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La responsabilità del medico

Pubblicato il Pubblicato in Salute e Libertà di scelta

Di Alessia Sorgato.

Già nel 2004 l’Ania (Associazione nazionale imprese assicuratrici) ha pubblicato un dato impressionante: le denunce per presunti errori medici in Italia sono quadruplicate e superano di molto le diecimila all’anno. Nel 2012 il Sole 24 Ore registrava 30mila denunce, che colpivano 17 medici ogni 100. Nel 2015 la AM Trust – compagnia assicurativa specializzata nel settore – ha analizzato 1100 richieste di risarcimento per decessi avvenuti in strutture ospedaliere, e quello da morte rappresenta solo il 16% del totale dei sinistri per malpractice medica.

medicoNumeri sbalorditivi, se solo si fanno due conti. Ogni ricovero – ha dichiarato il direttore generale Ania – costa 107 euro sotto il profilo assicurativo, perché la polizza è obbligatoria.

Numeri in salita costante e non perché i medici sbaglino di più, ma perché si denuncia di più ma – secondo i dati dell’Amami (Associazione medici accusati di malpractice ingiustamente) – ben l’80% delle denunce viene archiviato perché il fatto non sussiste.

Quella del medico è sia nei fatti, che per il diritto, una attività professionale delicata, che comporta il rischio di verificazione di eventi avversi, come un’operazione non riuscita o una terapia senza successo a cui non sempre si può ricollegare una responsabilità in capo al medico. E’ frequente, infatti, il malcostume di denunciare anche laddove sia percorribile la via civilistica, ma soprattutto perché il cittadino non conosce i criteri specifici di addebito, solo in presenza dei quali il medico – e/o la struttura – pagherà.

Oggi il quadro è ben chiarito dal decreto Balduzzi, che è intervenuto a sistemare alcuni punti che la giurisprudenza aveva analizzato, ma su cui aveva cambiato opinione, soprattutto in tema di colpa.

La normativa oggi applicabile ha introdotto il principio per cui il medico non risponde di colpa lieve – quindi è responsabile solo di colpa grave – se ha agito in conformità alle “linee guida” e alle “buone pratiche cliniche”.

Se vi si è attenuto, risponderà esclusivamente sul piano civile, il più delle volte azionando la copertura assicurativa. Altrettanto dicasi se viola il consenso del paziente.

Tra l’altro, soltanto alcune specializzazioni comportano obbligazioni di risultato (ove il medico deve garantire un certo esito dalla sua attività) e sono la chirurgia estetica, l’anestesia, l’aborto, le protesi sostitutive, gli esami di laboratorio, la diagnosi istopatologia, la trasfusione di sangue e così via.

Tutte le altre sono obbligazioni di comportamento, dove il risultato non rientra e dove l’inadempimento del sanitario non è l’esito sfortunato della terapia ma la violazione dei doveri connessi all’attività professionale ([1]).

Quanto infine alla responsabilità disciplinare, essa concerne i medici impiegati, che esercitano alle dipendenze di enti pubblici o privati e deriva dall’inosservanza dei doveri di servizio o di ufficio: fedeltà, obbedienza, segretezza, imparzialità, vigilanza, onestà e puntualità. È regolata da disposizioni speciali contemplate dal contratto del pubblico impiego.

In questo ambito è molto rilevante la materia del consenso informato, che dev’essere continuato per tutta la durata della cura e va riformulato per ogni singolo atto terapeutico o diagnostico suscettibile di cagionare rischi autonomi.

Per concludere, si è accennato come il il sistema italiano preveda varie modulazioni di responsabilità su almeno tre fronti differenti, penale, civile e disciplinare, che hanno il compito di mediare tra l’esigenza di salvaguardare, o ripristinare, lo stato di buona salute del paziente e, dall’altro verso, di proteggere l’attività medica da attacchi – ove ingiusti o ingiustificati – che paralizzano il professionista.

Questo fenomeno si chiama “medicina difensiva”e ne esistono due tipi:

1)- attivo, dove il medico, per non incorrere in critiche, prescrive analisi e farmaci in sovrabbondanza, che rappresentano un onere finanziario per il malato o la collettività,

2)- passiva o astensionistica, per cui laddove esistono rischi di effetti collaterali, il medico non propone alcunchè.

[1] Cassazione civile, 25 gennaio 1969, n. 231; 13 ottobre 1972, n. 3044

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