leggi

Leggi a rischio

Pubblicato il Pubblicato in Attualità

Di Alessia Sorgato.

Fine anno: tempo di bilanci di vario genere, personali e nazionali.

In Italia se ne fanno pochi, non abbastanza comunque, e spesso non in maniera obiettiva.

In Italia la politica permea tutto, e quindi decide se e quando informare i cittadini di cosa sta o non sta facendo per loro.

Ora, per esempio, all’indomani della vittoria del no al quesito referendario che ci ha tenuti avvinti per settimane quasi esclusivamente a questo tema, ci informano (o ci angustiano) con i possibili scenari che si prospettano per il futuro ma nessuno ci sta spiegando che fine fanno i propositi messi in atto nel recente passato.

leggiNessuno ci sta spiegando se, per esempio, certe leggi che abbiamo fortemente voluto, richiesto, invocato perché ne abbiamo (chi più, chi meno) bisogno o opportunità, possano vedere finalmente la luce oppure finiscano in qualche dimenticatoio, politico o burocratico. Eppure alcune di queste normative sono pronte ed hanno alle spalle anni di lavoro ed impegno, da parte dei promotori e delle Commissioni che le hanno studiate.

Dall’altra parte, poi, stanno altre leggi che sono state promulgate effettivamente ma che contengono in sé dei vizi così macroscopici da essere state già mutilate dalla Corte Costituzionale, che ne ha dichiarato la parziale illegittimità.

Sarebbe straordinario passarle in rassegna tutte ed i temi che affrontano basterebbero da soli a dimostrarne l’importanza: bullismo, ius soli (ossia diritto agli stranieri di seconda generazione nati in Italia di ottenere la cittadinanza), testo unico sul pubblico impiego, jobs act, riforme ambientali (come la legge sulla governante dei parchi, quella sul consumo del suolo – che vuole limitare il cemento selvaggio – e quella a tutela dei piccoli borghi a rischio estinzione).

Purtroppo, per ragioni di spazio, dobbiamo limitarci a qualche accenno (con la speranza di tornare presto sull’argomento) e quindi scegliamo alcuni temi caldissimi, come la liberalizzazione dell’uso di cannabis.

L’11 novembre scorso i Radicali italiani e l’Associazione Luca Coscioni , assieme alle principali organizzazioni antiproibizioniste italiane, hanno infatti depositato alla Camera oltre 57 mila 500 firme a sostegno di “Legalizziamo!” a favore dell’utilizzo lecito di droghe leggere, ben 7500 in più del numero necessario.

Un analogo testo dell’intergruppo parlamentare denominato “cannabis legale” era già approdato in Commissione Giustizia e Politiche sociali alla Camera: 220 deputati ed 80 senatori sostenitori dell’idea che liberalizzare le droghe leggere in un paese come l’Italia, terzo in Europa per il consumo di cannabis ([1]), non significhi aumentarne il consumo ma, al contrario, ridurre la criminalità legata a coltivazione, trasporto e spaccio.

Il fronte antagonista è purtuttavia molto agguerrito e si è già dichiarato pronto a sommergere di emendamenti ogni testo sul tema, forte anche del dibattito tuttora acceso all’interno della magistratura. Vero è, comunque, che due anni fa la Consulta ha bocciato la legge che equiparava droghe leggere e pesanti.

La proposta – che ora sopravviverà alla crisi in quanto le leggi ad iniziativa popolare restano valide per due legislature, ma che inevitabilmente dovrà subire ritardi e sopravanzi da parte di azioni più urgenti – prevede il permesso di coltivare fino a cinque piantine di marijuana e detenere fino a 15 grammi per uso personale, e si spinge poi fino a proporre la depenalizzazione dell’uso di tutte le droghe, un po’ sul modello portoghese, i cui risultati sembrano essere molto positivi.

Il tema in Italia è scabroso per l’opinione pubblica, anche se ora si schierano dalla parte favorevole alla liberalizzazione anche personaggi pubblici illustri, molto amati dal pubblico e simboli di rettitudine.

Secondo qualcuno degli esperti – come ad esempio il Presidente dell’Associazione FreeWeed, Stefano Auditore Armanasco – “per il Governo Renzi, la liberalizzazione della Cannabis e della condotta coltivativa di autoproduzione non erano assolutamente in agenda, almeno fino al prossimo giro elettorale, e ciò nonostante la proposta dell’intergruppo  “Cannabis Legale” , che avrebbe forse anche avuto chances di passare alla Camera ma sicuramente nessuna al Senato”.

Ora tutto si rallenta e si complica ulteriormente.

Un’altra legge ora a rischio tratta il tema, molto attuale ed appassionante, dell’attribuzione del cognome della madre, su cui qui ci si limiterà all’aspetto recente della sua abilitazione (teorica) da parte di una sentenza della Corte Costituzionale.

Dopo le batoste ricevute dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo, che anche nel gennaio 2014 aveva condannato l’Italia per aver negato ad una coppia di trasmettere alla figlia il solo cognome materno, così violando il divieto di discriminazione tra uomo e donna, la battaglia giudiziaria è proseguita ed è da poco culminata con questa importante decisione. L’ha ottenuta una coppia italo-brasiliana, il cui figlio si trova nella strana e curiosa situazione di portare il cognome del solo padre qui in Italia, di cui è cittadino, mentre di usare congiuntamente anche il cognome di sua madre in Brasile, di cui del pari è cittadino, secondo la normativa rispettivamente in vigore nei due Paesi.

Grazie a questa peculiarità, quei genitori sono riusciti a far sollevare la questione da parte della Corte d’Appello di Genova, che ha adito la Corte Costituzionale  per ragioni di armonizzazione.

La Consulta è così intervenuta con una decisione storica che stabilisce l’illegittimità della norma che prevede automaticamente l’attribuzione del cognome paterno al figlio legittimo, anche in presenza di una diversa volontà da parte dei due genitori.

Quindi la coppia potrà accordarsi per attribuire il doppio cognome al bebè.

Peccato però che ora questa cesura non consenta l’operatività di tale eventuale accordo in maniera altrettanto automatica, quindi abbiamo bisogno di una legge che regoli la materia, ed per l’appunto questa che potrebbe venir rinviata ad oltranza, mentre l’Italia sistema problematiche più urgenti.

Di fatto esiste un disegno di legge (approvato dalla Camera ancora nel 2014), su cui il Senato non si è ancora pronunciato, secondo il quale i genitori (coniugati, NdA) potranno attribuire il cognome del padre o quello della madre oppure entrambi in ordine concordato.

Se non si accordano ai figli viene attribuito il cognome di entrambi i genitori in ordine alfabetico.

A sua volta il figlio che porta il doppio cognome dovrà decidere quale dei due potrà essere trasmesso dai propri figli ai nipoti.

Lunga pare invece ancora la strada per ottenere l’affiancamento del cognome della madre a quello del padre: si può presentare istanza al Prefetto, indicando le ragioni affettive o anche opportunistiche a tale scelta (ad esempio se il cognome della madre è famoso), reperendo il relativo modulo anche sul sito del Ministero dell’Interno. La percentuale di accoglimento della richiesta è molto alta, secondo le stime della Direzione centrale per i servizi demografici, forse anche grazie al fatto che l’Amministrazione dispone di soli 120 giorni per rispondere.

[1] Dati del Centro europeo per il monitoraggio delle droghe, c.d. Emcdda. La Relazione annuale 2015 del Dipartimento sulle politiche antidroga riporta i seguenti numeri: il 32% degli italiani ha provato la canna almeno una volta, quindi poco più che 12 milioni e mezzo di persone, tra i 15 e i 64 anni

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *