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Pietro Maso: mostro fino a quando?

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Di Chiara Palumbo.

Un ragazzo di neppure vent’anni. Vive in un paesino della provincia veronese che conta all’incirca quattromila anime e ha lasciato l’istituto agrario. Quindi passa le sue giornate al bar con gli amici vagheggiando una vita più eccitante, fatta di feste e belle donne da esibire come trofei. E ci riesce. Per un anno il suo aspetto piacente, un prestito e la firma falsificata sul libretto degli assegni della madre gli permettono una vita da viveur, esattamente come aveva sempre sognato. È circondato da un piccolo gruppo di amici che lo idolatrano per avergli regalato di riflesso una vita prima solo immaginata. I soldi però finiscono e si deve – pensa il giovane – trovare una soluzione, prima che i genitori si accorgano dell’assenza di 25 milioni di lire dal loro conto. E magari approfittarne per intascare anche l’eredità.

É il 17 aprile 1991. Quattro giovani, dopo un tentativo fallito con le bombole di gas, entrano nottetempo in casa dei genitori del ragazzo e li colpiscono numerose volte con delle pentole, un bloccasterzo e un tubo di ferro. Dopo nemmeno un’ora, Antonio Maso e la moglie Rosa Tessari sono morti. L’assassino, reo confesso due giorni dopo, è il figlio: Pietro Maso, vent’anni da compiere. Ad aiutarlo c’erano gli amici Giorgio Carbognin (che si era fatto fare il primo prestiito) Paolo Cavazza e Damiano Burato. L’ultimo è minorenne.
Questa la vicenda che ha reso il nome di Pietro Maso noto alla cronaca italiana e lo ha tenuto in carcere, a Opera, fino al 15 aprile 2013.
Ventidue anni nel corso dei quali ha chiesto perdono al vescovo di Vicenza, usufruito di alcuni permessi premio per buona condotta e dichiarato di impegnarsi a dissuadere i giovani che gli scrivono di voler agire come lui per via di contrasti coi genitori. «Non ho potuto salvare me stesso: almeno ci provo con gli altri» , dichiara a La Repubblica nel 2007. Non dello stesso avviso la scrittrice Ciniza Tani, secondo cui l’uomo non proverebbe “alcun rimorso”.
Il nome di Maso è tornato alla ribalta delle cronache proprio in questi giorni, quando Maurizio Costanzo ha scelto come ospite per aprire la nuova stagione del suo talk show “L’intervista”, nella puntata del 5 ottobre.
Una decisione, quella del decano televisivo, che ha scatenato un prevedibile vespaio di polemiche. Numerosi telespettatori hanno infatti protestato con vehemenza sui social contro la scelta di dare uno spazio televisivo al reo confesso di un efferato assassinio. La rete si è riempita di commenti che bollano l’intervento di Maso come “immorale e diseducativo”.

Sulla pagina Facebook del programma un utente parla di “scempio mediatico dei genitori”, mentre su Twitter una donna scrive “Non bisognerebbe permettere che un bambino possa vedere in tv un assassino dei propri genitori” perchè, chiosa qualcuno, “esiste il rischio emulazione”.

Piccata la risposta di Maurizio Costanzo, che alla Zanzara ha replicato “Parto da un principio, le persone vanno conosciute. “, e a chi gli ha chiesto come giudicasse l’intervista ha risposto “Secondo me molto vera. Consiglio alle persone prive di preconcetti di guardarla per capire una persona che ha il suo passato”.
Prima delle ragioni di opportunità o dell’analisi dell’importanza degli ascolti in una simile scelta, così come prima delle personali valutazioni sulla congruità di ventidue anni di carcere per un assassinio. per le sentenze “premeditato e pluriaggravato”, le polemiche di queste ore chiamano in causa però un altro tema: la funzione del carcere.
maso1Affonda nell’antichità infatti la controversia sul senso della pena: Se per alcuni essa deve fungere aevitare che un individuo pericoloso nuoccia ulteriormente alla società, per altri essa deve essere funzionale a reinserire il soggetto all’interno della società civile. In questo senso si esprime anche la Costituzione, il cui articolo 27 chiarisce che le pene devono “tendere alla rieducazione del condannato”.
Un salotto televisivo è un contesto che il senso comune percepisce come di pregio, riservato a persone dotate di una capacità specifica o comunque a un’interessante storia da raccontare, e in questo senso sul piano empatico non c’è da stupirsi che alcuni non vogliano riservare questo onore a chi si è macchiato di un crimine efferato. Si tratta però di una presa di posizione che rischia di trasformare ciascuno in giudice e giuria, facendo sì che un singolo individuo applichi arbitrariamente alla detenzione maggior funzione coercitiva di quella che la legge stessa prevede. Del tutto arbitraria poi l’idea che la sola presenza dell’uomo davanti a una telecamera ne scateni la possibile emulazione: non è sostenuta da dati scientifici. Occorre inoltre valutare le parole che vengono pronunciate in una simile occasione e il taglio che l’intervistatore vuole dare alla riflessione su fatti di sangue o controversi.

