LGBT

Onda Pride: si torna a parlare di sponsor; sì o no?

di MD Serraglia

 

Si è appena concluso quello che in tutto il mondo è noto ormai come Pride Month, e l’Onda Pride – che proseguirà fino al 22 Settembre, quando Palermo chiuderà questa favolosa stagione del movimento LGBTQI italiano – ha raggiunto, solo a Giugno, 21 città d’Italia. Si è registrato record di presenze, dalle piccole alle grandi città: solamente a Roma, Milano e Torino sono scese in piazza 850mila persone, ma grazie a tutte le altre associazioni locali che si sono cimentate e si cimenteranno con successo nell’impresa di colorare d’arcobaleno le proprie città, possiamo già dire che si andrà ben oltre il milione di manifestanti. Un dato politico confortante e da non dimenticare, in un momento di profonda crisi di valori nel quale appare difficile per tutte le forze politiche convogliare in una direzione unica le energie migliori di questo Paese.   

Ma a fronte di tanto successo c’è sempre uno scotto da pagare, ed è in questo caso quello di malumori, mugugni e ripensamenti sui Pride e intorno all’organizzazione degli stessi. Quest’anno oltre alle consuete polemiche sulla necessità di sfilare sobriamente “perché altrimenti come pensate di acquisire diritti”, dopo le controverse posizioni di una delle maggiori associazioni lesbiche italiane nei confronti delle Famiglie Arcobaleno (e i padri gay in particolare) e le persone trans, è stato anche il momento per rinverdire, nelle strade e sui social, una discussione riguardo agli sponsor.


Ogni comitato si trova ad affrontare diverse questioni logistiche per preparare la sfilata finale e gli eventi che la precedono, una di queste è quella dei costi che una macchina organizzativa “Pride” comporta. C’è chi, come Bologna, si autofinanzia e chi, in forme e percorsi diversi, vede da anni al proprio fianco sponsor sempre più numerosi che, da semplice nome su un manifesto, sono diventati protagonisti delle parate allestendo anche dei carri. Non più solo i “soliti” locali con l’animazione discinta che tanto fa indignare coloro che condannano i Pride, o le associazioni LGBTQI con i propri contenuti politici che comunque fanno scaldare gli animi di certa parte del parlamento italiano, ma anche le famigerate multinazionali. A Siena, sede del Toscana Pride, alcuni hanno contestato il capitalismo gay, in altri ambiti si discute di come si possa inserire eticamente in un’ottica “Stonewall” questa presenza per certi versi ingombrante.

A tutte le parti è chiaro che il movimento LGBTQI per primo non vuole sia compiuto in proprio nome quello che viene definito pink washing: non si sente il bisogno di altri amici dei gay, che al momento di parlare di diritti iniziano a nicchiare a colpi di se e di ma. C’è necessità di una società davvero inclusiva e che non pensi che la richiesta di rivendicazioni finisca quando l’ultimo carro spegne la musica e si torna a casa. Le aziende coinvolte sono impegnate, spesso, a varie livelli a rispondere non solo con iniziative commerciali rainbow: ben vengano spot, affissioni e quant’altro ma quello che a gran voce si chiede da più parti è che quelle stesse aziende siano per tutti e tutte luoghi dove l’inclusione sia tangibile nelle policy e nelle pratiche messe in atto per superare ogni discriminazione.

Nonostante questa evidente, per chi scrive, comunanza di intenti, quello che sembra mancare ancora una volta, e purtroppo in un momento cruciale, è il dialogo tra queste parti del movimento che con modalità diverse richiedono stessi diritti. L’estate del 2018 passerà alla storia come quella della grandissima onda civica e non violenta che ha lambito tutta Italia, portando in ogni piazza istanze diverse, dettate da momenti precisamente drammatici riguardo i migranti ed altri temi, dimostrando una capacità di ascolto e una forza di aggregazione che non vanno disperse.

Per quanto visto finora, questa marea gioiosa fatta di semplici manifestanti, di volontari e organizzatori ha saputo essere in grado di cambiare sé stessa, i temi dei cortei, gli slogan e i look, dando dimostrazione che è possibile realizzare una comunità LGBTQI – e non solo! – sempre più intersezionale nei temi e che al contempo non abbia paura di sé stessa e della propria evoluzione, della propria forza per trattare in ogni sede istituzionale e non, per affermare i principi di uguaglianza sanciti dalla nostra Costituzione.

Credits immagini:

1. dublinpride.ie
2. engage.it

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