Violenza di genere

Il Sudan ha proclamato illegale la mutilazione genitale femminile

A cura di Silvia Crespi

 

Secondo una stima delle Nazioni Unite, l’87% delle donne sudanesi tra i quattordici e i quarantanove anni sono state vittime di qualche forma di mutilazione genitale femminile. In cosa consiste esattamente questa pratica?

Si tratta di una vera e propria circoncisione femminile che si effettua mediante il taglio o la rimozione parziale o totale dei genitali femminili esterni. Le complicanze che seguono a questo rituale sono molto frequenti e consistono in infezioni delle vie urinarie, dell’utero e dei reni, cisti, problemi all’apparato riproduttivo e dolori durante i rapporti sessuali. È una pratica di molti popoli africani, ma anche asiatici e mediorientali, che con i fenomeni dell’immigrazione e della globalizzazione si è presto diffusa in tutte le altre parti del mondo. L’Unione Europea stima che nei paesi europei ci siano circa 600.000 donne e bambine che sono state sottoposte alla mutilazione genitale e che stanno affrontando le conseguenze. Inoltre, altre 180.000 sono a rischio di subire questa dolorosa pratica in tredici paesi europei.

A livello internazionale, il primo strumento che è stato adottato per prevenire e combattere la violenza contro le donne, dallo stupro coniugale alla mutilazione genitale femminile, è la Convenzione di Istanbul, adottata dal Consiglio d’Europa nel 2011. Tuttavia, questa pratica continua ad essere diffusa e, se nel contesto europeo, solo 16 dei ventisette paesi membri hanno leggi specifiche per contrastare questo fenomeno, nei paesi in cui questa pratica non è considerata violenta, ma un rito necessario per salvaguardare la reputazione e il futuro matrimonio delle bambine, lo sradicamento totale sembra irraggiungibile. Secondo l’UNICEF, in ventinove Stati tra Africa e Medio Oriente, la mutilazione genitale femminile è ancora molto diffusa, nonostante ventiquattro di questi abbiano leggi e decreti che bandiscono la pratica. Tra questi gli Stati sudanesi, in cui il divieto è stato largamente ignorato.

Durante questi anni, ci sono stati molti tentativi portati avanti dalla società civile per estendere il divieto su tutto il territorio sudanese, ma il leader del Parlamento, Omar al-Bashir, ha sempre rigettato tutte le proposte. Solo nell’aprile del 2019, un movimento di donne senza paura ha spodestato il leader Bashir, accusando il suo governo di discriminare e violare i diritti delle donne (tra cui quello di indossare i pantaloni). Inoltre, il febbraio scorso, l’ex presidente è stato denunciato dal suo stesso paese  alla Corte internazionale dell’Aja con l’accusa di crimini di guerra durante la repressione del Darfur. Lo scorso 22 aprile il Parlamento del Sudan ha approvato un emendamento per il quale chi opera la mutilazione genitale femminile rischia il penale, con reclusione fino a tre anni e una multa. Nonostante la possibilità che questo crimine possa continuare ad essere praticato di nascosto, le donne sudanesi hanno conquistato una grande vittoria. 

L’aspetto più radicato relativo alle pratiche culturali come quella della mutilazione genitale femminile è quello di essere  concepita come una tradizione popolare e per questo non criticabile. Tuttavia, le conseguenze  della pratica possono essere la morte soprattutto se praticata con mezzi di fortuna, in ambienti non igienici, senza anestesia, l’invalidità  permanente per il corpo e la psiche della donna. Leggendo le storie di alcune vittime, ci si rende conto che molto spesso le vittime non sanno di esser state sottoposte a questa pratica spaventosa e di averlo scoperto solo a causa dei problemi di salute avuti in seguito o dal confronto con il\la partner. È terrificante prendere consapevolezza di essere stata violata in modo così intimo, senza nessun consenso. La mutilazione riflette in modo concreto ed estremo una mentalità sessista e discriminante verso le donne, oltre a violarne i diritti.

Se agli occhi di qualsiasi donna occidentale questo rito risulta solo un gesto barbaro e riprovevole, è tuttavia necessario andare oltre alla mera condanna legale del gesto.  Un cambiamento vero e profondo può realizzarsi solo attraverso fornendo educazione  ai genitori delle vittime che pensano di agire nel giusto. Il problema è di tipo culturale e pertanto è auspicabile coltivare la consapevolezza la conoscenza per combattere questa pratica violenta. Il percorso verso il vero cambiamento sarà lungo e, purtroppo continueranno ad esserci vittime, ma è certamente possibile costruire un mondo in cui nessuna bambina venga trattata diversamente dagli altri bambini.

FONTI

news.un.org

bbc.com

hrw.org

CREDITS

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