Diritti e discriminazioni

Indigeni del Brasile: tra discriminazione e oppressione

A cura di Giulia Carloni

 

La parola indigeno ci riporta all’origine, all’appartenenza originaria a una terra o a un territorio. Indigeno nel nostro immaginario rappresenta anche chi che non è civilizzato, che vive chissà dove in mezzo alla giungla, senza regole sociali. Chiamiamo indigena una persona che non rientra nei canoni, selvaggia, che ama la natura e il contatto con essa. E ci dimentichiamo che possa essere discriminatorio verso tutti i popoli indigeni che, ancora oggi, abitano il nostro pianeta; tribù che vivono in modo diverso, con una struttura sociale differente e un bagaglio culturale ampissimo.  

Chi sono gli indigeni del Brasile?

Gli indigeni del Brasile, chiamati anche Indiani del Brasile o Indios, sono quasi 850.000 persone (lo 0,4% della popolazione del Brasile) e sono organizzati in 350 tribù. Sono, appunto, originari del Brasile e lo hanno abitato ancor prima dell’arrivo degli europei, avvenuto intorno al 1500. Vivono nelle foreste, nelle savane e nei pressi dei fiumi. Si sostentano attraverso la caccia, la pesca e la raccolta. Coltivano piante per nutrirsi e curarsi, ma anche per costruire case e oggetti di uso quotidiano.

Gli Yanomami, circa 27.000 individui, sono il popolo con il territorio più vasto. Vivono in 9,4 milioni di ettari nell’Amazzonia settentrionale. Il popolo più numeroso è invece quello dei Guarani, che conta circa 51.000 membri. Negli anni sono stati derubati di gran parte della loro terra per far spazio agli allevamenti di bestiame e all’agricoltura intensiva di soia e canna da zucchero. Oggi molte comunità dei Guarani vivono in riserve sovraffollate, mentre altre sono accampate sui lati delle strade. Gli Akuntsu sono rimasti solo in cinque, mentre gli Awá sono 450. Molti dei popoli amazzonici sono ridotti a meno di 1000 individui.

La situazione attuale

Le varie tribù stanno mantenendo la loro lingua, i loro costumi e le loro tradizioni, malgrado le influenze negative e a volte violente provenienti dalle città limitrofe. Spinte che chiedono un’omologazione culturale, che richiedono a questi popoli di essere meno indigeni. La conseguenza appare come un vero e proprio genocidio.  Furti e occupazione delle loro terre sono solo ciò che sta in superficie. Gli indigeni del Brasile fuggono dalla schiavitù, dal lavoro forzato e da condizioni di sfruttamento lontane dal nostro immaginario. 

Sono popoli in fuga, vulnerabili e fragili, che stanno sopravvivendo, scappano e si nascondono da taglialegna e allevatori. Le tribù vengono infatti quasi completamente sterminate a causa dell’espansione dell’agricoltura, delle attività minerarie e soprattutto del boom della gomma. Fu proprio quest’ultimo fenomeno a portare i colonialisti a ridurre in schiavitù gli indigeni, obbligati a raccogliere gli alberi della gomma in zone remote della foresta. Per soddisfare la richiesta sempre più alta di gomma da parte di Europa e Stati Uniti, in soli dodici anni furono resi schiavi, torturati e uccisi 30.000 indigeni. Ancora oggi migliaia di persone vengono sfruttate per la raccolta del caucciù. Le terre amazzoniche sono una fonte di ricchezza per gli occidentali, e la distruzione del territorio, della foresta Amazzonica, prevede, ovviamente, l’annientamento di coloro che la abitano. 

Ma non è finita qui. 

L’ulteriore minaccia sono le malattie provenienti dall’esterno, come il morbillo, l’epatite B, il degue, la malaria, la tubercolosi e il nuovo Covid-19, per le quali non hanno difese immunitarie. Queste popolazioni sono spaventate da ciò che non conosco, contro cui non hanno strumenti. La situazione dei popoli indigeni è preoccupante sia per il loro isolamento geografico sia perché non hanno accesso a servizi essenziali come l’acqua potabile e l’assistenza sanitaria; la malattia si aggiungerebbe a problemi cronici come la malnutrizione e la continua fuga, che li costringe, appunto,  a muoversi da un territorio all’altro per procurarsi da mangiare.  Inoltre, il fatto che le attività estrattive e minerarie vadano avanti nonostante la quarantena espone queste popolazioni a un rischio ulteriore di contagio.

Certo, è molto complicato comunicare con le popolazioni indigene dell’Amazzonia e spiegare l’importanza delle norme igienico-sanitarie da mettere in pratica in questo momento di pandemia mondiale. Alcune persone appartenenti a tribù, in Brasile, sono morte a causa del nuovo coronavirus. Molte ONG si stanno occupando di informare il mondo della situazione, grazie alla creazione di infografiche. La situazione è complicata in Brasile, anche a causa del governo di estrema destra di Bolsonaro. Un’ulteriore violenza è la conversione forzata da parte della Chiesa Evangelica a cui sono sottoposte alcune tribù. Il governo brasiliano sta spingendo infatti i popoli indigeni alla conversione forzata: una promessa di una vita migliore e meno indigena.

