Violenza di genere

Le linee guida ospedaliere contro la violenza sulle donne: finalmente pubblicate

Di Alessia Sorgato

Sono in Gazzetta Ufficiale dal 30 gennaio 2018, e dovranno essere adottate entro un anno da allora, le linee guida nazionali per le Aziende sanitarie e le Aziende ospedaliere in tema di soccorso e assistenza socio sanitaria alle donne vittime di violenza.

Le si attendeva da un pezzo, direi in modo cogente sin dalla ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica (in breve, Convenzione di Istanbul), avvenuta nel giugno 2013, dove una norma specifica prevede “Servizi di Supporto generali” proprio per l’ambito precipuo della sanità e dei servizi sociali ed impone agli Stati di adottare misure per garantire l’accesso ad essi ed il successivo indirizzamento.

Non solo: anche il Piano di azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere, adottato nel luglio 2015, rinvia ai risultati di gruppi di lavoro appositamente costituiti, che riferiscano alla così definita Cabina di regia interistituzionale, e fra questi non può omettersi l’ambito sanitario che forse per primo apprende di casi concreti.

E infine, ma solo per riassumere, queste linee guida erano state previste anche dalla legge di stabilità del 2016, solo che i lavori di elaborazione hanno comportato molte sedute ed un coinvolgimento contestuale di svariati professionisti del settore, esperti nella violenza di genere e nel suo migliore trattamento, soprattutto in quello che spesso è il primo luogo di emersione del reato: l’ospedale.

Noi di Intrusi lo sappiamo molto bene, visto che una delle socie fondatrici dell’Associazione Amici della Casa dei Diritti del Comune di Milano, la dott.ssa Nadia Muscialini, è stata una delle figure coinvolte a partecipare ai tavoli di approfondimento e stesura del testo poi confluito del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri dello scorso 24 novembre 2017.

In sintesi si può presentare questo lavoro come una serie di indicazioni che tracciano il percorso che garantirà alle donne vittime di violenza un’adeguata e tempestiva presa in carico, dal triage fino all’accompagnamento e/o orientamento, se consenzienti, ai servizi pubblici e privati dedicati presenti sul territorio ( ).

Il provvedimento aveva già ricevuto l’intesa Stato-Regioni, sempre in novembre, di tal che la sua pubblicazione è frutto di un lavoro davvero discusso e condiviso, il che però ora deve trasformarsi in applicazione pratica su tutto il territorio senza eccezioni.

I punti che mi sembrano più significativi e degni di nota sono i seguenti:

  • Il triage infermieristico: salvo i casi di vera e propria emergenza (che riceveranno il codice rosso o uno equivalente), alla donna viene garantita una visita entro un tempo massimo di 20 minuti, studiato per ridurre al minimo il rischio di ripensamenti o allontanamenti volontari. Si pensi per un attimo a quali tempi di attesa siamo tutti abituati nei Pronto Soccorso cittadini e si confronti questo dato esperienziale con l’ipotesi – molto frequente in casi di maltrattamento domestico – che i figli minori della paziente siano rimasti da soli a casa o, peggio, con l’autore della violenza. E’ immediato immaginare che l’obiettivo della signora possa essere soprattutto quello di accudirli tornando dai piccoli al più presto.
  • L’area in cui verrà erogata l’assistenza sarà un’area protetta ma soprattutto unica, e in questo unico spazio la donna sarà visitata e sottoposta ad ogni accertamento strumentale e clinico, non solo, sarà anche ascoltata ed eventualmente troverà la prima accoglienza se apparirà prioritario metterla in sicurezza evitandole di rientrare a casa ove, evidentemente, correrebbe rischi di subire altre percosse e/o lesioni.
  • Al termine del trattamento diagnostico – terapeutico, verrà utilizzato uno strumento di rilevazione denominato Brief Risk Assessment for the Emergency Department (o DA5”4) che dovrebbe evidenziare il rischio di recidiva – ossia in quale percentuale la donna può tornare ad essere vittima di comportamenti simili – e quello di letalità.

Non può infine mancare un obbligo di aggiornamento continuo per operatori ed operatrici impegnati sia nell’attività di accoglienza che nelle successive fasi della presa in carico, della rilevazione del rischio e della prevenzione.

Sono molte le buone prassi che hanno condotto a queste linee guida: c’è l’esperienza dei codici rosa, che nel triage di molti ospedali hanno bypassato la tripartizione tradizionale in termini di identificazione dell’urgenza ed hanno spostato la vittima di violenza in aree più protette (la stanza rosa, per esempio).

Ci sono i centri antiviolenza collocati direttamente all’interno dell’ospedale, magari contigui al pronto soccorso, che hanno permesso di raccogliere la testimonianza della vittima subito dopo la refertazione e senza che l’eventuale maltrattante (che l’avesse accompagnata) si potesse accorgere che oltre ad essere visitata la parte lesa provvedeva a raccontare quanto causatole.

Ci sono le linee dirette con le Forze dell’Ordine (certi nosocomi dispongono di un posto di polizia direttamente al loro interno), le Procure e le Autorità giudiziarie anche minorili, che hanno permesso di intervenire in molti casi davvero emergenziali non solo con una presa in carico tempestiva ma anche con rimedi pratici come l’immediato trasferimento in casa rifugio o la così detta OBI, osservazione breve intensiva, che altro non è che un ricovero in ambiente ospedaliero motivato più dall’esigenza di messa in sicurezza che dalla diagnosi clinica.

Queste linee dovrebbero riassumere tutte le esperienze pregresse e aiutare a diffonderle ed applicarle indiscriminatamente su tutto il territorio. Ora attendiamo i risultati.

 

Immagini credits: bollinorosa.it

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