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Piazza San Carlo a Torino: dal terrore alla speranza

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Di Roberta Cacioppo.

In un paesino della Valle d’Aosta, poche decine di tifosi juventini si sono organizzati per guardare la partita in una vecchia rimessa: un grande televisore in prestito, alcune panche di legno, tante cose buone da mangiare e da bere.

A Torino, migliaia di persone sono andate a vedere la partita in un megaschermo allestito appositamente in piazza, e per migliaia di tifosi della Juventus, aver perso la finale di Champions contro il Real Madrid lo scorso sabato è stato il minore dei mali. E purtroppo non solo per i tifosi.

La prefettura di Torino sta ancora indagando su quanto è successo, ed è molto difficile riuscire a stabilire un punto di partenza per il caos che ha portato alla tragedia di cui sappiamo. L’unico dato incontestabile resta il bilancio dei feriti: 1527 di cui quattro ancora in gravi condizioni. Lo stesso prefetto di Torino ha dichiarato: “la causa di fondo è il panico, per capire che cosa l’abbia scatenato bisogna aspettare”.

Nell ore successive si sono sprecate ipotesi di ogni tipo, la maggior parte delle quali pesantemente avvelenate dal tema al quale purtroppo ultimamente il mondo occidentale è molto esposto: la minaccia del terrorismo. Si sono quindi diffuse informazioni riguardanti un falso allarme bomba, ma c’è anche chi ha parlato dell’ennesimo camioncino lanciato contro la folla, oppure ancora chi più modestamente ha citato alcune transenne che non hanno retto alle spinte della folla.

Il risultato è stato una piazza letteralmente devastata, in cui sono rimaste macchie di sangue per terra e sui muri, vetri ovunque e oggetti di ogni tipo (scarpe, indumenti, cellulari, zaini) a testimoniare dell’impellenza di quanto è successo.

Il fatto che non si riescano a trovare spiegazioni plausibili rende la situazione ancora più difficile da affrontare. Perché lascia tutti noi in uno stato di indeterminatezza, che crea una comprensibile preoccupazione: se non posso capire da dove arrivi “il male”, allora rischio di poter avere paura di qualsiasi cosa.

torino-repubblicaEcco, quindi, che qualcuno (Matteo Salvini, per esempio) si premura di dichiarare che qualcun altro (prefetto, questore, o sindaca) debba “saltare” per forza: ci vuole un responsabile, ce n’è bisogno. Ma dove nasce questo bisogno, se non dall’urgenza di trovare rassicurazione? Dalla necessità di rimettere ordine al caos tremendo di quella sera, individuando variabili che possano – in un’altra occasione analoga – essere tenute sotto controllo. È la ricerca di controllo, infatti, la difesa che fisiologicamente l’essere umano mette in campo di fronte alla percezione di incertezza/indeterminatezza.

Stiamo anche assistendo a un altro fenomeno rilevante: la ricerca di un incentivo per alimentare la speranza. I social network hanno contribuito a diffondere in maniera virale fotografie e informazioni di “angeli del soccorso”: un ragazzo che ha coperto una sconosciuta con il suo corpo per non farla travolgere dalla folla in fuga, due ragazzi che hanno protetto e consolato un bambino che era rimasto letteralmente schiacciato dalla moltitudine in fuga. Le loro fotografie turbinano nell’etere e colpiscono l’immaginario collettivo. E ci rendono in grado di pensare che al mondo esistano anche persone che sanno occuparsi e preoccuparsi per gli altri, che non esistono solo minacciosi terroristi o persone crudeli che imprevedibilmente attaccano altri esseri umani.

E allora il mondo ritorna a essere un luogo in cui si può vivere, allontanando il fantasma del male dilagante.

Credits Immagini: repubblica.it; torinosportiva.it

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