Attualità

Il riscatto dei giovani: l’intraprendenza contro il pregiudizio

A cura di Ilaria Prazzoli

 

“Nonno, nonna! A Pasqua si festeggia in famiglia: picnic in giardino, a qualche metro di distanza ma comunque insieme. Ci state?”

Così aveva proposto Irene – 21 anni – ai suoi nonni, che abitano al piano di sotto, qualche giorno prima di Pasqua; e così avevano fatto. Irene sapeva quanto loro abbiano a cuore le tradizioni e le festività cristiane, e sapeva anche quanto la situazione del lockdown, che li costringeva lontani dai loro affetti, li facesse soffrire.

Ed ecco, allora, che da una parte sedeva la sua famiglia, sopra ad una tovaglia colorata stesa sul prato, e dall’altra i nonni, di fronte a un tavolo da picnic. Rigorosamente a sei o sette metri di distanza. Tra un boccone di torta pasqualina e qualche pezzo di cioccolato – tanti, a dire la verità -, quel pomeriggio erano riusciti ad accantonare tristezza, malinconia e pensieri negativi, per trascorrere forse uno dei momenti più sereni di tutta la quarantena. Certo, non è stata la Pasqua che si vede nelle pubblicità, con tutta la famiglia riunita intorno ad una grande tavolata imbandita. Ma che importa? La sua iniziativa, così semplice, quasi infantile, ha regalato un po’ di felicità ai suoi nonni. Non è questo, dopo tutto, lo scopo delle feste? 

Irene è soltanto una delle migliaia di ragazze e di ragazzi che durante la quarantena, da un momento all’altro, sono rimasti confinato tra le mura domestiche. Ma nonostante questo, e nonostante l’opinione comune, non tutti sono entrati in simbiosi con il divano e non si sono più schiodati da lì. A differenza di molti adulti, infatti, i giovani non si sono lasciati abbattere tanto facilmente, e hanno colmato questo inaspettato (e prezioso) tempo libero con progetti e iniziative. Chissà, forse alla fine sarà proprio una pandemia a riscattare i giovani dalla pessima reputazione che l’opinione pubblica ha di loro. Perché, in effetti, nel dizionario italiano-luoghi comuni, “adolescenza” è diventato sinonimo di pigrizia e insolenza. Frequentemente i giovani vengono additati come “svogliati”, “immaturi”, “irresponsabili”, ed è inutile negarlo ostinatamente: spesso è davvero così. Di adolescenti difficili da gestire, indisciplinati e reticenti alle regole ne è pieno il mondo. E il ragazzo di Lodi che il 13 aprile – pur consapevole di essere positivo al virus – aveva organizzato una festa con altri cinque amici, ne è solo l’ennesima conferma. Ma, allo stesso modo, la società brulica anche di genitori irresponsabili e di adulti incoscienti. E talvolta, anzi, i cittadini più difficili da gestire sono proprio loro.

I giovani non possono essere ridotti a una mera manciata di pregiudizi, e la pandemia ne ha fornito una prova tangibile. Il virus ha stravolto soprattutto la quotidianità degli adulti, talvolta disorientandoli drasticamente. Ma, mentre dolore e malinconia si espandevano come acqua rovesciata da un bicchiere, i ragazzi hanno trovato un terreno fertile su cui seminare propositività e speranza.

Attenzione. Questo non significa che gli adolescenti non si rendano conto della portata del dramma, o non ne stiano soffrendo; tutt’altro. Forse nessuno più di un bambino o di un ragazzo sta sperimentando quella claustrofobica sensazione di prigionia che si prova soltanto negli incubi, quando ci si ritrova rinchiusi in una scatola dalla quale è vietato uscire. Ma la vita non può fermarsi, e in attesa di un via libera, i giovani hanno cominciato a tappezzare le pareti di questa scatola con ottimismo e spirito di adattamento. 

A loro favore, prima di tutto, c’è la dimestichezza con internet, non sempre posseduta da tutti gli adulti. Le infinite possibilità che l’era digitale offre nel XXI secolo hanno consentito ai giovani di non abbandonare attività e interessi, ma di spostarli – quando possibile – su un’altra piattaforma. Ragazzi che hanno sempre praticato sport a livello agonistico – e quindi abituati ad allenarsi ogni giorno – avrebbero potuto approfittare della situazione inedita per sperimentare il tanto agognato ozio casalingo. E invece si sono subito dati appuntamento a giorni e orari prestabiliti, per allenarsi via Skype o Messenger. Lo scopo è sicuramente quello di restare in allenamento, ma fattore ancora più importante è non perdere il contatto con la realtà, una realtà che per ora è stata messa in stand-by, ma che prima o poi ritornerà. 