Jair Bolsonaro e il suo governo

Jair Bolsonaro, presidente del Brasile dal 1° gennaio 2019, esprime convulsamente il suo odio contro fasce della popolazione più vulnerabile. Oltre all’apprezzamento per la dittatura militare e a dichiarazioni di disprezzo verso i parenti dei desaparecidos, egli ha infatti esposto posizioni reazionarie e ultra-conservatrici su questioni come l’omosessualità, la parità di diritti tra uomo e donna, il razzismo verso i neri, gli indios, il Massacro di Carandiru, i non cristiani, la violenza sessuale, il porto d’armi, l’aborto, l’immigrazione e la difesa dell’ambiente. Bolsonaro ha inoltre espresso il suo sostegno alla tortura contro i trafficanti di droga e gli autori di sequestri di persona, e alla pena di morte per l’omicidio premeditato. È un politico di estrema destra fatto e finito. Con le sue azioni sta infatti rispettando una terribile (e disgustosa) promessa che aveva fatto in campagna elettorale: «Se diventerò Presidente, non ci sarà un solo centimetro in più di terra indigena». 

Damares Alves è a capo del Ministero della Donna, della Famiglia e dei Diritti Umani e si occupa di temi come l’aborto, le donne vittime di tratta e le droghe. La ministra è, ovviamente, in linea con il Governo Bolsonaro, come dimostrano le sue dichiarazioni: “Le donne sono nate per essere madri” o “È tempo che la Chiesa regni” o “Il ragazzo indossa il blu e la ragazza indossa il rosa”. La violenza di queste asserzioni è, ancora una volta, il risultato di un’ideologia conservatrice e razzista

Da dicembre 2018 l’agenzia FUNAI (Fundação Nacional do Índio), che si occupa della difesa degli indigeni, dipende dal Ministero della Donna, della Famiglia e dei Diritti Umani, dopo essere dipeso, negli ultimi anni, dal Ministero di Giustizia. Bolsonaro ha visto in questo cambio come una possibilità di affidare il controllo dell’agenzia alla ministra Damares Alves, una predicatrice evangelica sotto indagine per istigazione all’odio razziale nei confronti dei popoli indigeni.

La cultura anti-indigena che questo governo sta promuovendo, perseguitando i dissidenti e realizzando la conversione forzata dei popoli indigeni, comunica al mondo intero la minaccia che gli indios del Brasile stanno vivendo. 

La FUNAI

Marcelo Augusto Xavier Da Silva è presidente dell’unità della FUNAI (Fundação Nacional do Índio), incaricato di proteggere le tribù incontattate.  La FUNAI è l’agenzia federale agli affari indigeni. Il compito dell’agenzia è garantire che i loro diritti, stabiliti dalla Costituzione Brasiliana e dallo Statuto dell’Indio, siano rispettati. La FUNAI è inoltre responsabile della mappatura e della protezione delle terre tradizionalmente abitate e utilizzate dalle comunità Indios. Ha anche il compito di prevenire l’invasione dei territori indigeni da parte degli esterni.

La FUNAI è oggi in estremo pericolo. Il controllo dell’agenzia, nelle mani alla ministra Damares Alves, fa temere la sua morte, per più di un motivo. Il principale si riferisce all’esacerbazione del sentimento anti-indigeno nel congresso nazionale e la forte organizzazione di lobby rurali, evangeliche e minerarie all’interno del governo, le cui iniziative di legge e le politiche pubbliche non fanno altro che distruggere; e le grandi imprese semplicemente investono e investiranno sempre più nelle risorse della Foresta Amazzonica. Si tratta a tutti gli effetti un circolo vizioso. 

Conclusioni

Con questo orizzonte, sembra complicato pensare a soluzioni o a possibili cambiamenti. Ci sono, però, organizzazioni internazionali e ONG, che lavorano per salvare la vita agli Indiani del Brasile.  Survival, per esempio, lotta quotidianamente per la sopravvivenza dei popoli indigeni. Lo fa “per i popoli indigeni, per la natura, per tutta l’umanità”.  Questo non è solo un problema degli indigeni. Non possiamo più pensare che le cose siano distanti da noi: non lo sono. Siamo un unico pianeta. Abbiamo un unico cuore

Possiamo vivere in un mondo migliore.  Possiamo cambiare le nostre abitudini alimentari, diminuendo l’utilizzo della carne (l’80% delle superfici disboscate viene trasformato in pascoli per le mandrie di bovini. E vengono utilizzate anche per la coltivazione della soia, che a sua volta trova impiego come mangime per gli animali).  Possiamo nutrirci con alimenti del nostro territorio, promuovendo una cultura della filiera corta e dei prodotti BIO locali e stagionali.  Il cambiamento non deve avvenire solamente in Brasile, ma ognuno di noi può fare la differenza. Ogni giorno.  Preoccupiamoci della sopravvivenza della diversità, allontaniamo il pensiero razzista dell’omologazione culturale e proviamo a pensare di respirare tutti quanti la stessa aria. 

 

FONTI:

survival.it

wwf.ch/it

ilmanifesto.it

ilfattoquotidiano.it

theguardian.com

theguardian.com

funai.gov.br

ihu.unisinos.br

br.blastingnews

CREDITS:

Copertina

 

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