LGBT

Omofobia 2.0

A cura di Nicole Pastore

 

Vergogna!!!

Questa è la parola scritta a mano con un pennarello all’interno della scatola contenente una rivista che difende la realtà omosessuale, che un giovane ragazzo aveva ordinato online… ed è arrivata con tanto di messaggio.

Che vergogna!” se lo sentono dire in tanti, per strada, sui social network, a scuola, a casa. Che cosa intendono? Vergogna di cosa? Questo sentimento penoso e umiliante, questa perturbazione dell’animo o questo pudore, qualsiasi significato si voglia attribuire alla parola “vergogna”, per che cosa si dovrebbe provare?

Non certo per essere se stessi e per mostrarsi per come si è, eppure.

Eppure, il 2020 è ancora pieno di lotte: nonostante siano stati fatti numerosi passi, la strada è molto lunga.

Tramite un sondaggio proposto su Instagram, su un campione di 200 ragazzi compresi tra i 15 e i 30 anni che hanno risposto alle domande, è emerso che, la parola “omofobia” è conosciuta al 100%; inoltre il 100% di loro si dichiara non omofobo e un buon 95% di loro ha conoscenti o amici omosessuali. Tutto nella norma? Forse.

Quasi il 30% dei ragazzi che hanno risposto ha dichiarato di aver ascoltato racconti di insulti, scherzi o altri episodi omofobi e la stessa percentuale ha anche assistito in prima persona ad almeno un episodio.

Soffermiamoci sulle ultime percentuali e indaghiamo sugli episodi, così numerosi e così poco conosciuti, che ancora continuano a insidiarsi nelle nostre vite.

Si inizia a scuola, in particolare forse alle medie, nel periodo dei cambiamenti maggiori, dello sviluppo, negli anni in cui tutti hanno motivi di prendere in giro ed effettivamente quasi tutti lo fanno. Risalgono proprio a questo periodo  innumerevoli storie di insulti per i comportamenti “femminili”, per il modo di parlare o vestire. Parole che si porteranno dietro (dentro) per tutta la vita. 

Alcuni hanno la fortuna di trovare degli amici con cui affrontare queste battaglie, ma altri rimangono da soli e si chiudono in se stessi. Alcuni trovano la propria strada, il loro posto nel mondo e un lieto fine, altri vivono nascosti e impauriti.

C’è chi non solo viene preso in giro a scuola, ma una volta tornato a casa, nel posto che più di tutti dovrebbe accoglierlo per quello che è, viene mandato via, dallo psicologo “per essere fatto curare” e dopo si finge “guarito”, nascondendo e reprimendo la sua essenza. Sì, succede ancora nel 2020.

Qualcun altro, invece, nella gita dell’ultimo anno di liceo, viene allontanato dai compagni, i quali hanno paura che lui possa “stuprarli”.

Poi ci sono quei ragazzi che vengono insultati dal finestrino della macchina che passa o da quello del treno mentre scorre sui binari della stazione: “fi*****io”, “fr**io”, “ri*****ne”, questi sono i termini più accreditati del caso, urlati con disprezzo e odio.

Spesso l’orientamento sessuale diventa esso stesso l’insulto: al posto di parolacce varie sovente sentiamo “gay” (e simili), che sia gay o meno la persona che riceve questo appellativo. Bizzarro, perché all’urlo “etero” (quasi) nessuno si offenderebbe e tutti si volterebbero straniti e prenderebbero per pazza la persona che l’ha urlato.

Su Facebook e su Instagram due ragazze di nome Martina ed Erika hanno deciso di creare una pagina (diventata anche un libro), che raccoglie tutti gli insulti ricevuti per messaggio e nei commenti alle loro foto e per la loro situazione sentimentale. Martina ed Erika sono state forti, coraggiose e geniali, ma le cattiverie che ricevono quotidianamente sono terribili e scioccanti. 

Sui social troviamo frasi che suggeriscono di “stuprare le ragazze lesbiche per far ritrovar loro la voglia di un uomo”, altre che augurano la morte, altre che immedesimandosi nei genitori ammettono di preferire un figlio morto piuttosto che gay. Una cattiveria dietro l’altra, insensata, gratuita e scioccante.

Spesso, anche se non sempre, gli omofobi sono vigliacchi: tramite lo schermo, in chat o sulle piattaforme pubbliche, si sentono protetti, lontani, ma anche gli insulti lanciati dal finestrino della macchina o dal treno suggeriscono la medesima vigliaccheria, come se si dovessero perdere nell’aria e invece colpiscono il cuore.

Non è tutto. Oltre alle “vecchie forme” di omofobia, le più classiche e sempre tragiche, sta nascendo una “nuova versione”: guardare con particolare curiosità una coppia omosessuale, perché si vede qualcosa di diverso; chiedersi come ci si debba sentire da madre ad avere un figlio gay, senza vere espressioni, ma utilizzando un certo tipo di linguaggio che lascia passare un’idea, creando un velato fastidio. Sentiamo che qualcosa non va, anche se può sembrare qualcosa di meno “grave” degli insulti pesanti sopracitati, non è il bullismo della scuola, né i commenti alle foto.

Si può dire che oggi l’omosessualità venga accettata in modo più facile di prima, non da tutti, ma da tanti (esempio: 100% non omofobi al sondaggio su Instagram, più o meno sinceri che siano), ma molto spesso anche chi “tollera” l’omosessualità apertamente, non riesce tutt’ora a viverla e vederla nella normalità. Se qualcuno specifica l’orientamento sessuale di un conoscente in una conversazione che non ha niente a che vedere con relazioni amorose e sessuali, non è cattivo, non ha problemi a riguardo, ma trovando qualcosa da specificare, implica che sia “diverso dal normale”, un normale che è di fatto uno standard socialmente e culturalmente accettato, ma non l’unica realtà esistente.

Una new version di omofobia ancora in prova, quindi, dato che la vecchia versione non è stata superata, non ancora. 

Semplificando, sembra che la problematica sia duplice: da una parte sono ancora troppi gli atti di bullismo, le cattiverie, gli insulti degli omofobi, online e offline; dall’altra, in un mondo che cresce, in una realtà che lentamente cambia volto, le lotte si moltiplicano perché non basta più l’accettazione: l’orientamento sessuale non solo dovrebbe essere, ormai, accettato e “tollerato” qualunque esso sia, ma non ci si dovrebbe neanche porre la questione e sentirsi in dovere di specificarlo.

“Ma lo sai quanti geni ed eroi sono gay?

Non lo sai

o non vuoi ricordare?

Preferisci pensare

che un gay sia una sorta di errore

una cosa immorale

o nel caso migliore

un giullare, un fenomeno da baraccone

e lo tollererai solo in quanto eccezione

e lo tollererai solo in televisione

lo chiamano gay

e tu pensi ricchione”

Gino e l’alfetta, Daniele Silvestri

 

FONTI:

facebook.com

angolotesti.it

Sondaggi su Instagram

CREDITS:

Copertina

Immagine 1 by Nicole Pastore 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *