Cultura vs. Discriminazioni

Lo stupro tra le mura della casa di carta

A cura di Ilaria Prazzoli

 

Meschino, vile, codardo, depravato. Chi, guardando La Casa di Carta, non ha mai affibbiato almeno uno di questi aggettivi al personaggio di Arturo Román?  In qualsiasi serie tv che si rispetti vi sono alcuni personaggi che conquistano il cuore e altri che fanno ribollire il sangue; e Arturito rientra senza dubbio in questa seconda categoria. 

La Casa di Carta (nome originale La Casa de Papel) è una serie TV prodotta nel 2017 in Spagna e presto spopolata in tutto il resto del mondo. La trama narra gli sviluppi di un’ambiziosa rapina alla Zecca di Spagna, un progetto così surreale da tenere incollati gli spettatori fino all’ultimo episodio. 

C’è chi l’ha divorata tutta d’un fiato e chi invece centellina le puntate come gocce di un prezioso elisir. Probabilmente, un elisir contro la noia da quarantena. Qualunque sia la scelta di fruizione, comunque, è inutile negarlo: la quarta stagione, uscita lo scorso 3 aprile, ci ha tenuto compagnia in questi giorni di reclusione come nessun’altra serie TV. 

Arturo Román, ex direttore della Zecca di Stato spagnola, è uno dei civili tenuti in ostaggio dalla banda di rapinatori. Spavaldo all’apparenza, ma con il cuore di un coniglio, nel corso delle quattro stagioni si contraddistingue esclusivamente per atteggiamenti subdoli e vigliacchi: dal tradire la moglie con la giovane segretaria, al manipolare gli altri ostaggi per il solo tornaconto personale. Si direbbe essere un sofista del XXI secolo, maestro nell’arte del parlare bene, ma incapace di agire in prima persona. 

Ma ciò di cui si macchia negli ultimi episodi della quarta stagione supera persino la peggiore delle aspettative sul suo conto. Arturo Román convince Amanda, uno dei tanti ostaggi rinchiusi nella Banca, ad assumere dei tranquillanti da lui offerti, con la scusa di calmare ansia e paura. Quando la donna comincia ad accusare sonnolenza, l’uomo abusa sessualmente di lei, slacciandole i vestiti e toccandola in ogni parte del corpo. Sebbene troppo frastornata e confusa dai farmaci per reagire, Amanda è cosciente: così, impotente, assiste all’esperienza più tragica della sua vita. L’esperienza che l’avrebbe segnata per sempre, e che mai si sarebbe potuta perdonare. 

Arturo, che mi hai fatto quando mi sono addormentata?”

“Non so di che parli, Amanda”

“Hai abusato di me, mi hai drogato. Mi hai dato dei tranquillanti e me ne hai fatti prendere più del necessario. Ho perso i sensi, ma prima di addormentarmi ho visto che ti avvicinavi, che mi toccavi il collo, il seno, che mi alzavi le mutandine. Mi hai stuprata, Arturo, mi hai drogata e hai abusato di me.”

“Amanda, sicuramente sei nervosa e confusa, e per questo motivo crei immagini di cose che non sono successe. O magari hai fatto un sogno erotico su di me, un sogno un po’ spinto…Beh, non mi importa di essere l’oggetto del tuo desiderio; ma da questo, ad accusarmi di qualcosa che ho sempre aborrito e detestato, no! Io, che sono sempre stato un difensore ad oltranza dei diritti delle donne e ho sempre promosso il loro rispetto, non ti permetto di dire questo! Eri solo molto spaventata e avevi un attacco d’ansia. È normale.”

Eccoci ancora qua, di fronte all’ennesimo caso di abuso sessuale fatto passare per “allucinazioni dovute all’ansia” o peggio, per un “sogno erotico” nei confronti dello stupratore. Amanda è riuscita a confessare, e nonostante ciò è stata messa a tacere. Accusata di delirare, è stata dipinta come una pazza e una bugiarda. Ancora una volta, dunque, la voce decisa dell’uomo zittisce quella più flebile della donna. Ma non importa, perché i presenti hanno udito le sue parole, e le hanno creduto. A lei, non all’ex direttore della Zecca di Spagna.  

Amanda è stata coraggiosa, e al silenzio ha preferito la giustizia. Non tutte le vittime di stupro, però, trovano sempre la stessa forza di reagire. Il sentimento di umiliazione e la vergogna della propria ingenuità, a volte, bastano a chiudersi in se stessi e a non farsi aiutare. Purtroppo, il meccanismo di autodifesa che più frequentemente scatta nella mentalità di chi ha dovuto fronteggiare traumi così profondi, è tentare di accantonare il ricordo, incatenarlo in qualche angolo lontano della memoria e fingere che non sia mai accaduto. I passi successivi sono quelli della depressione e dell’isolamento, perché la paura che famigliari e amici possano venire a conoscenza dell’accaduto è una prospettiva troppo umiliante.                                         

Ma la solitudine non è certamente una garanzia di serenità. Essa è deleteria in condizioni normali, nella vita di tutti i giorni; figuriamoci quale arma letale potrebbe rivelarsi, insidiandosi in un’anima fragile e straziata dal dolore. La solitudine, come un parassita invisibile, prosciuga piano piano la linfa vitale dal corpo e dalla mente; e quello che oggi è uno splendido fiore, domani potrebbe trasformarsi in un mucchio di petali rinsecchiti. L’antidoto? Il calore umano, gli affetti, la comunicazione.

Amanda lo ha capito, e ha parlato. Sebbene con voce sommessa, si è liberata di quel parassita che con il tempo l’avrebbe deteriorata. Non c’è vergogna nel denunciare una violenza sessuale; vergognose e riprovevoli sono, piuttosto, giustificazioni quali “Non l’ho stuprata, è lei che ha fatto un sogno erotico su di me”, oppure la più classica “Mi ha provocato lei, indossava una gonna cortissima”.

Se Amanda fosse stata sola, probabilmente Arturo avrebbe trovato il modo di insabbiare la sua testimonianza, magari ricorrendo al ricatto. Ma lei è stata doppiamente coraggiosa, perché non solo ha trovato la forza di denunciare il proprio aggressore guardandolo dritto negli occhi; ma l’ha fatto di fronte a decine di persone. E questa è stata la sua polizza salvavita. Il mondo le ha creduto, e ha stretto forte la mano che lei tendeva debolmente verso di lui. 

Perché, in fondo, la verità è questa: quando il peso della vita ci sembra insostenibile, 

“A volte tutto quello di cui abbiamo bisogno è qualcuno che ci tenga la mano e cammini con noi”

(James Fray, L’ultimo testamento della Sacra Bibbia)

FONTI

www.stateofmind.it

CREDITS

Copertina

Immagine 1: Locandina Netflix

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