Attualità

Niente più cani e gatti serviti in tavola: il coronavirus e la chiusura dei wet markets

A cura di Ilaria Prazzoli

Probabilmente, mentre leggete queste righe seduti sul divano, il vostro cane è poco distante da voi, beatamente appisolato nella sua cuccia. Il gatto, invece, molto più riservato, è quasi certamente nascosto in qualche strano angolo della casa a riposare. Finalmente sono tranquilli; hanno smesso di ficcanasare senza sosta in cucina, nella speranza di racimolare qualche briciola rimasta dal pranzo. Ogni giorno è sempre la stessa storia: che sia a colazione, a pranzo o a cena, la loro espressione implorante e caritatevole arriva puntuale come un orologio svizzero. E alla fine, nonostante tutti i buoni propositi di fermezza, l’ultimo boccone di polpetta finisce sempre a loro. 

Bene, ora immaginate che quella polpetta, che sul bancone del supermercato vi sembrava tanto appetitosa, sia una polpetta di cane. Una polpetta del vostro cane: di Zoe, Vicky, Pluto, Artù. Vi sembra assurdo e raccapricciante, vero? Eppure, in molte zone dell’Asia è la normalità. 

Si stima che siano circa trenta milioni i cani e i gatti che ogni anno, in vari Paesi dell’Asia, vengono macellati per il consumo alimentare. Si tratta di Cina, Giappone, Vietnam, Indonesia, Thailandia: tutti territori i cui ristoranti prevedono pietanze a base di animali domestici. Di questi trenta milioni, circa il 70% è composto da cani sottratti alle famiglie o trovati per strada; la restante parte, invece, proviene da allevamenti improvvisati, nei quali gli animali – rinchiusi all’interno di gabbie strettissime e nutriti soltanto con scarti di cibo – attendono di raggiungere le dimensioni adeguate, per essere venduti sul mercato. 

A porre fine a queste dolorose esistenze, poi, non è neanche una morte rapida e indolore: spesso, prima di essere uccisi, gli animali vengono maltrattati, scuoiati vivi o sottoposti a scariche elettriche, per stimolarne la produzione di adrenalina. Responsabile è l’assurda convinzione che questo ormone, in circolo appena prima della morte, possa rendere la loro carne più tenera e gustosa. Secondo queste modalità, ogni anno in Cina vengono torturati e trucidati vivi milioni di cani; specialmente nel mese di giugno, periodo nel quale è tradizionalmente celebrato lo Yulin Dog Meat Festival (il Festival della carne di cane). 

Ma il sangue animale che imbratta le mani degli uomini non appartiene soltanto a cani e gatti: le sfumature di rosso sono centinaia. D’altronde, la crudeltà umana non conosce limiti, specialmente quando può far girare la ruota dell’economia. 

In Cina sono ritenute commestibili, e quindi destinate al mercato alimentare, anche specie animali estremamente inconsuete o rare, come cammelli, tartarughe, rane, pipistrelli, alpaca, volpi, renne e struzzi. Tutti questi animali vengono venduti legalmente: ciò significa che esistono delle leggi che ne tutelano il massacro. Ovviamente, queste non sono sufficienti a placare la sete di sangue e denaro dell’uomo; e nei retrobottega dei wet market, lontani da occhi indiscreti, si consuma contemporaneamente anche il traffico illegale di animali esotici (come tigri, scimmie e pangolini).  

I wet markets – letteralmente i “mercati bagnati” – sono mercati specializzati nella vendita di animali ritenuti commestibili; in altre parole, delle vere e proprie camere di tortura. Il loro appellativo è tutt’altro che casuale, perché questi macelli sono veramente bagnati dal sangue che vi sgorga copiosamente. Si tratta di mercati di animali vivi, nei quali la popolazione asiatica si reca quotidianamente per fare la spesa. 

Il fatto che gli animali sono macellati e venduti sul posto sembra non turbare l’opinione pubblica. D’altronde, come potrebbe? I wet markets sono un patrimonio culturale ormai fortemente radicato nel mondo asiatico. Inoltre, in questi Paesi la carne macellata sul posto è considerata ‘’più fresca’’ di quella venduta nei normali supermercati, in condizioni “sterili”. E nessuno sembra essere minimamente sfiorato dall’ipotesi che il continuo accumulo di carcasse possa rappresentare un potenziale veicolo di infezione.

Sono numerose le associazioni animaliste che da anni si battono per la salvaguardia dei nostri amici a quattro zampe (e non solo). Ma dopo centinaia di campagne, petizioni e manifestazioni, l’unico concreto bagliore di speranza sembra paradossalmente provenire dal Coronavirus. Come è noto, infatti, l’epidemia di Covid-19 ha avuto origine dal consumo di carne di un qualche animale esotico, probabilmente un pipistrello. È dunque altamente probabile che il passaggio del virus da animale a uomo si sia verificato a Wuhan, proprio all’interno di un wet market. Ciò significa che questi ‘’mercati bagnati’’, sudici e contaminati, possono rappresentare un pericolo mortale anche per gli esseri umani. L’acquisizione di tale consapevolezza, purtroppo, non ha provocato la loro chiusura, o almeno, non ancora; ma ha portato comunque a risultati importanti.

Per la prima volta nel corso della storia, il Ministero dell’Agricoltura e degli Affari rurali di Pechino ha proposto l’esclusione di cani e gatti dall’elenco degli animali commestibili. La bozza del provvedimento spiega come oggi il ruolo di queste specie sia mutato rispetto al passato, quando li si considerava alla stregua di animali da carne. Essi sono diventati a pieno titolo animali da compagnia, e come tali non possono più essere mangiati. La strada verso una reale salvaguardia animale è ancora lunga, ma questo potrebbe essere il primo – grandissimo – di molti traguardi.  

La Cina, sebbene oggi gravemente piegata dall’epidemia, è da sempre una delle maggiori potenze economiche mondiali. Continuerà sicuramente ad esserlo anche senza il mercato di cani e gatti. La sua cucina, inoltre, è una delle più rinomate al mondo: non sarà certo l’assenza di involtini di gatto sul menù a ridurne la fama.  

 

FONTI

corriere.it

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wisesociety.it

ilfattoalimentare.it

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