Nel caso specifico, se è vero che Maso stesso ha più volte ammesso di ricevere lettere di fans, bisogna considerare anche l’insistenza di Costanzo, – nel corso di diverse porzioni di intervista – sui sensi di colpa dell’uomo, sull’insensatezza del suo gesto e, non ultimo, sul suo pentimento. Atteggiamenti che tendono a stigmatizzarne ulteriormente le colpe, non certo a elogiarne la figura.

Ad ogni modo la sentenza di colpevolezza di Maso, e la pena che la sentenza ha inflitto, sono terminate, per quanto riguarda i fatti del 1991, con la sua uscita dal carcere.

Dopo di ciò, per la legge resta la fedina penale sporca: ai pregiudicati restano ciò negati alcuni dei diritti degli incensurati – parametrati alla gravità del reato – tra cui quello di partecipare ad alcuni concorsi e svolgere un lavoro nel pubblico impiego.

Tuttavia, per il resto, come ricorda il giurista Francesco d’Agostino, l’aver espiato il suo delitto restituisce a un colpevole tutti i suoi diritti di cittadino e lo chiama ad essere di nuovo parte a pieno titolo della società.

I legittimi scrupoli morali che l’opinione pubblica si pone non hanno un riscontro legale: è qui che si stabilisce la differenza fra giustizia e vendetta. La damnatio memoriae – che prevedeva che il nome e il volto di un condannato fossero cancellati da qualsiasi oggetto fosse alla vista del pubblico – è un istituto tramontato con un diritto antico, che contraddistingueva un sistema nel quale la legge del taglione trovava ancora cittadinanza. Il presente è chiamato a un diverso modo di concepire la giustizia, se vuole progredire in civiltà.

Pietro Maso oggi per lo Stato è un libero cittadino, col diritto di presentarsi anche in televisione. Lo stesso col quale ognuno può scegliere se ascoltare o meno le sue parole, applicando liberamente la propria riprovazione morale per un uomo chiamato a fare i conti con la consapevolezza – mentre le telecamere inquadrano le sue lacrime, siano o meno artefatte – che un reato commesso non può essere cancellato da nessuna legge.

2 pensieri su “Pietro Maso: mostro fino a quando?

  1. L’articolo non mi convince. C’è un altro caso: Cesare Battisti, che dopo aver ucciso quattro persone forse rientrerà in Italia a scontare una pena che lo lascerà libero magari fra qualche anno. Il “decano” ha voluto portare in televisione il trucidatore dei propri genitori? E con ciò? Deve fare “scoop” visto che gli manca la dignità di fare del volontariato gratis. Si disquisisce sull’opinione pubblica (la società) che, si badi bene, non vorrebbe la legge del taglione, ma è più tardiva della giustizia a perdonare un reato. Il giurista d’Agostino, ha tutte le ragioni “giuridiche” nell’affermare che l’aver espiato il suo delitto restituisce a un colpevole tutti i suoi diritti di cittadino e lo chiama ad essere di nuovo parte a pieno titolo della società.
    Ma la società non vive di pandette, vive anche di emozioni e un delitto del genere, ancorché espiato, non suscita perdono, ma almeno esecrazione (erano suoi genitori trucidati/fatti trucidare con premeditazione)
    Poi non ho capito un altro aspetto dell’intervista televisiva fatta dal “decano” Quale riflessione l’intervistatore vuole dare su fatti di sangue o controversi. Qui di controverso c’era solo Maurizio Costanzo.

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