Attualità

Life, Animated. Un film sull’autismo

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Di Laura Porta.

A febbraio è uscito anche in Italia il film documentario tratto dall’omonimo libro: “Life, Animated” il cui autore è Ron Suskind, giornalista e padre del protagonista Owen.

È la storia di un bambino che, all’età di tre anni, anziché progredire col naturale sviluppo delle capacità motorie e verbali, va incontro a una sorta di regressione, smette di parlare se non attraverso un borbottio continuo ed incomprensibile, si chiude sempre più in se stesso fino a rendersi irraggiungibile dai suoi genitori, il suo sguardo diventa fisso ed esprime angoscia.  Gli viene diagnosticata una forma di autismo, i medici informano la famiglia che potrebbe non riacquistare più l’uso della parola. Solamente una cosa Owen continua a fare, insieme al fratello maggiore: guardare i lungometraggi animati Disney.

Un giorno, durante il compleanno del fratello maggiore, Owen vedendolo piangere esordisce dicendo ai genitori una frase tratta dal Libro della Giungla: “Waltz piange perché non vuole crescere”, come Mowgli o Peter Pan. E’ una svolta. I genitori capiscono che Owen usa i cartoni animati, che tanto ama, come filtro per proteggersi dal mondo e strumento per comprenderlo meglio. È la prima volta che parla con loro dopo più di un anno di silenzio. È in quel momento che il padre ha un’intuizione: prendendo in mano il peluche del pappagallo Jago del film Aladdin, e imitandone la voce, inizia a parlare con il bambino. I due hanno una conversazione di circa un minuto, un sentiero è aperto: i film della Disney potrebbero essere la chiave per aiutare Owen a riconnettersi con il mondo esterno: da quel momento iniziano a parlargli mimando le scene Disney, usando pupazzi ed attività ad esse inerenti. Owen riesce ad interagire con gli altri grazie ai personaggi dei cartoons, impara le loro battute a memoria. I cartoni, le storie dei suoi beniamini, sono per lui lo strumento per decodificare un mondo che non riesce a comprendere. “Il re leone”, “Il libro della giungla”, “La sirenetta” rappresentano semplificazioni della vita, situazioni che non serve decodificare, universalmente comprensibili. Owen riesce a comunicare prendendo in prestito le loro immagini e le loro battute, riesce a dare senso alla propria vita destreggiandosi tra il caos dell’esperienza reale e l’ordine prevedibile dei copioni e delle immagini Disney.

Il documentario ripercorre, in maniera a volte didascalica eppure necessaria, le diverse fasi della vita del ragazzo, il suo percorso verso la maturità. Owen negli anni è riuscito a migliorare, fino a diplomarsi e ad andare a vivere da solo in appartamento, sebbene all’interno di una comunità protetta. Egli ha incontrato anche l’amore e le sue sofferenze, ma grazie all’affetto e all’attenta presenza della famiglia è riuscito a superarne gli ostacoli, accettando che la vita, a differenza dei cartoons, non ha sempre un “happy end”.

Così ne parla il padre Ron, nel suo libro vincitore del Premio Pulitzer: “Owen è una persona unica per molte ragioni, prime fra tutte la sua apertura emotiva e la sua scrupolosa onestà. La sua visione del mondo è straordinaria perché è sgombra dalle molte convenzioni sociali il cui scopo primario è limitare il comportamento e frenare la spontaneità. E questo per me è un concetto fresco e nuovo. Ciò che Owen ha fatto semplicemente vivendo la sua vita immerso in miti e favole è stato trovare un modo per dissezionare il mondo, e nel farlo è arrivato a una comprensione incredibilmente saggia della condizione umana. Quello che Owen trae da queste storie classiche è una comprensione del mondo che è profonda e completa quanto stimolante e istruttiva. È stato importante per me entrare nella testa di Owen e raccontare la sua storia dal suo stesso punto di vista. Troppo spesso il mondo guarda in cagnesco le persone che escono fuori dai confini delle convenzioni della società. Questo film parla proprio del guardare a uno di questi outsider fin nel minimo dettaglio, ma dall’interno e guardando verso fuori, al mondo”.

life1Una descrizione che può facilmente apparire come un’idealizzazione, tentazione fin troppo facile quando si parla dei propri figli, ma le parole di Ron Suskind ci mettono di fronte anche alla comune ripugnanza per i “diversi”, che vengono emarginati in quanto presenze perturbanti. Di recente molte persone autistiche hanno iniziato a descrivere ai “neurotipici” – questa è la “diagnosi” con cui i normali vengono da loro identificati –  la loro condizione. Si è creato un movimento identitario tramite il cyberspazio. Il più importante di questi movimenti, fondato dalla sociologa australiana Judy Singer(1), sostiene che la società moderna, a immagine di una maggioranza di neurotipici, non è in grado di ascoltare, comprendere, saper aspettare le prese di turno nella conversazione tipiche di quella che Singer definisce la “neurodiversità”, e che in altri termini chiameremmo psicosi. Si tratta, secondo l’autrice, di diagnosticare una società febbrile, scandita da ritmi e incontri troppo ravvicinati, incapace d’intervalli, che pretende omogeneità e opprime la differenza.

Lo psicoanalista francese Jacques Lacan lo affermava quasi un secolo fa: quando ci relazioniamo a soggetti strutturati secondo una modalità psicotica dobbiamo imparare a regolarci, a regolare la nostra posizione per metterci in ascolto. Dobbiamo imparare ad accogliere la loro alterità, per quanto perturbante, per aiutarli ad umanizzare le loro vite.

Non sempre, nella storia, l’approccio terapeutico all’autismo e alle psicosi si è attenuto a queste indicazioni. Ciò che va per la maggiore, attualmente, è l’ammaestramento, per renderli il più possibile simili a soggetti normali. Ma come è possibile insegnare la normalità? Se la diversità è frutto di una propria percezione del tutto singolare del mondo, è davvero sensato imporre la nostra visione del mondo come l’unica possibile? Con quali risultati? La conseguenza è che le diagnosi di autismo sono in continuo aumento e i dati statistici internazionali mostrano quadri preoccupanti.

Un film che riporta al buon senso ed al rispetto per un’alterità enigmatica, che si discosta dalla celebrazione di interventi terapeutici normalizzanti. Un elogio al metodo che la psicoanalisi da sempre predilige: un’attenta osservazione ed un ascolto fluttuante, per riuscire ad incontrare la misteriosa diversità dell’autismo, perché incontrare l’altro è sempre frutto di una raffinata ricerca, mai di un’imposizione.

(1) Singer Neurodiversity: the birth of an idea. Amazon Media EU, 3 July 2016.

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