Attualità

Noia da quarantena: la più sterile delle passioni o desiderio dell’Altrove?

A cura di Katia Filardi

“Io non sapevo dove andavo; mi sembrava di correre alla ricerca di qualche cosa che, per quanto corressi, restava irraggiungibile. Questo qualche cosa era sempre davanti a me, laggiù, in quel gruppo di alberi, su quella collina, in quel vallone, su quel ponte, ma una volta raggiunti il gruppo di alberi, la collina, il vallone, il ponte, non c’era più niente e io dovevo di nuovo mettermi a correre a perdifiato verso nuove mete fittizie.” A. Moravia, La noia, pag. 303.

In questi giorni un sipario triste è calato sulle nostre città: la musica vitale dell’operatività ha lasciato il posto ad un silenzio roboante, interrotto solo dalle sirene delle ambulanze che passano senza sosta e dal suono cupo delle campane che continuano a scandire, ignare di tutto, lo scorrere del tempo. Dentro le nostre case, trasformatesi per l’occorrenza in studi, uffici, asili, scuole e perfino ristoranti, ciascuno fa i conti, per come può, con l’isolamento e l’immobilismo psico-fisico a cui siamo tutti chiamati e pochi, forse nessuno, abituati.

Tra i tanti vissuti che accompagnano la quarantena – quali paura, angoscia, panico, ansia, rabbia, frustrazione – ve ne è uno che sembra avere un peso rilevante: la noia. Sopore dell’animo, paralisi della volontà, luogo di sospensione del mondo: la noia aleggia oggi più che mai sulla vita degli uomini come una nebbia silenziosa. Del resto, per come siamo abituati a vivere, l’immobilismo psico-fisico prolungato è una dimensione che non conosciamo, se non nelle forme negative della noia e della depressione dell’umore.

Fino ad oggi, le nostre vite erano costruite a prova di bomba contro la noia: iper-connessi, sempre impegnati in un nuovo lavoro, in un nuovo sport, nell’acquisto di un nuovo oggetto, in prima linea a quell’aperitivo o a quella cena. Ogni interstizio temporale era riempito da un febbrile attivismo, pronto a cancellare la minaccia di ogni spazio vuoto e a garantire l’euforia e lo stordimento. Poco importava se l’euforia e lo stordimento erano illusori, se l’euforia del nuovo, ricercato a tutti i costi, generava sempre la stessa insoddisfazione, e se il nuovo che avrebbe voluto evitare la noia non era mai realmente nuovo, ma semplicemente un cattivo antidoto che finiva per potenziare quella stessa noia che si voleva combattere. La soluzione era comunque a portata di mano. Bastava non scendere mai dalla giostra, e potenziare ulteriormente l’attivismo febbrile innescando quel circolo vizioso, delizia e morte dei tossicodipendenti, che recita così: se l’effetto della droga passa, bisogna solo aumentare la dose.

Tutto questo iperattivismo ha lo scopo di proteggerci dalla noia e, più profondamente, di fornire una illusoria soluzione di massa all’infelicità umana – come se l’infelicità umana, a dispetto di quanto affermato dalla letteratura prima e dalla psicoanalisi poi, fosse contingente e non strutturale. L’effetto di questo iperattivismo è sotto gli occhi di tutti: siamo malati, drogati, dipendenti dal sistema capitalistico e soprattutto inebetiti, cioè privi di quello spessore e quella consapevolezza che ci farebbero trovare una via costruttiva per avvicinarci, ciascuno a suo modo, all’infelicità della propria vita, un’infelicità che non è data, come vorremmo credere, in modo esclusivamente contingente, ma che accompagna strutturalmente la vita umana in quanto tale.

Credo siano illuminanti le parole dette al riguardo da una ragazza in una nostra video-seduta: “credo che il senso di noia e di disagio che provo in questi giorni non siano dovuti alla chiusa da quarantena… cioè la verità è che sono insofferente alla quarantena perché mi costringe all’appuntamento con me stessa, quello in cui mi chiedo cosa faccio, cosa desidero, chi sono… un appuntamento a cui finora ho sempre dato buca perché impegnata da altro, dagli aperitivi, dalle relazioni superficiali, dalla droga”.

Ma allora siamo proprio sicuri che la noia è solo un demone da cui stare lontani? E se essa fosse invece un momento necessario alla vita? Siamo sicuri sia solo la “più sterile delle passioni” di leopardiana memoria, e non anche il desiderio di altrove? E se è vero, come dicono le nostre nonne, che non tutti i mali vengono per nuocere, non può essere altrettanto vero che la noia della quarantena potrebbe insegnarci qualcosa? Sicuramente nella noia si fa esperienza del tempo che gira su se stesso in una ripetizione priva di vita: tutto diventa grigio, appiattito, scontato, già saputo, già fatto. L’annoiato sa che non c’è più niente che lo toccherà, che lo solleverà dal torpore in cui vive, che lo farà vibrare. Egli fa esperienza, almeno in prima battuta, del mondo come un orizzonte chiuso, stretto, soffocante.

Ma si esaurisce qui l’esperienza della noia? Nella noia non si fa anche esperienza della spinta a riaprire, a rinnovare il proprio orizzonte? Del resto, l’annoiato è stufo del mondo così come è, non del mondo come tale: la noia evoca sempre la presenza di un altrove, di un’attesa, di una preghiera. Ce lo insegnano i bambini che in questi giorni, dopo aver riesumato tutti i giochi possibili presenti nei loro bauli, annoiati volgono lo sguardo altrove, verso una semplice scatola di cartone, e spinti dalla noia la osservano e la trasformano: quella scatola insulsa è ora una navicella spaziale pronta a condurli altrove. La noia ci spinge a svolgere lo sguardo altrove. Dove? Verso noi stessi, verso gli altri.

Dalle finestre delle nostre case guardiamo il mondo e contempliamo il miracolo della natura che si compie davanti ai nostri occhi: superato il freddo dell’inverno e riscaldato dai raggi del sole tiepido di Primavera, il fiore di pesco sboccia, gli uccelli cinguettano, la vita germoglia. La natura resiste, la natura insegna: resistere si può, resistere si deve.

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