AttualitàViolenza di genere

Le chiamano molestie

molestie

Di Alessia Sorgato.

… e ne parlano (finalmente) tutti: stampa estera, giornali italiani, trasmissioni televisive, resumè radiofonici. Non ci sono dubbi. Qualsiasi altro evento di cronaca nostrana o internazionale, lascia il passo.

È cominciata con Harvey Weinstein, fondatore assieme al fratello Bob di Miramax, che ha prodotto negli anni molti film indipendenti e famosissimi ([1]). Un processo lampo: dal 6 ottobre 2017, quando viene pubblicata un’inchiesta dal New York Times in cui alcune attrici di Hollywood lo accusano di molestie sessuali, nel giro di poco viene licenziato dalla società che ha co-fondato ed espulso dagli Academy Awards. Il presidente Macron avvia la procedura per ritirargli la Legion d’Onore. La moglie annuncia il divorzio. Tarantino passa alla Sony.

Poi Kevin Spacey, Sylvester Stallone, il regista italiano Fausto Brizzi.

La macchia d’olio comincia ad allargarsi e tocca la politica, altra roccaforte dove il potere fa rima spesso col piacere. Quello puramente sessuale e a senso unico ([2]). È poi il momento dell’Onu ([3]). Poi la Fifa ([4]). Poi Wall Street, dove vengono licenziati due manager. Ed ora anche gli ambienti religiosi ([5]).

Ma se la stampa e la cronaca brulicano di fermento, laddove si stabiliscono norme l’argomento non sembra destare interesse: il 25 ottobre, a Strasburgo, l’aula dove si discutono i casi di molestie sessuali all’interno delle istituzioni dell’Unione resta semideserta.

Ma l’onda non si ferma. Gli hashtag #metoo e #quellavoltache raccolgono storie di vita vissuta, appelli, progetti.

Qualcosa è davvero cambiato? Questo il punto, l’interrogativo cruciale da porsi soprattutto in questi giorni, vicini alla Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

Si potrebbe rispondere affermativamente: è cambiato il sentire comune nei confronti di notizie del genere. Per esempio, nel 2009, l’arresto di Roman Polansky per uno stupro (commesso nel 1977!) provocò una massiccia petizione per chiederne la liberazione. Ora l’emergere di nuove accuse viene salutato con positività.

Ma c’è modo e modo di accusare.

Questo gran parlarne conforta se raffrontato alle rilevazioni statistiche che, ancora nel 2016 (data dell’ultimo rapporto ufficiale Istat) consegnavano il dato inquietante di un sommerso pari al 93% dei casi: solo il rimanente 7%, in pratica, andrebbe a denunciare la violenza.

Fattori come la paura, in tutte le sue multiformi pressioni – da quella nei confronti del proprio aguzzino a quella di non essere creduta – sembrano finalmente combattuti e vinti da tutte le donne che ora, in tutti i settori, stanno uscendo allo scoperto e consegnando la loro storia di abuso.

Già, ma a chi?

L’apparenza qui può ingannare e questo è un pericolo da cui guardarsi. Raccontare in televisione, confessare uno stupro ad un giornalista, non basta. Il punto non è, come stiamo sentendo ora dire spesso, che in Italia si hanno “solo” sei mesi per querelare un violentatore e la soluzione non è modificare questo termine e magari rendere l’abuso procedibile d’ufficio.

Il nodo sta altrove.

La legge consente alla vittima una scelta precisa, libera ed indipendente. Denunciare quanto subìto oppure tacere. È un suo diritto.

Dover parlare di una penetrazione non voluta, di un rapporto sessuale non consentito, al di là di tutte le accortezze oggi in auge nei tribunali, ove si usano stanze protette, paraventi ed altre delicatezze per tutelare la testimone-parte lesa, può essere doloroso, atroce, devastante. Ma è l’unico modo per giungere a giudicare ed eventualmente punire il responsabile. Quindi si lascia alla persona offesa tutto il tempo per rifletterci e soppesare quale per lei sia il male minore, l’opzione migliore.

Ma la strada che conduce alla riparazione, anche morale, al ristoro anche economico, passa per forza da un commissariato e da un’aula di giustizia.

Non si condanna un uomo in tv, perché non solo il processo mediatico è una patologia del dovere di cronaca, ma soprattutto perché ne esce malconcio solo chi della fama aveva fatto una componente della sua reputazione.

Sostenere un’accusa sui mezzi di informazione può essere semplice, anche perché quel che passa in internet o sullo schermo sembra già vero per il solo fatto che se ne parli. Può comportare momenti di grande strepito mediatico, che non equivarranno mai ad un giudizio penale, perché solo il secondo può aspirare alla definitività tramite il passaggio in giudicato di una sentenza di condanna. I media sono labili, sono a volte forzatamente volubili. Passata la furia del momento, si dedicano ad altro.

Forse produrre Sesso, bugie e videotape è stata la Cassandra per Weinstein. Forse solo chi ha respirato il clima di Hollywood sin dalla nascita poteva conoscerne così bene il marcio da rivelarlo al mondo (l’inchiesta, costata un anno di lavoro, porta la firma del figlio di Mia Farrow).

Ma in uno stato presieduto da un sistema processuale penale solido, strutturato, colmo di garanzie per ambedue le parti, le donne devono esigere che si celebrino processi contro i loro molestatori, non gogne mediatiche. Temporanee e soggette, loro sì, all’inevitabile oblio che copre ciò che non va più di moda.

[1] Tra i successi dei Weinstein si annoverano il premio Oscar Shakespeare in love, l’Academy Award per Il paziente inglese, i blockbuster Pulp Fiction e Kill Bill e sette Tony per commedie e musical. Ebreo, di origine modestissima, (solo) due mogli, attivo su temi contro povertà, AIDS, diabete giovanile e sclerosi multipla. Favorevole all’assistenza sanitaria negli USA e ad un maggior controllo sulle armi. Democratico: ha sponsorizzato le campagne elettorali di Barack Obama, Hillary Clinton e John Kerry.

[2] In Francia “diverse donne accusano in modo ricorrente di essere vittima di aggressioni, molestie o minacce da parte di membri del Front National”, scrive Le Monde, per cui “il culto della virilità e l’indulgenza nei confronti di comportamenti <gallici> può insabbiare comportamenti problematici”. Nel Regno Unito vengono sospesi con l’accusa di presunti abusi sessuali vari deputati, dapprima il conservatore Charlie Elpiche, poi numerosi altri. Il ministro della difesa, Micheal Fallon, si dimette in seguito allo scandalo.

Anche in Austria si dimette il leader della Pilz list, pur non ricordando l’episodio di cui viene accusato. Due ministre svedesi accusano di aver subito molestie da colleghi di alto rango ai margini di un vertice Ue.

[3] Trentuno i casi di denuncia contro peacekeepers e personale delle agenzie delle Nazioni Unite

[4] Hope Solo, ex giocatrice della Nazionale femminile di calcio statunitense denuncia un comportamento molesto da parte di Sepp Blatter, che ne era Presidente.

[5] Il teologo musulmano Tariq Ramadan sospeso da Oxford perché accusato di stupro, il Preseminario San Pio X – collegio dei chierichetti del Papa – sotto indagine in vaticano per vicende di rapporti omosessuali.

Credits Immagini: bitontolive.it

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