Toghe di magistrati appese in un ufficio del Tribunale di Roma in una immagine di archivio. ANSA / ALESSANDRO BIANCHI

La responsabilità dei magistrati

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Di Alessia Sorgato.

Avevo ragione ma il giudice non si è letto niente e ho perso. La Giustizia in Italia non funziona, è troppo lenta. Piuttosto che finire nella bolgia del Tribunale, non denuncio e non testimonio, meglio farsi gli affari propri.

magistratiQuante volte abbiamo sentito queste frasi e magari abbiamo dato ragione a chi le pronunciava? Persino chi, come me, spinge quotidianamente a favore del rispetto delle norme – che passa anche attraverso l’incentivo a farle conoscere e mettere in pratica e, quindi, che ha bisogno dell’iniziativa e della solidarietà di tutti – talvolta passa la voglia … troppi cavilli, troppi tempi morti, troppo pressapochismo.

Però pochi, dopo essersi lamentati, passano alla seconda parte del piano e verificano se uno di quei paventatissimi  esiti sfavorevoli del processo (dalla superficialità del giudice all’eccesiva durata della causa) possa essere attribuito alla responsabilità di qualcuno e, di conseguenza, essere risarcito.

In Italia sono ancora troppe le persone che ignorano i propri diritti e, di fatto, consentono non solo di farsi calpestare senza reagire ma neppure invocano la giusta ricompensa per una illegittima violazione.

In queste righe si vuole fornire qualche indicazione a supporto di azioni (dai più ignorate ma, al contrario, previste e disciplinate dalla legge) che possono essere intentate laddove a sbagliare sia proprio un giudice.

Il tema è molto appassionante, anche perché tocca una categoria professionale ritenuta molto potente e molto protetta, se non altro in base all’assunto che a giudicare se un magistrato abbia o meno sbagliato sarebbero proprio i suoi colleghi, più inclini magari a proteggere la categoria che a tutelare il privato cittadino. Ma esistono specifiche norme che – se più conosciute – stimolano tutti a stare più attenti perché prevedono regole molto precise anche in tema di responsabilità del giudice.

Non è questa la sede per scendere nel dettaglio e fornire indicazioni tecnicamente esaurienti: basti qui sapere che – esattamente come ogni altra categoria professionale, dal medico al notaio e all’avvocato – anche il giudice può incappare nelle tre forme tipiche di responsabilità: penale (se commette un reato), civile (se arreca un danno ingiusto volontariamente – ossia con dolo – o con colpa grave) e deontologica (se viola regole di etichetta proprie della sua appartenenza ad un ordine). Tra poco approfondiremo il tema più frequente, ossia quello della responsabilità civile.

Ma il giudice ha anche una quarta forma di responsabilità, molto peculiare, che risponde al primo degli interrogativi che ci siamo posti all’inizio: deve risarcire il danno se ci mette troppo tempo a giudicare.

Si definisce responsabilità da eccessiva durata del processo ed è disciplinata da una normativa che porta il nome del suo promotore – Legge Pinto – con alcuni correttivi introdotti col decreto Crescitalia del 2012.

I punti da evidenziare sono almeno tre, molto in sintesi e molto semplicemente:

Toghe di magistrati appese in un ufficio del Tribunale di Roma in una immagine di archivio. ANSA / ALESSANDRO BIANCHI

1)- si ritiene violato il termine di ragionevole durata del processo (sia esso civile o penale) quando il magistrato incaricato impiega più di tre anni a decidere in primo grado, un anno nel giudizio d’appello ed un anno in cassazione. I termini si contano dal deposito del ricorso introduttivo in civile e dall’assunzione della qualità formale di parte del processo penale (quindi indagato – con avviso di garanzia -, imputato – con rinvio a giudizio,parte civile – all’udienza preliminare e cosi via).

2) – tutte le parti hanno diritto al risarcimento, indipendentemente dall’esito del processo, e se la parte originaria è deceduta nel frattempo, il diritto al risarcimento passa ai suoi eredi;

3) – a giudicare non sono i colleghi del giudice (di cui ci si sta lamentando) perché la causa ex lege Pinto si svolge in un’altra città, predeterminata secondo criteri di legge (delle cause celebrate a Genova, per esempio, si occuperà la Corte d’appello di Torino; quella di Brescia valuterà l’operato dei giudici di Milano; quella di Perugia invece giudicherà i magistrati di Roma, e così via).

Criteri molto semplici quindi e verificabili da chiunque senza neppure la consultazione di un legale: basta controllare i verbali di udienza e conteggiare quanti anni ci sono voluti per ottenere una sentenza. Un diritto importante del cittadino, quindi, ad ottenere una statuizione in tempi ragionevoli, che comporta per lo Stato l’obbligo di risarcirlo se, al contrario, ha dovuto attendere troppo.

Se il ricorso viene accolto, infatti, tenuto conto della complessità del caso, dell’oggetto del procedimento, del comportamento delle parti e del giudice nonché di qualsiasi altro soggetto chiamato a concorrervi (si pensi ai periti, ad esempio), lo Stato – in persona del Ministro di Giustizia pro tempore – viene condannato al pagamento di una somma  liquidata come equa riparazione che si assesta normalmente in una cifra tra i 500 ed i 1500 euro per anno di ritardo ingiustificato.

Fin qui abbiamo parlato di eccessiva durata del processo, ma il magistrato conserva una voce di specifica responsabilità civile per dolo e colpa grave, anzi, ora più che mai (dopo che l’Italia è stata condannata dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo perché non disponeva di norme che tutelassero i cittadini) dovrà rispondere del suo operato.

In questo caso un privato – o una società coinvolta in una causa – possono addurre di aver patito un danno, patrimoniale e non patrimoniale, a seguito di un comportamento, un atto o un provvedimento giudiziario, posto in essere dal magistrato con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni, oppure conseguente a diniego di giustizia.

In sintesi – ma davvero il tema merita approfondimenti che purtroppo nella presente sede non possono essere offerti – lo Stato (in persona del Presidente del Consiglio dei Ministri pro tempore) risarcisce il cittadino che dimostri che il giudice (su cui poi lo Stato si rivale):

a) abbia violato manifestamente la legge italiana o il diritto dell’Unione Europea, oppure

b) abbia travisato il fatto o le prove, affermando un fatto la cui inesistenza era provata in atti o, viceversa, negando un fatto di cui aveva prova dell’esistenza oppure

c) abbia emesso illegittimamente un provvedimento restrittivo (come un arresto o un’ordinanza di custodia cautelare in carcere).

d) diniego di giustizia, invece, è un concetto cumulativo che unisce ritardi, rifiuti, omissioni del magistrato nel compimento di uno o più atti d’ufficio, che ovviamente siano immotivati ed ingiustificati.

Anche in tal caso, quindi, ispirandosi ad un principio di funzionalità ed efficienza, anche la funzione giudiziaria diventa valutabile in termini di celerità e di accuratezza. Il cittadino non è in balia degli interessi o dell’indolenza eventualmente manifestata dal giudice che ha in carico il suo processo, ma può sollecitarlo ad esercitare il suo compito con cura, attenzione e competenza. Altrimenti cita in giudizio lo Stato e si fa risarcire.

In conclusione, stiamo cercando di offrire un quadro semplice ma chiaro dei diritti che tutti noi vantiamo nei confronti di varie categorie professionali che non possono permettersi di trascurare le nostre esigenze di ottenere una prestazione. Come tutte le utenze, anche dal Tribunale meritiamo attenzione e solerzia, altrimenti … dobbiamo farci risarcire!

Credits Immagini: ilgiornale.it; parlamentonews.it

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