mediche, così fragili, evanescenti, di fronte alle certezze che regnano nel manuale? Potrebbero essere considerate chiacchiere. Ma il fatto è che in Italia questa psichiatria “non-scientifica”, ovvero relazionale, dialettica, che il manuale rifiuta, ha portato alla chiusura dei manicomi. Abbiamo dimostrato, con l’esperienza concreta, che le cure sono più efficaci non se diventano più gelide, più cliniche, non se prescrivono più farmaci, ma al contrario se i farmaci li sottraggono, e se al loro posto si danno parole, ascolto, si danno pazienza e silenzio. Loro saranno anche scientifici. Ma noi curiamo le persone”(5).

Ad Allen Frances vanno i complimenti per il coraggio e per la capacità di rivisitare il suo pensiero in modo critico, dando un formidabile insegnamento ai colleghi che lavorano in ambito medico e psicologico, incoraggiandoli a poter cambiare le cose dal di dentro. Non è necessario essere esperti di storia della follia e del suo trattamento, sono sufficienti un po’ di coraggio e di onestà intellettuale.

(1)  Frances, Primo, non curare chi è normale. Contro l’invenzione delle malattie. Ed. B. Boringhieri. Torino, 2013.

(2) Ibidem, p. 90.

(3) Ibidem, p. 119.

(4) Autore di L’Homme selon le Dsm. Le nouvel ordre psychiatrique

(5) E. Borgna: “Giù le mani dalla psiche: ecco perché il Dsm-5 sbaglia”, L’Espresso, 27 marzo 2014

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