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Il sorriso dei bambini thailandesi liberati dalla grotta ci ha commossi come se l’avessimo visto realmente

di Roberta Cacioppo

 

Finalmente un disastro è stato risolto

Titolare di un bar la mattina dell’11 luglio, leggendo la prima pagina di un quotidiano

 

Martedì 10 luglio si è felicemente conclusa la difficile vicenda dei 12 calciatori tra gli 11 e i 16 anni che sono rimasti intrappolati insieme al loro allenatore venticinquenne in una grotta in Thailandia; una traversia che ha tenuto tutto il mondo con il fiato sospeso per giorni. Il 23 giugno sono rimasti bloccati in un cunicolo a circa 3 chilometri dall’ingresso e ad almeno 800 metri di profondità, al buio, senza acqua nè cibo.  

Molti in Italia hanno rievocato le emozioni di quando – nel 1981 – Alfredino Rampi rimase incastrato per 3 giorni in un pozzo artesiano, dopo essere caduto fino a 60 metri di profondità, finché, infine, è morto. Allora il caso fece molto scalpore perché per la prima volta l’opinione pubblica aveva potuto partecipare alla vicenda attraverso una diretta ininterrotta della RAI. 21 milioni di spettatori rimasti incollati ai televisori: persone coinvolte, a volte fino a commuoversi tra le mura domestiche, come se Alfredino fosse uno di casa.

Oggi, nei 16 giorni in cui i ragazzi sono rimasti intrappolati nella grotta thailandese, tutti noi abbiamo imparato a conoscerli: sappiamo i loro nomi, e molte cose del viaggio che li ha sfortunatamente portati in quel luogo, qualcuno ha persino diffuso i loro gusti culinari e le fantasie al pensiero della conclusione di quell’incubo. Una volta liberati tutti, sui social si sono letti messaggi carichi di entusiasmo per la fine di questa brutta avventura, come se si trattasse si persone conosciute, familiari. Un’epidemia di profonda empatia con i protagonisti di quanto accaduto, che per 2 settimane in tutto il mondo ha coinvolto milioni di persone, quasi come fosse successo a qualcuno di famiglia, con un intenso contatto emotivo.

Il fatto che i protagonisti fossero dei giovani (pre)adolescenti alle prese con una situazione obiettivamente critica  preoccupante – per 9 notti e 10 giorni nessuno sapeva nemmeno dove fossero esattamente all’interno del labirinto di cunicoli – ha certamente contribuito ad alimentare un coinvolgimento così intenso.

Anche la qualità dell’informazione fornita dalla stampa locale ha avuto un suo ruolo nell’alimentare la partecipazione: c’è stato un grande rispetto per la vicenda, ma soprattutto è stato realizzato uno story-telling accurato ed emotivamente coinvolgente, che ha offerto a lettori e ascoltatori l’illusione di conoscere quei ragazzini, sentendosi quindi a loro vicini. La trama aveva la struttura di una vera e propria novella, che è arrivata direttamente in contatto con la pancia di chi ha assistito, attraverso lo sviluppo di una trama quasi da manuale. Ci sono stati la suspense quando i ragazzini non si trovavano, le preoccupazione per il loro stato di salute messo alla prova dalle privazioni, la partecipazione di specialisti speleologi e sub arrivati da tutto il mondo, la tragedia del volontario che ha perso la vita durante il tentativo di  attrezzare i cunicoli per l’uscita e per far arrivare ossigeno sufficiente agli imprigionati, la trepidazione per l’uscita alla spicciolata dei ragazzini durata in tutto almeno 3 giorni a causa delle difficoltà tecniche, la descrizione di ciascuno di loro mano nella mano con un sub che lo guidava, e infine il ballo festoso dei volontari una volta liberati tutti i prigionieri. Il tutto intriso di un profondo rispetto, perché sono pochissime le foto dei minori diffuse (scatti, peraltro, presi da loro stessi inizialmente per comunicare via cellulare con le famiglie), e i loro corpi e volti sono stati protetti al termine dell’avventura, per non ostentare il deperimento fisico e lo stato emotivo.

Attraverso il racconto di una storia in fondo personale, l’intero quadro è stato semplificato e partecipato, e reso quindi più fruibile a chi ne ha avuto accesso. Essendo ormai sommersi da informazioni di ogni tipo, dobbiamo scegliere, e le storie che smuovono la nostra capacità empatica sono quelle che più facilmente ci colpiscono e coinvolgono: non basta, quindi, solo l’autorevolezza di chi scrive, ma anche la sua capacità di stimolare le nostre emozioni, nel modo di raccontare, ma anche nella scelta della notizia da comunicare. Il cuore va oltre al punto in cui la mente, necessariamente, si ferma. L’opinione pubblica ha voglia di buone speranze, di promesse da coltivare, di sorrisi da distribuire.

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