Attualità

Non ci si immola per l’erotismo

suicidio

Di Jacopo Stringo.

Di recente quotidiani e social sono stati invasi dalla notizia del suicidio di un’altra giovane ragazza a seguito della diffusione da parte di tre “amici” di un suo video senza veli. Si fa riferimento al caso  della ragazza che, a La Maddalena, in provincia di Sassari, si è tolta la vita la notte tra il 4 e il 5 novembre. Questo ennesimo evento ha causato il riaffiorare dei due titanici ego, il Vecchio e il Nuovo Testamento che dominano la nostra società: quello della punizione e quello della pietà. Sono in molti a sentirsi affranti, distrutti da una simile tragedia e a scagliarsi contro i tre ragazzi, colpevoli di averla uccisa con la loro meschinità; molti sono quelli che, viceversa, pensano che lei se la sia cercata. Pensano che, insomma, se ti prendi certe libertà sessuali e le metti in piazza dovresti sapere che cosa aspettarti. La vergogna l’ha uccisa, ma non avrebbe dovuto: sapeva a cosa andava incontro, pensano, quindi ora non può lamentarsi del prevedibile accaduto e suicidarsi. Già, si doveva vergognare, ma di quale vergogna, della vergogna… di chi? Di una ragazza che, come definiscono alcuni giornali, ha passato una serata “piccante”? Di una ragazza che ha vissuto con libertà il proprio corpo, con la sua nudità scandalosa?

Forse si può evitare la retorica del “poverina” perché in certi casi la pietà sembra escludere la possibilità del rispetto. E’ vero che per quel video è stata ricattata. Se l’era quindi cercata, come dicono alcuni? Difficile credere nel 2017 che una donna non sia libera, libera davvero di esprimere la sua preziosa, unica sessualità, che nulla ha da invidiare a quella degli uomini, senza dover essere vittima di offese, pregiudizi, colpevolizzazioni. Una donna che decide liberamente del suo corpo nudo, dell’immagine di sé, di cui può andare fiera esattamente come gli uomini vanno fieri del proprio. Quindi come ci si colloca nel mondo duale, che sembra non prevedere le mezze misure, in questa società di tertium non datur?

suicidio1Non è allora colpa solo dei tre ragazzi, che pure a opinione di molti sarebbero degni di dieci volte lo sdegno riservato a Michela Deriu (questo il nome della ragazza) se davvero si dimostrassero colpevoli. No, quello che l’ha uccisa è stato il giudizio degli altri, la pressione degli sguardi, la disapprovazione negli occhi del prossimo. Si è tutti allora, con il moralismo, colpevoli d’averla uccisa. Quegli sguardi, quelle pressioni obbligano a una vergogna che non è la tua vergogna: questo l’ha uccisa. Quando il video è stato girato e diffuso si è sentita sommersa da migliaia di giudizi che con la libertà sessuale hanno poco a che fare. Ora ci si scaglia contro i presunti colpevoli della circolazione del video, ma forse non sono solo loro i rei. Le accuse, le voci, le maldicenze, i sussurri dietro le spalle: questo certamente è uno stillicidio di eventi che ha colpito fortemente quella ragazza, che ne è caduta vittima. Il fatto che il video circoli, in una società più in pace con sé stessa e con la sessualità, può anche non essere un problema in sé. È il metro di giudizio esterno che connotano il tutto in maniera fortemente negativa. Non è il tuo corpo nudo che ti uccide, ma è una vergogna che non è tua e che si può concretizzare e connotare come strumento di soppressione e oppressione. È il giudizio della società che ha stretto quel laccio attorno alla sua gola. E se, come è emerso in alcuni articoli, quel video fosse stato girato realmente a sua insaputa, che cosa direbbero ora i “punizionisti”? Come potrebbero far fronte al loro potente j’accuse nei confronti della ragazza e delle colpevolizzazioni che solitamente vengono fatte?

Si è sempre nel solito campo: non si possono scindere cose inseparabili, così come non si può scindere la società dalle sue caratterizzazioni. Se una donna pratica liberamente e con disinvoltura una sessualità che le appartiene e su cui può esercitare ogni diritto, viene accomunata a certe millenarie professioniste; se un uomo fa lo stesso, ehi, è un uomo, deve proprio essere un grande allora. Come si suol dire, deve “saperci fare”. Questo è il pensiero di fondo che sta dietro un giudizio così severo verso una ragazza che si vede in quegli atti ritenuti osceni, ma che in realtà probabilmente andrebbe rivolto più adeguatamente verso il delatore, che diffonde tali informazioni private contro il consenso del diretto interessato, piuttosto che contro quest’ultimo. Detto questo, coloro che dicono “doveva aspettarselo” su un punto hanno ragione: la notizia che la società in cui siamo immersi sia rigidamente connotata e poco flessibile dal punto di vista sessuale non è notizia recente. Ma se una persona pensa questo, come può la naturale conseguenza di tale principio essere “quindi adeguati alla massa o soccombi”? Forse è opportuno riconsiderare l’opportunità che ci siano delle situazioni su cui riflettere a lungo, la possibilità che vi siano situazioni ancora poco definite in termini morali e sociali. Forse è meglio considerare vero che le donne, per quante battaglie ideologiche abbiano vinto nella conquista dei loro diritti, abbiano ancora dei gradini da salire, anche nascosti agli occhi della maggior parte delle persone, per poter reclamare la propria parità e la propria uguaglianza.  Questo è uno di quelli: il diritto a non immolarsi per l’erotismo.

Credits Immagini: ilbellodellapsicologia.it; professioneantropologo.it

 

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