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Nasce a Milano la Fondazione Empatia: verso una reale integrazione delle esperienze

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Di Roberta Cacioppo

 

Non sto cercando un’assoluzione, il perdono per le cose che faccio.

 Ma prima che tu giunga a qualsiasi conclusione, prova a camminare nelle mie scarpe.

Inciamperai nei miei passi, farai gli stessi incontri che ho fatto io,

se proverai a camminare nelle mie scarpe”.

Depeche Mode

 

La saggezza popolare ci dice che chi gira il mondo, conosce persone ed entra in contatto con loro, torna a casa propria arricchito, e che questo lo aiuterebbe a essere spontaneamente più capace di integrare le diversità, non affrontandole come nemici da combattere, o non limitandosi alla banalità della tolleranza. L’epoca attuale sta facendo i conti con società sempre più complesse, che devono affrontare sfide un tempo impensabili, fatte di incontri che troppo spesso si riducono a veri e propri scontri. I gruppi di persone si fanno sempre più omogenei, cristallizzandosi attorno alle similitudini, e affrontando ciò che è estraneo con barriere o con la guerra. È questo uno dei risultati di decenni di iper-individualismo, fondato e sviluppato sul tema del consumo, dell’accumulo, dell’usa-e-getta, che ha comprensibilmente importanti ricadute anche su come ciascuno di noi investe nelle relazioni umane.

A Milano la scorsa settimana è stata presentata la prima Fondazione Empatia italiana: una sfida nata da un ex dirigente d’azienda – Giannantonio Mezzetti -, che ha l’obiettivo di favorire e promuovere processi partecipativi, creando un circolo virtuoso di conoscenza, apertura, e quindi di inclusione.

Empatia – etimologicamente dal greco “sentimento dentro” – evoca l’esperienza della partecipazione alle emozioni altrui. Ciò che in italiano si intende con “mettersi nei panni altrui”, e che l’autore inglese della canzone citata all’inizio di questo articolo traduce con “camminare nelle mie scarpe”. Si tratta di un termine usato e abusato. Ma come mai, dato che a conti fatti non è qualcosa che siamo così abituati a vivere nel quotidiano? Perché nella vorticosa realtà in cui siamo immersi, facciamo tante esperienze, ma non è detto che questo significhi viverle appieno. Non è, infatti, realistico pensare che la moltitudine di connessioni umane che mettiamo in atto ogni giorno siano per noi fonte di esperienze empatiche. Inoltre, le caratteristiche intrinseche dei mezzi di comunicazione informatica che così tanto utilizziamo, implicano fisiologicamente una valorizzazione dei contatti con le persone più simili a noi. Il che significa, se ci fosse bisogno di sottolinearlo ulteriormente, che l’esperienza empatica rimane in realtà ancora meno accessibile.

 

L’assessore alle Politiche Sociali, Salute e Diritti del Comune di Milano Pierfrancesco Majorino ha dichiarato: "Con questo progetto facciamo una grande scommessa. Viviamo ogni giorno il corpo a corpo tra precarietà e risposte al bisogno e questo ci pone domande nuove. Questa Fondazione è una opportunità per farcela. Dalle biografie di chi compone il comitato etico si comprende quale sia l'orientamento e quale la forza di questo progetto che unisce ciò che è già vicendevolmente partecipato, ovvero cultura e pratica sociale, arte e bellezza come cura e restituzione nel sociale. La fragilità non è da eliminare, ma da includere e far propria".

 

A Londra un museo del genere esiste già da diverso tempo. È un luogo in cui l’esperienza concretamente coinvolgente inizia all’ingresso quando, letteralmente, dichiarando il proprio numero di piede, vengono fatte indossare scarpe altrui: per esempio di un rifugiato, o di una persona che abbia subito qualche tipo di esperienza violenta.

Attraverso il potenziamento della capacità di ciascuno di noi di mettersi nei panni altrui - di un rifugiato, di una persona che soffre un disagio psichico, o una disabilità -, il tentativo è di quello di osservare e in parte sperimentare il mondo con gli occhi di un bambino, di un migrante, di un cieco, di chi subisce atti di bullismo. Il punto è cercare di fare in modo che l’empatia diventi esperienza quotidiana, e non relegata a situazioni specifiche o settoriali, attraverso una conoscenza diretta, esperienziale.

Ecco perché in Italia è stato coinvolto tra i testimonial anche il disegnatore Bruno Bozzetto, che realizzerà un film proprio sull’empatia. L’animazione è, infatti, un mezzo di comunicazione immediato e fruibile, strumento grazia al quale per ciascuno di noi può essere facile identificarsi con qualche personaggio o parte di esso. Basti ricordare l’effetto che ha avuto un paio di anni fa il film “Inside out” (quello sulle emozioni, protagoniste indiscusse del mondo interno della bambina cui appartenevano).

L’empatia, infatti, non può essere efficace e presente nella nostra vita quotidiana se non uscendo dall’accademia per entrare nell’esperienza comune e condivisa.

 

Credits foto: http://www.artapartofculture.net/; http://www.bozzetto.com/

2 pensieri su “Nasce a Milano la Fondazione Empatia: verso una reale integrazione delle esperienze

  1. CERTO, UN ATTEGGIAMENTO EMPATICO E’ VITALE PER IL PROSSIMO E VIVIFICANTE PER TUTTI NOI, PURCHE’ NON DISCONTINUO ED EPISODICO.

    CIO’ VALE SIA PER L’ACCOGLIENZA DEI MIGRANTI CHE PER I BISOGNOSI ‘INDIGENI’. QUINDI, NESSUNA DISCRIMINAZIONE, MA ATTENZIONE AL FATTO CHE NON DOBBIAMO ACCORGERCI DELLE NECESSITA’ DI CHI CI RAGGIUNGE DA UN PAESE STRANIERO AVENDO MAGARI TRASCURATO PER ANNI COLORO CHE CI VIVONO ACCANTO O NELLE STRADE : LA SOLIDARIETA’ DEVE ESSERE A 360° ED EMERGERE SPONTANEAMENTE, SENZA OBBEDIRE ALL’INPUT DERIVANTE DA ETNIE CHE CI GIUNGONO IN CASA, SICURAMENTE DA SOCCORRERE ED AIUTARE, AVENDO PERO’ TRALASCIATO COLPEVOLMENTE I FRATELLI E LE SORELLE DEL NOSTRO PAESE.
    SI’ ALL’EMPATIA, ALLORA, MA PER TUTTI, E IN TEMPO, INDISTINTAMENTE.

  2. Sono stata alla presentazione ,è un bellissimo progetto,una grande opportunità per chi vuole veramente “conoscere l’altro” , mettersi nei panni e condividere esperienze che vadano al di là di un superficiale sguardo

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