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Le famiglie esistono, tutte

di Chiara Palumbo

A Margherita il sindaco Sala ha dovuto chiederlo, perché ha sedici anni e così prevede la legge, per chi ne ha più di quattordici: “vuoi essere riconosciuta figlia di Francesca?”. Il suo sì ha riempito la Sala Giunta e con essa un vuoto legislativo non più sostenibile.
Ma c’è voluto un atto giuridico, una cerimonia pubblica e – per Margherita e non solo – una vita intera per sancire quello che ha sempre saputo di essere: sorella di Giorgio, Raffaele e Toto e figlia di due madri, Francesca e Maria Silvia. Due delle più note tra le madri arcobaleno, perché fondatrici della casa editrice Lo Stampatello e già al centro di polemiche per un libro, “Piccolo uovo”, dove raccontavano ai bambini l’inclusione, ma che per qualche esponente della Lega e dei movimenti neofascisti doveva invece essere bandito e messo al rogo. Ma accanto a Margherita e ai suoi fratelli c’era Federico, che la maggiore età l’ha già raggiunta e ha in tasca, primo tra i figli, la tessera di Famiglie Arcobaleno, l’associazione che mamma Elena, Francesca e Maria Silvia e altre famiglie hanno fondato ormai quindici anni fa per riunire le famiglie omogenitoriali, e che oggi festeggia anche a Milano, dopo Torino, Prato e non solo, un obbiettivo raggiunto. C’era Teresa, nelle sue poche settimane, tra le braccia di mamma Fedya e mamma Valentina, c’erano i tre gemellini di Chiara e Giovanna. E tanti saranno i nomi che si aggiungeranno all’elenco dei figli di due madri che il comune di Milano riconosce oggi ufficialmente, a stretto giro dopo l’impegno assunto sulle pagine dei giornali dall’assessore Majorino.
Un giorno di festa, tanti volti sorridenti. Tante storie da raccontare. Tante voci che hanno voluto rimarcare la loro gioia e, prima ancora, la loro esistenza. Bisognerebbe chiederlo a loro se, come hanno dichiarato prima ancora dell’insediamento il ministro dell’interno Salvini e quello per la famiglia Fontana: “le famiglie gay non esistono”. Se una famiglia deve essere composta da una madre e un padre. Margherita, Federico e tanti altri figli, ormai troppo grandi per non essere interpellati direttamente, lo hanno già dichiarato diverse volte, che non si sentono mancanti di nulla, a crescere con due genitori dello stesso sesso. Eppure esiste, fra le fila del governo appena insediato e non solo, chi è certo di agire per il loro bene sancendo la loro non esistenza.
Le voci a sostegno del governo Conte si sono però già sollevate a puntualizzare le dichiarazioni del ministro Fontana, asserendo che parlasse soltanto di esistenza giuridica. Una giustificazione che, da oggi, le scelte di Sala, Appendino e ormai sempre più sindaci stanno facendo cadere una città dopo l’altra. Una scelta che è molto più di un gesto simbolico ed emotivo: che permette di stracciare la montagna di deleghe che una madre deve ogni giorno firmare e fare validare perchè l’altra madre di suo figlio possa portarlo in vacanza, a scuola, dal medico.
Una conquista che sana un vuoto legislativo di cui le età di Federico e Margherita certificano la dimensione, che rivela però l’arretratezza burocratica marchiana rispetto a una società dove le famiglie arcobaleno sono gia realtà inserite da tempo nel tessuto sociale del Paese, da Milano ai paesini delle province più piccole.
Un passo avanti decisivo che, nel momento in cui regala una gioia che a tanti era sembrata impossibile, segnala un’assenza che fa rumore, dai registri comunali.
Quella di Giorgia e Tommaso, di Maria e delle due Anna, di Elia. Dei figli, rispettivamente, di Claudio e Stefano, Andrea e Gianni, Matteo e Vittorio, Erminio e Marco.
Mancano, per ora, i padri dalle liste milanesi. Ed è una differenza simbolicamente più pericolosa di quel che si possa pensare.
Il riconoscimento giuridico dei figli delle fondatrici di Famiglie Arcobaleno infatti, prima ancora che il cambiamento concreto delle quotidianità di tante famiglie, segnala indiscutibilmente due cose: che Milano non intende arretrare di un passo sul tema dei diritti, e anzi, – come testimoniano eventi come il mese di “Insieme senza muri” – vuole farsi capofila di un modello che contrasti il populismo, l’odio del diverso, il razzismo e la xenofobia portando avanti atti concreti, occasioni di incontro, certificazioni ufficiali di una realtà che è già tale. La firma del sindaco Sala, però, dice anche un’altra cosa, ed è altrettanto significativa: il sorriso che mostra nelle fotografie, mentre stringe tra le mani i gadget di Famiglie Arcobaleno, segnala la sua adesione anche alla frase che quei gadget portano sul retro: “è l’amore che crea una famiglia”.
E se è l’amore la misura di ciò che è famiglia, la capacità di avere cura, di crescere, di educare, neppure simbolicamente, neppure per un attimo si può lasciare spazio a fare credere che, in famiglie che già esistono, la funzione dell’accudimento e quindi del fare famiglia possa essere ritenuta giuridicamente prerogativa femminile, e gli uomini non possano quindi essere riconosciuti come genitori a pieno titolo.
È di questi giorni la riproposizione in rete di un video nel quale, in un vecchio comizio, il ministro Fontana grida: “vogliamo un Paese dove le famiglie sono fatte da una mamma e un papà, dove i figli vanno dati a una mamma e a un papà. Tutte le altre schifezze non le vogliamo neanche sentire nominare”. Una città che, come Milano, ha scelto di essere culla dei diritti, non può che riconoscere la forza – in termini di dialettica politica e non solo di acquisizione in termini di diritti civili – di non permettere che nessun cittadino e nessun figlio possa sentirsi apostrofare, da chi dovrebbe tutelarne gli interessi e anzi averne come compito precipuo la tutela, con parole come “schifezza”.
Per una città come Milano, che vuole essere capitale dell’inclusione, c’è però la fondata speranza che non sia che questione di lungaggini burocratiche, se ancora la lista delle famiglie riconosciute come tali non è completa.
Perché amministratori capaci e accorti non possono non sapere che – più ancora che garantire diritti a individui che ne sono privi – far passare il messaggio che la capacità di essere genitore a tutto tondo non ha genere è un passo avanti verso tutte le forme di inclusione e l’abbattimento di tutte le disuguaglianze, e di ogni forma di sessismo che vuole ogni genere invariabilmente legato a funzioni sociali che deriverebbero da quelle biologiche.
Una mossa, anche puramente politica, che garantirebbe una boccata d’ossigeno a tutti gli italiani cui sono bastati pochi giorni per capire di non riconoscersi in una maggioranza parlamentare che fa dell’esclusione la propria cifra distintiva.

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