LGBT

L’amore al tempo del Covid-19: dal Family Day allo scandalo sui “congiunti”

A cura di Silvia Crespi

 

Solamente un anno fa a Verona si teneva il XIII Congresso Mondiale delle Famiglie, o World Congress of Families. Nello specifico quest’evento ha riunito il movimento globale antiabortista, antifemminista e anti-LGBTQI+, classificato dal Southem Poverty Law Center, organizzazione americana senza fini di lucro impegnata nella tutela dei diritti delle persone, come “gruppo d’odio”. Nella XIII edizione italiana del Congresso hanno partecipato associazioni, capi di stato ed esponenti politici della destra radicale, cristiana e integralista di tutto il mondo, ma anche tre ministri del governo italiano Conte 1, quali Matteo Salvini, Lorenzo Fontana e Marco Bussetti. Inoltre, hanno partecipato altri esponenti italiani della scena politica come Giorgia Meloni, il senatore leghista Simone Pillon, il presidente della Regione Veneto Luca Zaia e il sindaco di Verona Federico Sboarina.

I gruppi e gli individui che si identificano con l’agenda ideologica del WCF sostengono l’idea della “famiglia tradizionale”, cioè patriarcale ed eterosessuale; sono però anche contro l’aborto e i diritti riproduttivi, contro i matrimoni gay e i diritti LGBTQI+, contro il divorzio, gli studi di genere e l’immigrazione. 

Durante il Congresso, c’è stata una mobilitazione da parte di uomini e donne di tutta Italia che sono arrivati a Verona per opporsi alle idee patriarcali e razziste promosse dalla XIII edizione del WFC. Nello specifico, l’iniziativa della resistenza è stata promossa dal movimento femminista Non una di meno per contrastare l’istituzionalizzazione di slogan populisti e dannosi per i diritti delle donne e della soggettività LGBTQI+. Per le donne scese in piazza contro il WFC la promozione di idee piene d’odio aveva l’unico scopo di andare in direzione opposta a quella che la nuova società civile, nata e cresciuta nell’epoca della globalizzazione, dell’interdipendenza, della libertà di espressione e movimento, stava cercando di raggiungere in modo rivoluzionario.

Arrivando ai giorni funesti del 2020, che saranno segnati permanentemente dal ricordo amaro dell’emergenza Covid-19, il giorno 26 aprile 2020, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha annunciato l’inizio della fase 2, spiegando alla Nazione i termini del nuovo decreto ministeriale. Nello specifico, il Presidente si è soffermato sulla lettura dell’articolo 1 comma a, che recita: “Necessari gli spostamenti per incontrare congiunti purché venga rispettato il divieto di assembramento e il distanziamento interpersonale di almeno un metro e vengano utilizzate protezioni delle vie respiratorie.”

Ma chi sono i congiunti? Fino a che grado di parentela si può estendere il termine? E i fidanzati? Perché non posso vedere il mio fidanzato con cui sto da ormai molto tempo? Solo perché non siamo sposati? Ed ecco che scoppiano le polemiche. Il leader di Iv Matteo Renzi a Tgcom24 insorge: “Chi è lo Stato per decidere se   andare a trovare un cugino e non la fidanzata?” E ancora, la senatrice del Pd, Monica Cirinnà: “Esistono relazioni significative che vanno al di là dei legami giuridici e di sangue (…) penso innanzitutto alla situazione di alcune famiglie separate, alla condizione di coppie non conviventi o delle famiglie arcobaleno non riconosciute, ma anche ai tanti legami di affetto tra persone sole (…)”. Subito dopo il discorso del Presidente Conte, l’hashtag #congiunti è diventato un trend su tutti i social e i cittadini italiani hanno espresso tutto il loro risentimento, nutrito da settimane di attesa e preoccupazione, contro l’utilizzo poco chiaro di un termine che esclude “quella parte della società che non rientra nelle logiche di parentela ottocentesche”, come ha tuonato il portavoce di Gay Center, Fabrizio Marrazzo.

A differenza di un anno, quindi, parlare di famiglia tradizionale è diventato anacronistico, scandaloso, doloroso, quando, un anno fa, si inneggiava alla famiglia tradizionale con enormi consensi e senza grandi considerazioni per i diritti delle “altre” famiglie. Se l’anno scorso non c’è stato spazio né per un’azione preventiva efficace contro il Congresso dell’odio, né per  l’indignazione verso un’iniziativa così vergognosa, quest’anno la polemica ha occupato qualsiasi  luogo di dibattito pubblico. Se un anno fa, la Lega supportava e presenziava ad un Congresso nato per celebrare, difendere e affermare la famiglia “naturale” come sola unità stabile e fondamentale della società, quest’anno i deputati dello stesso partito hanno commentato: “Tra gli inutili divieti di Conte anche la libertà di amare. I fidanzati non sono liberi di ricongiungersi?”. Come sempre, purtroppo, due pesi e due misure.

Il vero scandalo infatti non consiste solo nell’ideologia arretrata dei partecipanti del XIII WFC, né tantomeno nell’utilizzo di termini ottocenteschi ed escludenti, ma nell’opportunismo. Fino a quando il problema era delle famiglie non-naturali, l’italiano medio chiudeva occhi e orecchie davanti alle richieste di esercitare diritti fondamentali, come quello di decidere del proprio corpo, o quello di amare chi si vuole. Adesso invece, dato che le istituzioni, ancora una volta, hanno messo in discussione la validità dei legami extra giuridici, ci sentiamo come se ci avessero mancato di rispetto e come se fossimo invisibili. La realtà però è che c’è chi lotta da tutta la vita per non essere invisibile, che stringe i denti per combattere contro chi dice che il suo amore non è valido e che non riceve rispetto. Per questo motivo è giusto arrabbiarsi e pretendere di poter coltivare il nostro amore anche ai tempi del Covid-19, ma senza dimenticarsi di chi, in tempi non sospetti, ha portato avanti una battaglia continua per avere il diritto di vivere un amore con diritti.

 

FONTI:

ilpost.it

ansa.it

repubblica.it

ilfattoquotidiano.it

ilgiornale.it

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