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Padri padroni e padrini

Pubblicato il Pubblicato in Attualità, Violenza di genere

Di Alessia Sorgato.

Regime di 41 bis, magari anche stretto. Una formula nota, che tutti abbiamo sentito al telegiornale, ora ricorrente anche in certe fortunate serie televisive. Ma cosa sia, e cosa comporti, in pochi lo sanno davvero. E alcuni, quando lo imparano, sono ancora giovanissimi.

Il 41 bis è una norma introdotta nel nostro ordinamento penitenziario nel 1975 e modificata all’indomani della strage di Capaci, quando aggiunto un comma che consente al Ministro di Giustizia di sospendere, nei confronti dei detenuti facenti parte dell’organizzazione criminale mafiosa, per gravi motivi di ordine e sicurezza pubblica, le regole di trattamento e gli istituti normalmente previsti.

Benefici, sconti di pena, formule di mitigazione delle strette regole carcerarie, tutto viene congelato ed il detenuto vive uno regime intramurario (questo è il termine tecnico) rigido, soggetto a controlli stringenti e privo di concessioni.

E con lui, in questa esistenza limitata, spesso molto prolungata, finiscono i suoi famigliari, i suoi bambini, che lo conoscono solo nei parlatori quel papà che ha scelto la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta. Come crescono questi ragazzini, ce lo chiediamo? Coltivano la stessa mentalità o cercano ancora di affrancarsi, come fece Rita Atria che venticinque anni fa indicò a Paolo Borsellino le responsabilità dei suoi famigliari e divenne testimone di giustizia. E fu uccisa per vendetta.

Ogni tanto affiorano ancora dalle cronache le loro storie. Ad aprile di quest’anno, per esempio, Maria Rita Logiudice si è suicidata a Reggio Calabria. Era nipote di un boss e figlia di un condannato in appello a 16 anni per mafia. Ma aveva svoltato. Si era laureata col massimo dei voti in economia. Schiva, timida, pare – però –  che si fosse confidata con i suoi compagni di facoltà, che per questo l’avevano isolata. La solitudine, il peso della sua eredità culturale e sociale, troppo per lei.

In questi giorni, ormai non molti, che mancano alla celebrazione del 25 novembre, dobbiamo parlare e riflettere su tutte le forma di violenza che le donne subiscono. Non ci sono solo stupri o molestie, di cui (a ragione) tanto si discute di recente, ma una girandola variegatissima di abusi, prepotenze, ricatti e dolore.

Anche delle donne di mafia.

La loro sorte, se nate o comunque approdate in queste famiglie, si alterna tra l’essere vittime, loro stesse e per prime, degli obblighi, dei protocolli, senza possibilità di reagire, oppure eredi della posizione di figli e mariti arrestati, costrette a (o ben contente di) continuare a gestire i loro affari illeciti, su delega o in autonomia.

Quanto sangue scorre in queste storie, forse davvero carenti di alternativa all’inevitabilità di certi destini. Eppure su di loro non mancano i commenti livorosi che, confrontandole con quelli che da certe eredità di illegalità si chiamano fuori e combattono, pagando magari con la vita, sentenziano che piegarsi alle regole dell’associazione a delinquere è, in definitiva, solo conveniente.

In ambedue le ipotesi, queste donne hanno una sorte atroce, ed i loro figli pagano comunque le conseguenze di scelte altrui.  La prima fu Emanuela Sansone, uccisa a 17 anni nel 1896. La più piccola era ancora nel grembo di sua madre. Giuseppe Letizia ne aveva 12 quando assistette al rapimento di Placido Rizzotto, il sindacalista poi ucciso dalla mafia. Portato sotto choc all’ospedale, fu freddato con una iniezione di veleno dagli stessi medici che lo assistevano. Nicola Cocò Campolongo fu bruciato vivo con il nonno quando aveva tre anni. Giuseppe di Matteo venne tenuto prigioniero 779 giorni prima di essere strangolato e sciolto nell’acido. In tutto 108 bambini ammazzati per sbaglio, per vendette trasversali.

Ma molte mamme di mafia non lo accettano e chiedono aiuto.

Carmela Rosalia Iuculano, Giusy Pesce, altre come loro hanno trovato salvezza da botte e depressione accusando tutti, padre, marito, cugini, in un atto disperato di coraggio che le ha riscattate dagli schemi maschilisti, patriarcali, sessisti tipici della mafia, per cui vige un codice d’onore che usa le donne per punire: oltre 150 le vittime – tra madri, mogli e sorelle – di vendette trasversali e di ribellioni, e sopra a queste storie il cupolotto dell’onore, l’alibi del delitto passionale.

A Reggio Calabria il Tribunale dei Minori ha già disposto qualcosa come 40 provvedimenti di trasferimento di ragazzi e bambini in luoghi lontani dalle loro famiglie, per decontestualizzarli. E spesso si sono attivati su iniziativa delle donne, che hanno tentano anche questa ultima mossa per spezzare la ruota da criceti in cui i loro figli si ritrovano senza scampo.

Ora una proposta di legge mira a intervenire quasi automaticamente: Rosanna Scopelliti, parlamentare figlia di un magistrato ucciso in Calabria, con l’obiettivo di rompere quel legame affettivo che può trascinare i ragazzi nell’azione criminale dei padri, ipotizza per gli appartenenti ad associazioni mafiose, condannati per questo reato specifico, di sospendere o far decadere dalla responsabilità genitoriale.

Così si definisce ora quella che un tempo era la patria potestà, un concetto giuridico complesso che individua la sommatoria dei diritti e dei doveri che nascono dal rapporto di filiazione. Crescerli, educarli, mantenerli, istruirli, assisterli moralmente, nel “rispetto delle loro capacità, delle inclinazioni naturali e delle aspirazioni” recita l’art. 318 del codice civile,

Se questi figli sono costretti a vivere in condizioni che non garantiscono il loro corretto sviluppo, la loro crescita culturale, o peggio, se a sedici anni si comportano già come capetti violenti, si interviene ad allontanarli dalla ‘ndrina.

Ma la legge indica anche il diritto dei bambini e dei ragazzi a crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti.

Ed ecco allora l’interrogativo: il rapporto tra padre e figli è intoccabile, è un patrimonio indisponibile o merita delle regole? E’ corretto, è giustificato arrivare a provvedimenti così estremi? Tutti i genitori hanno eguale diritto a esercitare la loro responsabilità, oppure sono legittime certe decisioni apparentemente snaturate?

Un ragazzo, una figlia … sono (solo) cose nostre?

Credits Immagini: lasicilia.it

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