AttualitàViolenza di genere

“Nome di donna”, una storia di molestie sul posto di lavoro.

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Di Laura Porta

 

Il sigillo profondo del saccheggio sessuale (…) più ancora di altri traumi crea silenzio.

Cancella le parole, paralizza la mente apponendovi il marchio della vergogna: disumanizza

la vittima, ma anche l’aggressore, perché distrugge in entrambi una delle capacità

più umane, quella di narrarsi. La violenza sessuale, colpendo il corpo,

colpisce la parte più incorporea della persona.

(L. Zoja, Centauri. Alla radice della violenza maschile. P. 49)

 

È uscito lo scorso 8 marzo il film “Nome di Donna”, di Marco Tullio Giordana, un evento atteso per gli amanti del regista. Sono passati sei anni dal suo ultimo film, un cinema appassionato ai diritti e alla civiltà non solo come percorso della collettività, ma anche come cammino interiore individuale.

La storia è semplice, il film quasi didascalico, scelta indubbiamente consapevole del regista per mettere in risalto la complessità dei movimenti interiori dei protagonisti.

Ambientato in una lussuosa casa di riposo per anziani facoltosi, la protagonista Nina è una ragazza socialmente fragile, disoccupata da un anno dal suo lavoro di restauratrice e con una figlia a carico che ha cresciuto da sola. Ottiene un lavoro da inserviente, inizialmente tutto procede per il meglio, finchè una sera viene convocata nell’ufficio del direttore, il Dott. Torri.

nome-di-donna2Ciò che le viene detto senza troppi mezzi termini lascia senza parole: sarebbe stato meglio che si fosse presentata con gli abiti da lavoro, richiesta che lascia intendere le piccole perversioni sessuali del direttore, che infine la mette letteralmente “al muro”, con prova tangibile della sua eccitazione maschile. Nina si defila spaventata, angosciata e carica di rabbia si dirige immediatamente a casa di una collega dove si trovano riunite anche altre colleghe per una serata in compagnia. Ne è quasi certa, loro sapevano che la sua sospetta convocazione serale sarebbe finita così, perché non gliel’hanno detto? Incontra fin da subito un muro di omertà.

Se torna sul posto di lavoro sarà inevitabilmente sottoposta alla pressione costante del direttore, che l’ha lasciata andare quando si è svincolata, dicendole laconicamente che se avesse voluto conservare il suo posto avrebbe dovuto prima o poi cedere.

Si sente in trappola, braccata, sola. Se si licenzia dovrà rinunciare alla sua indipendenza economica, ma acconsentire significherebbe contribuire allo schifo, al sopruso, all’abuso di potere.

Ne parla con il fidanzato, che frequenta da poco tempo, e decide con il suo sostegno di interpellare i sindacati, che esortano le lavoratrici vittime di abusi a denunciare. Ne emerge un quadro grottesco, l’ambiente è malsano e viziato da anni, ufficiosamente si sa, ufficialmente nessuna ha mai avuto il coraggio di denunciare.

Le donne prescelte ed appositamente assunte hanno un profilo simile a quello di Nina, donne fragili psicologicamente e socialmente, che hanno un margine di scelta molto ridotto. Ma le risposte alla “trappola” sono molto diverse. Qualcuna si è licenziata all’improvviso, facendo perdere le sue tracce e rifiutandosi di parlare dell’accaduto per paura. Qualcuna addirittura si è innamorata del direttore e patisce pene d’amore per non essere più l’unica donna da lui convocata seralmente. Un’altra ragazza, vittima in giovanissima età di uno stupro da parte del padre, è tragicamente rassegnata ed abituata alla violazione dei limiti.

Il primo tentativo di denuncia di Nina non va a buon fine. La sua parola contro quella del direttore: lui non l’ha mai vista e non sa nemmeno chi sia, si è inventata tutto. La delusione e l’umiliazione vengono accresciute da un accanimento di alcune colleghe che la emarginano e la attaccano. Sul posto di lavoro sembra essere divenuta trasparente, nemmeno il cappellano sembra interessato alla sua storia. Ne emerge un mondo maschile cinico, spietato e vigliacco.

Ma ci sarà un secondo tentativo, ed una svolta, una piccola vittoria in quello che sembra un mare di putridume nell’abile conclusione del regista, che con l’ultima inquadratura ci trasmette il messaggio che non è finita qui e che c’è ancora un lungo cammino da percorrere.

Giordana ci tiene a specificare che questo non è un film sugli abusi sessuali, ma sugli abusi di potere, meccanismi ancestrali e diffusissimi che vedono i maschi protagonisti di impulsi selvaggi e antichi di prevaricazione con la violenza, fisica o psicologica. Ci tiene anche a specificare che non tutti gli uomini sono così, per questo ha voluto lui, uomo, mettere in scena la miseria di ciò che avviene.

Ridursi a ricattare una donna fragile con il proprio potere non fa onore ad alcun maschio, lo rende misero e vuoto. C’è molto lavoro da fare, a partire dal dare voce all’impossibile a dirsi, a ciò che avviene tra il molestato e il molestatore. Un gioco di ricatto, di sopruso fisico e psichico che passa attraverso la violazione del corpo e soffoca la parola.

Giordana riesce a mettere in scena questo impossibile, senza cadere nella retorica o nelle polarizzazioni ideologiche troppo frequenti quando si parla di questi argomenti. Come al solito il suo sguardo sensibile e attento è riuscito a renderci partecipi del dramma senza spettacolarizzazione, in questo caso ricorrendo anche alla massima essenzialità degli artifici cinematografici. Gli spettatori si sentono membri di una giuria di un tribunale americano: senza fronzoli e con obiettività, questi sono i fatti. Un confine molto chiaro viene violato: noi da che parte stiamo?

Image credits: leggo.it e filmitalia.org

 

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