Violenza di genere

Non è un Paese per vittime

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Di Alessia Sorgato.

Ci sono momenti, nella vita di un italiano, in cui sorge un interrogativo legittimo: ma noi, agli occhi del mondo, dell’Europa, come siamo visti? Cosa pensano di noi all’estero?

Di solito coincidono con le grandi figuracce che questo Paese, per mano di chi lo regge, lo governa, o lo rappresenta, riesce a collezionare. Di queste ci si vergogna, ma dura poco, abbiamo tutti la tendenza ad assolvere oppure a dimenticare o comunque senso dell’umorismo.

Poi ci sono altri momenti in cui un italiano arriva davvero ad indignarsi perché si rende conto che a volte i nostri politici giocano con la dignità delle persone, beffandosi persino degli impegni che loro stessi assumono.

Non penso di esagerare se affermo che la legge italiana sugli indennizzi di Stato alle vittime di reati violenti sia un classico caso di sfottò giuridico generalizzato, con cui, in una manciata di articoli, il nostro legislatore crede di aver messo tutti nel sacco: Commissione europea, Corte di Giustizia e quant’altro. E di risparmiare sulla pelle della gente che non riesce a proteggere.

Ci hanno messo tredici anni, tredici, per consegnare un accrocchio. Era infatti dal 2004 che il Consiglio dell’Unione Europea, considerando che uno degli obiettivi della Comunità consiste nell’abolire gli ostacoli alla libera circolazione delle persone, ricordava agli Stati membri il loro impegno a elaborare norme minime sulla tutela delle vittime della criminalità, in particolare sull’accesso alla giustizia e sul diritto al risarcimento dei danni ([1]).

Il nostro legislatore ci ha provato in tutti i modi a schivare questo impegno!

Inizialmente lo ha limitato ai casi commessi altrove nella Comunità in danno di residenti in Italia ([2]) e lo ha fatto con tale ritardo da beccarsi una condanna per infrazione degli obblighi comunitari.

Poi ci si sono messi i giudici a sostenere che, se è quello il caso a cui abbiamo dato ratifica, allora nulla è dovuto se la vittima subisce una violenza in Italia ([3]). E ci siamo meritati la seconda bacchettata: la Corte di Giustizia della Comunità europea ha dichiarato l’Italia inadempiente all’obbligo di indennizzare tutte le vittime di tutti i reati intenzionali violenti commessi sul proprio territorio ed indipendentemente dalla cittadinanza delle stesse ([4]).

E finalmente – dopo queste belle reprimende da parte dell’Europa ([5]) – con la Legge europea 2015/16 il nostro legislatore ha raggiunto l’apoteosi della presa in giro ([6]).

Ha infatti stabilito condizioni di accesso all’indennizzo così limitate e previsto somme così irrisorie da farci rimpiangere gli anni in cui eravamo privi di una qualsiasi legge.

Se sulla carta infatti ha stabilito che abbia diritto all’indennizzo a carico dello Stato la vittima di lesioni gravi, caporalato ed in genere di un reato doloso commesso con violenza alla persona, dall’altro lo ha limitato alla rifusione delle spese mediche ed assistenziali (il che in un Paese come il nostro ove, più o meno, sono coperte da Servizio Sanitario nazionale di fatto le limita o azzera).

In secondo luogo ha concesso questo indennizzo alle sole vittime munite di un  reddito corrispondente alla soglia del gratuito patrocinio, ossia 11.528 euro ANNUI.

Terzo: bisogna aver infruttuosamente tentato di essere risarciti dall’autore del reato, quindi aver ottenuto la condanna penale, la condanna civile (spesso distinte) e i pignoramenti vani e negativi.

Quarto: non si deve aver ricevuto altre forme di indennizzo da parte dello Stato, tipo Inail o Inps o SSN.

Ultimo atto: ottobre 2017. Escono le cifre. Ed è elemosina di Stato.

7200 euro per i famigliari delle vittime di omicidio (8200 euro se il delitto è commesso dal coniuge anche separato o divorziato o da persona legata alla vittima da relazione affettiva).

4800 euro per le vittime di violenza sessuale

E non metteteci più di 60 giorni dall’ultimo tentativo di ottenere il pagamento del risarcimento dal colpevole. Loro hanno impiegato tredici anni per consegnarci questa farsa di legge. Noi in due mesi dobbiamo presentare il piattino, altrimenti non se ne fa nulla. L’obolo è negato.

Questo non è, decisamente, un Paese per vittime.

[1] Direttiva 2004/80/CE, che richiamando le precedenti Convenzione Europea 24 novembre 1983; Decisione quadro 2001/220/GAI, auspica alla creazione di un sistema di cooperazione tra le autorità degli Stati membri per facilitare l’accesso all’indennizzo nei casi in cui il fatto di violenza sia commesso in un Paese diverso da quello di residenza della vittima.

[2] Decreto legislativo 9 novembre 2007 n. 204

[3] Rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell’Unione europea  da parte del Tribunale di Firenze, 20 febbraio 2013

[4] Condanna dell’ 11 ottobre 2016 per violazione dell’ Obbligo previsto dall’art. 12 par. 2 della Direttiva 2004/80/CE: in Italia è previsto indennizzo solo alle vittime di mafia, disastro di Ustica, manifestazioni sportive, usura ed estorsione.

[5] Anche la sentenza appena ricordata è precedente, perché emessa anteriormente, di cui solo le motivazioni vengono depositate in autunno

[6] Articolo 11 L. 7 luglio 2016: in sede di emanazione delle disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea, vengono introdotte le norme che dovevano attuare finalmente la ormai vetusta direttiva 2004/80/CE, recepita (in tutta teoria) col decreto 9 novembre 2007 n. 204.

Credits Immagini: ilfattoquotidiano.it

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