Non tutti gli sport, però, possono essere trasferiti facilmente su uno schermo. Erano migliaia in tutto il Paese le piscine, le palestre e i campi sportivi che dallo scorso 24 febbraio avevano chiuso i battenti. E quindi che fare? Divano e Netflix? No, o almeno, non solo! I ragazzi si sono ingegnati, e i più fortunati hanno trasformato il proprio giardino nella personale area jogging. A chi non è capitato almeno una volta, affacciandosi alla finestra in questi giorni, di vedere giovani sportivi correre intorno al perimetro della casa, o su e giù per le scale del condominio? Agli spettatori più fortunati, poi, sarà accaduto di scorgerli in compagnia dei famigliari meno giovani. Perché alla fine – che sia per i sensi di colpa, per competizione o per ricordare che sensazione si provi a sudare – anche gli adulti più pigri vengono influenzati dalla tenacia dei giovani atleti. 

Ma la voglia di fare movimento non è l’unica superstite dell’epidemia: il Coronavirus non è riuscito ad abbattere neanche il sentimento di solidarietà dei giovani. In maniera assolutamente volontaria, infatti, molti ragazzi in questi giorni si sono offerti di fare la spesa o comprare medicinali a tutte le persone impossibilitate a farlo autonomamente, come anziani o malati. Il tutto, ovviamente, rispettando le misure di sicurezza. Oltre alla spesa solidale, poi, c’è stato chi ha distribuito mascherine nella buca della posta, chi si è offerto volontario per la Croce Rossa, chi ha risposto alla cornetta di sportelli telefonici a supporto delle persone provate dalla solitudine. Insomma, le iniziative di volontariato accolte dai giovani sono state molteplici.

Da analizzare, poi, c’è anche un altro fattore, spesso trascurato o dato per scontato: il tempo. Infinite giornate che sembrano ripetersi identiche a se stesse, e che con il lockdown, per la prima volta, ognuno ha avuto a completa disposizione. Quante volte ci si è nascosti dietro l’alibi del “non ho abbastanza tempo”? Beh, questo tempo l’abbiamo avuto, e in tanti lo hanno sfruttato. Libri, film, strumenti musicali: ognuno ha potuto finalmente dedicarsi a quell’attività che aveva sempre rimandato.

Il contatto umano, purtroppo, è stata la mancanza più sentita di quel periodo. Una mancanza che neanche la tecnologia è stata in grado di colmare. Ma anche in questo caso i più giovani si sono subito mobilitati, trovando nelle videochiamate delle valide antagoniste alla distanza. La tentazione di guardare negli occhi i propri affetti a discapito dei chilometri, alla fine ha scalfito anche i più ostici nemici dell’era digitale: così anche genitori e nonni, sotto la severa supervisione di figli e nipoti, hanno dovuto comprendere una volta per tutte il funzionamento di telecamere interne e webcam.

Naturalmente nessuno schermo potrà mai rimpiazzare il calore di un abbraccio, di una risata o di un bacio. E nessuna videochiamata potrà mai colmare la voglia di bere una birra nel cortile dell’università con i propri compagni di corso. Ma a scanso di alternative, è certo che la tecnologia possa alleviarne, almeno in parte, il vuoto della mancanza. E dopo tutto, gli aperitivi in videochiamata non sono poi così male. 

Infine, un riconoscimento a parte va a tutti quei giovani studenti fuori sede che, di fronte al pericolo di contagiare i propri cari, hanno preferito rintanarsi nel loro piccolo appartamento in affitto. Per questi ragazzi l’ammirazione è doppia, perché loro con la solitudine devono conviverci tutti i giorni. 

Stando così le cose, un errore in cui incappare facilmente potrebbe essere quello di credere che sia stata la situazione di emergenza a “cambiare” improvvisamente i giovani e a “renderli più produttivi”. Forse, invece, per troppo tempo gli adolescenti sono stati guardati attraverso la lente del pregiudizio, e la quarantena non è stata altro che il pretesto con cui squarciare finalmente il velo di Maya. Dietro di esso, uno dei principali cardini del buon senso: non fare di tutta l’erba un fascio. E ancor più importante, non puntare sempre il dito contro. A volte, colui che si etichetta come “ragazzo ingestibile” è soltanto un figlio che non ha ricevuto quell’esempio edificante che i genitori sono tanto convinti di aver dato.

 

FONTI:

Stefania Andreoli, ‘’Adolescenti rinchiusi’’, 7Corriere (settimanale del Corriere della Sera), numero del 10/04/2020

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