LGBT

Non solo omofobia. Leo interroga Milano sulla paura dell’altro

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Di Mauro Grimoldi e Chiara Palumbo.

Leo ha diciassette anni, studia cinema in un istituto della periferia milanese. Ha lunghi dreadlocks scuri, una lunga teoria di piercing che gli punteggiano il viso, molti anelli, dilatatori alle orecchie, spesso colorati. Il suo è un viso che si fa ricordare, l’estetica che alcuni definirebbero trasgressiva e che lui ha scelto per sé tende a rimanere impressa al primo sguardo. Se ci si sofferma un istante di più si potrebbe però intuire una timidezza innata, una certa delicatezza di modi che forse i numerosi accessori tentano di mascherare.

Due elementi, questi, apparentemente contrapposti ma ugualmente vistosi, che possono spingere a giudizi frettolosi. Un giudizio implicito e senza appello che deve avere condiviso anche il gruppo di giovanissimi, forse quattordici-quindicenni, che in un pomeriggio come tanti si sono avvicinati a Leo e ai suoi amici con fare provocatorio, al Parco delle Cave di Baggio, il suo quartiere.

Tre settimane più tardi abbiamo incontrato Leo a Palazzo Marino insieme all’assessore alle politiche sociali Pierfrancesco Majorino e al responsabile della Casa dei Diritti Mauro Grimoldi.

Non senza qualche esitazione Leo ricorda un gruppo numeroso, “tra i dieci e i quindici” ragazzi, italiani, visibilmente più giovani di lui che si sono avvicinati commentando il suo aspetto e quello del suo amico: i suoi dread, i capelli biondo platino del ragazzo che era con lui. Un’apparenza “diversa” che è stata sufficiente a farli diventare “vittime designate” di una vera e propria aggressione. Iniziata con una serie di domande provocatorie: “oh, ma sei un tipo o una tipa?”. Il tentativo di sfuggire a una situazione che si faceva pesante è bastata per identificarli come “froci” e  iniziare un lancio di sassi. Quando ha tentato una timida reazione, qualcuno li minaccia, “guarda che se fai qualcosa tiro fuori la lama”. Parole a cui sono seguiti i fatti.

Mentre una delle amiche di Leo riusciva a scappare, un altro è stato buttato per terra. È stato cercando di aiutare l’amico che anche Leo si è trovato vittima delle botte, ricevendo calci alla pancia e colpi al viso, che gli hanno lasciato grossi lividi documentati da una foto poi messa sui social che ha portato l’episodio all’attenzione dei quotidiani nazionali. 

leo-instagramUna notizia che ha fatto scalpore, perché ripropone il problema della violenza omofobica in una città come Milano, che si racconta essere città all’avanguardia, dove ognuno è libero di essere e apparire come meglio crede. Non sono dello stesso avviso alcuni esponenti di associazioni LGBT, che questo episodio ha spinto a interrogarsi sulla paura di denunciare che molti – soprattutto giovanissimi – hanno quando subiscono un attacco, soprattutto omofobo. Lo stesso timore che verosimilmente ha avuto Leo, tornato a casa dopo le botte “convinto di non aver subito gravi lesioni”, senza passare dal pronto soccorso. Scelta che gli ha reso impossibile, fino a che la notizia non è diventata di dominio pubblico, procedere con la denuncia. I carabinieri, racconta, gli hanno infatti spiegato di non poter procedere in assenza di referto medico. Una paura che si accompagna al bisogno di dimenticare, che nel corso del racconto a Palazzo Marino il ragazzo stesso ha ripetuto più volte.

Insisteva quasi ossessivamente sulla stessa frase: “me la sto facendo passare”. Sintomo di un vistoso bisogno di tornare alla quiete della sua quotidianità di ragazzo a cui queste cose non succedono. Una forma di pudore che si accompagna al bisogno di spiegare. Con una lucidità quasi sorprendente per un ragazzo così giovane. E’ lo stesso Leo a notare che “deve esserci una sofferenza” che li spinge ad agire così. Sempre lui però offre un altro sguardo su questo episodio: spiega infatti di aver riconosciuto alcuni degli aggressori dalle foto segnaletiche, e di aver saputo che un altro ragazzo era stato aggredito dagli stessi giovanissimi perché “era un metallaro”.

Forse più che il tema dell’omofobia l’aggressione a Leo e ai suoi amici solleva quello di gruppi di giovanissimi che trascorrono il loro tempo aggredendo chiunque identifichino come diverso. In una città che si impegna a costruirsi avanzata e di mente aperta, lo status di appartenente a un gruppo coeso e identificabile diventa sempre più importante, e si fa sempre più acuto il disprezzo per chi ne esce, anche solo a una prima occhiata. Non ha nessuna importanza se l’altro è – o si presume che sia – omosessuale o anche soltanto metallaro, o in generale esteticamente vistoso. Ciò che conta è che l’alterità possa essere proiettata, identificata e metaforicamente eliminata dalla vista di chi ha bisogno di confermare se stesso, tanto più in un’età in cui si tende sovente a essere dominati dalle proprie insicurezze. La vicinanza manifestata dalle istituzioni e da chi in città si occupa di discriminazioni è importante perché non cali mai l’attenzione sull’omofobia anche nelle grandi città, ma deve anche essere occasione per porsi, con onestà, interrogativi di respiro ancora più ampio.

E’ vero che ad aggredire è chi si sente più sguarnito e debole, chi respira intorno a sé la cultura dell’odio e dell’intolleranza che traspare dalla politica all’educazione dei figli. Allora Milano, che certamente è una delle città italiane più accoglienti nei confronti dei “diversi”, può considerarsi davvero “arrivata”? E’ davvero una città in cui c’è spazio per tutti? Forse la vicenda di Leo serve a questo, a ricordarci che una strada è appena cominciata.

 

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