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L’aborto nel terzo millennio

Pubblicato il Pubblicato in Attualità, Diritto alla Genitorialità

di Alessia Sorgato.

Se ripercorriamo a ritroso la storia delle pratiche abortive, dobbiamo constatare che esistono dalla notte dei tempi: negli Evi passati controllare le nascite serviva a sfamare i figli o a conservare il patrimonio a seconda che il concepimento avvenisse indesideratamente in una famiglia contadina o in una nobile. Prezzemolo, segale cornuta, catrame e, soprattutto, ferri da calza e mammane, medici clandestini e i loro “cucchiai d’oro”.

Procurare l’interruzione di gravidanza era considerato reato, non tanto perché abortire poteva significare morirne – di setticemia o emorragie – quanto in omaggio ad una concezione che lo considerava contrastante con la <integrità e la sanità della stirpe>, concetti tipici dell’ideologia propugnata nel 1930 – anno di pubblicazione del codice penale tuttora in vigore nel nostro Paese.

06910In questa materia il millennio “ha svoltato” nel 1975, grazie ad una sentenza epocale della Corte Costituzionale – la n. 27 del 12 maggio- che, dichiarando l’illegittimità costituzionale dell’articolo 546 del codice penale nella parte in cui puniva con la reclusione da due a cinque anni sia la donna consenziente che il medico che le aveva cagionato un aborto, affermò il primato della condizione della gestante e mise il suo benessere, fisico e psicologico, in cima alla scala dei valori da proteggere, facendolo prevalere persino sugli interessi del concepito.

Di lì a poco la legge n. 194, alla cui approvazione si misero in gioco forze politiche ma soprattutto si mossero le piazze, le associazioni, i movimenti. Non c’è donna in Italia, quanto meno tra le trentenni e più, che non ricordi le immagini di quelle ondate oceaniche, di quei volti in bianco e nero, di quei cortei di cui pare di sentire ancora gli slogan.

Fuor di nostalgia, la 194 – o almeno una delle sue norme più importanti – ha appena subìto una picconata dal legislatore del terzo millennio e non se è accorto quasi nessuno, perché col decreto legislativo pubblicato lo scorso 22 gennaio ha depenalizzato – assieme agli altri reati puniti con la sola ammenda – anche il c.d. aborto clandestino.

Con questa definizione si intende il caso di una donna che si sottoponga ad IVG – acronimo che sta per “interruzione volontaria di gravidanza” al di fuori dei tre casi previsti dalla legge. Il primo consente l’aborto entro 90 giorni dal concepimento, se la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la salute fisica o psichica, in relazione allo stato di salute, alle condizioni economiche, sociali, famigliari o alle circostanze in cui è avvenuto, o a previsioni di malformazioni o anomalie del concepito (articolo 4).

La seconda ipotesi permette la IVG anche dopo i 90 giorni, rispettivamente in due casi:

-quando gravidanza o parto comportano un grave pericolo per la vita della donna e

-quando siano accertati dei processi patologici, come quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinano un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

La depenalizzazione intervenuta col decreto del 22 gennaio ha comportato l’aumento dell’ammenda – fino ad allora fissata in 51 euro – da 5000 a 10.000 euro.

grafico-interruz2Può sembrare una modifica ad ulteriore protezione della donna, ma rappresenta esattamente il contrario. La rivoluzione è copernicana, visto che chi rischia quella salatissima multa non è il medico macellaio o la dragonessa ciarlatana che lavora con lo spillone – ma la donna che ricorre a quegli strumenti. Che non è sempre una prostituta, un’immigrata o una minorenne.

Già. In Italia le cose si stanno facendo complicate. Si registra intanto un rialzo in certi casi impressionante del numero di medici e infermieri obiettori di coscienza e dei consultori chiusi negli ultimi anni. La media nazionale del personale sanitario che può legittimamente rifiutarsi non solo di praticare una IVG, ma persino di avviare la pratica preliminare del colloquio e della raccolta della domanda da parte della donna. si avvicina al 70%, con punte (come in Molise) dove la percentuale supera il 90%.

Le motivazioni non sono solo religiose: chi pratica aborti viene in breve relegato ad occuparsi solo di quello, a non poter di fatto godere di ferie perché con quel limite stretto di 90 giorni si effettuano quasi tutti in emergenza: ha studiato da medico e diventa un pària in ospedale mentre è noto che alcuni sono obiettori solo nel pubblico ma praticano serenamente le IVG nelle strutture private, in regime cosi detto di extra moenia. Casi in cui princìpi etici non certo granitici si inchinano alla logica del portafogli.

Le liste d’attesa sono lunghissime, spesso sforano ogni limite di legge e/o costringono ad un’odissea da un presidio all’altro, a volte addirittura a recarsi in un’altra Regione.

Ecco perché oggi è più facile ricorrere a certi farmaci, come la prostaglandine o il mifepristone (che toglie ossigeno e nutrimento all’embrione) o ancora al misoprostolo, che è contenuto nel Cytotec, un gastroprotettore nato contro l’ulcera, molto efficace anche per abortire.

Su internet si trovano addirittura le istruzioni per un aborto farmacologico, e quanto al procurarsi le pillole si sono già snidate bande di spacciatori che per 100 euro smerciano i blister, poi basta inserire in vagina il farmaco e aspettare le contrazioni dell’utero che espelle il feto … per lo meno quando riesce. Altrimenti possono insorgere gravi complicazioni, come la setticemia.

E a quel punto? Molte finora erano le donne che di fronte ai sintomi di simili pratiche andavano in ospedale e lì dichiaravano di aver subito un aborto spontaneo, certe di essere assistite nel decorso successivo.

Quante lo faranno ora che si rischiano sino a 10mila euro? Quante preferiranno tacere, rimediare con qualche ulteriore “fai da te” recuperato in rete, e rischiare un’infezione che potrebbe impedire loro di avere altri figli, o peggio?

Dobbiamo chiederci perché lo Stato italiano trascini di nuovo nel buio e nella clandestinità tutte quelle donne, spesso giovani e poco integrate.

Molte associazioni, tra cui LAIGA lamentano la non veridicità dei dati pubblicati annualmente dal Ministero della Salute, che deve relazionare sul numero di aborti chirurgici e spontanei, ma che non tiene conto della cifra oscura degli aborti clandestini. Che qualcuno abbia interesse a dichiarare un basso numero di aborti?

Eppure la legge 194 recita nel suo preambolo che lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità, tutela la vita umana dal suo inizio e non considera l’interruzione volontaria della gravidanza come mezzo per il controllo delle nascite. Di questo passo il rischio è tradire i principi ispiratori di una legge che ha regolato l’aborto come un rimedio, non un anticoncezionale del giorno dopo.

Credits Immagini: www.internazionale.it; www.noidonne.org

 

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