Violenza di genere

Istat 2015, i dati sulla violenza di genere: una possibile chiave di lettura

di Alessia Sorgato.

Il 5 giugno è terminata l’attesa dell’aggiornamento di un capitolo fondamentale del Rapporto Istat sulla violenza contro le donne, quello sulla violenza dentro e fuori dalla famiglia. Lo aspettavamo dal 2006, quando uscì il primo, corposissimo risultato di una serie di indagini vittimologiche, da cui era emerso che oltre 16 milioni e mezzo di intervistate avessero subito una qualche forma di aggressione, fisica, psicologica o sessuale, fra i sedici ed i settanta anni.

prevenzione_violenzaIl dato aggiornato, pur aumentato lievemente a livello numerico (siamo a 16 milioni 688mila), ci è stato presentato percentualmente in calo, a parte in alcune ipotesi gravi come stupri e tentati stupri, che non accennano a diminuire, anzi.

Le altre voci sono mediamente in discesa, sia pur di qualche punto percentuale, e ciò ha provocato numerosi commenti positivi, dai quali non intendo discostarmi, tutt’altro, ma fornire una possibile chiave di lettura, ulteriore rispetto a quella ufficiale.

Istat ha infatti attribuito questo progresso ad una serie di fattori, diciamo cosi, sociologici: maggiore informazione, maggiore consapevolezza, maggiore fiducia nell’operato delle Forze dell’Ordine e conseguente gratitudine per i loro interventi, in uno con una più diffusa condanna da parte dell’opinione pubblica di tutti i fenomeni di abuso, sopraffazione, maltrattamento.

A mio parere, questi condivisibilissimi promotori di coscienza – a questo punto collettiva oltre che individuale –Autostima vanno considerati più conseguenze che cause, o meglio, possono annoverarsi nell’eziologia della diminuzione di casi, ed essere quindi ritenuti fautori di un risultato finalmente positivo agli sforzi di politica sociale ed alla promozione di una cultura di salvaguardia delle pari opportunità, nella misura in cui si approfondisca ulteriormente l’argomento e si vada ancora più indietro.

Alla base infatti, è mia opinione, si colloca un altro dato concreto ed indiscutibile: dal 2006 ad oggi ciò che è veramente cambiato è il panorama normativo, il catalogo delle disposizioni di legge applicabili a tutela della vittima, soprattutto se donna, minore di età, disabile o anziano (i cosi detti soggetti deboli, a cui molte sezioni di Tribunale ed alcuni rappresentanti dell’Ufficio del Pubblico Ministero, oltre – evidentemente – ad alcuni avvocati, tra cui la sottoscritta, si stanno dedicando a mo’ di specializzazione).

In questi anni, grazie agli impegni assunti in sede internazionale con la ratifica di Convenzioni epocali, come Lanzarote e Istanbul , il legislatore italiano ha dovuto introdurre una serie di disposizioni nel nostro codice penale ed in quello di procedura, allargando il ventaglio di quelle punitive (si pensi solo a quale rivoluzione culturale abbia rappresentato la decisione di riconoscere gli atti persecutori come delitto e punire altresì la violenza assistita e il cyberstalking , ma soprattutto incentivando un’area fino ad allora inesplorata: la tutela processuale della vittima.

Si sa che l’imputato gode di moltissimi diritti, all’interno del processo penale, funzionali alla sua difesa. Per chi svolge la professione legale è evidente la differenza di prerogative tra imputato e vittima: basti pensare che il primo può avere due legali di fiducia e la seconda solo uno; che il primo si vede assegnare immediatamente un difensore d’ufficio e la parte lesa, se non cerca un proprio legale, ne resta priva per tutta la durata del processo.

Ma oggi il vento sta cambiando: maggiore accesso al gratuito patrocinio (derogati i limiti di reddito per vittime di stalking, maltrattamenti e violenza sessuale), maggiori diritti di informazione (per esempio della richiesta di archiviazione, alla cui opposizione può procedere non in dieci ma in 15 giorni), parere obbligatorio della vittima se l’indagato chiede di uscire dal carcere o dagli arresti domiciliari, e così via.

Questo dà fiducia: sentirsi parte attiva di un meccanismo, quello del procedimento penale, oscuro e temuto, ma in cui entrare a pieno diritto e con l’assistenza di un legale esperto evita vittimizzazioni secondarie in cui la donna di fatto saliva sul banco degli accusati per come era vestita, atteggiata o moralmente giudicata. La paura di questo per tanto tempo, forse tuttora, rappresenta infatti uno dei deterrenti più forti alla denuncia.

Leggi il rapporto Istat

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *