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Il paradigma della diversità nella dis-abilità

Pubblicato il Pubblicato in Salute e Libertà di scelta

Di Jacopo Stringo.

La diversità è una delle fonti più fruttuose di conoscenza e di apprendimento: quando ci si trova immersi in una realtà equivalente e congruente, si pensa che “questo è e non può non essere”; l’incongruenza, invece porta a fermarsi su meccanismi scontati e dati per certi, analizzandoli nelle loro radici epistemologiche profonde. Kurt Gödel, uno dei più grandi matematici nonché filosofi del ‘900, quando era bambino veniva chiamato “Herr Warum”, “signor perché”. Tutti i bambini attraversano la “fase del perché”: qualsiasi cosa gli si dica rispondono con questa domanda. Vedono in ciò che non capiscono una possibilità, e ne sono incuriositi. Affrontando la diversità come una risorsa si può dare una risposta a molti “perché” posti dalla contemporaneità. Senza un paradigma della diversità, inteso come una riflessione sulla natura delle differenze sia visibili che invisibili, probabilmente non si riuscirà mai a dare sostanza alle complessità nei rapporti relazionali, composti da esseri complessi.

Essere in salute appartiene all’ordine discorsivo dell’agentività umana, ovvero della capacità degli uomini di perseguire i propri scopi. In parte probabilmente è vero, ma non è un discorso che esaurisce completamente la questione. In tal senso, è possibile considerare che chi sia in salute abbia la capacità di agire nel mondo e di essere membro attivo e partecipe della vita sociale e reale della sua sfera fisica. Il tema della salute attraversa trasversalmente e per intero questa tematica poiché se esiste la diversità, esiste un diverso e una mancata elaborazione della questione porta a fenomeni di odio, discriminazione, violenza e, quindi, non-salute fisica, psicologica e sociale. Questo per dire che “i disabili” sono considerati una categoria sociale e, seguendo questo ragionamento, la disabilità è una questione da trattare in maniera sociale, non individuale.

disabilita-midSul tema della disabilità, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) fa numerose specificazioni nell’ICIDH (International Classification of Impairments, Disabilities and Handicaps) (1980), e ci invita a non confondere sul piano pratico “menomazione” e “disabilità”. La menomazione riguarda il dominio del funzionamento del corpo e della mente, mentre la disabilità è una incapacità situazionale e momentanea nell’esecuzione di un compito o uno scopo. Per esemplificare, se devo salire al piano superiore di un edificio con la carrozzina, mi è impossibile prendere le scale (disabilità di salire al piano superiore); se posso utilizzare l’ascensore, tuttavia, non sono più dis-abile, cioè non abile, rispetto al compito. La disabilità, pertanto, non appartiene alla persona ma alla relazione tra individui e contesto. Ecco perché essa si può risolvere prescindendo dalla menomazione. Per questo motivo, non è possibile percepire un disabile fisico solamente come qualcuno che non possiede la salute, e meno ancora come un peso della società: nel momento in cui egli ha trovato modo di ovviare agli ostacoli posti dalla menomazione, ed è in grado di farlo con serenità e recuperando appunto la sua agentività sul presente, non è considerabile come malato. Personalmente, in questo contesto amo molto la definizione di “diversamente abile”, perché fornisce quadridimensionalità alla persona: una dimensione dell’agire fisico, una dimensione dell’agire psichico, una dimensione dell’agire sociale e, infine, una riflessione sulla modalità e qualità dell’azione. È diversamente abile perché è in grado di dare un contributo reale; che non lo faccia nei modi usuali, ma diversi, per l’appunto, è indifferente.

Nell’ICF (International Classification of Functioning, disability and health) (2001), sempre dell’OMS, vengono revisionati alcuni termini e ridefiniti alcuni concetti precedentemente dati. Per esempio, vengono rivisti i domini di definizione che erano stati adottati in passato come linea guida generale sulla questione della disabilità: “i domini contenuti nell’ICF possono, perciò, essere visti come domini della salute e domini ad essa correlati. Questi domini sono descritti dal punto di vista corporeo, individuale e sociale in due elenchi principali: (1) Funzioni e Strutture Corporee e (2) Attività e Partecipazione[1]. Ovviamente, i domini della salute non sono gli unici fondamentali quando si parla di vita e di qualità di vita, ma possono tuttavia essere definiti “un sottoinsieme di domini che costituiscono l’universo completo della vita umana[2]. Intuitivamente, già analizzando questo cambio di rotta nella definizione e nella scelta d’area della disabilità attuata dall’OMS, si può capire quale sia invece la potenzialità e la risorsa insita nella questione della diversità sottesa ad essa. Infatti, “questi termini, che sostituiscono quelli usati precedentemente — «menomazione», «disabilità» e «handicap» — ampliano la prospettiva della classificazione permettendo la descrizione di elementi positivi[3]. Quando è stato presentato questo progetto, a Roma, è stato sottolineato quanto la disabilità sia “un problema che non riguarda i singoli cittadini che ne sono colpiti e le loro famiglie ma, piuttosto, un impegno di tutta la comunità, e delle istituzioni innanzitutto[4]. Tuttavia, per fare ciò occorre innanzitutto che vi sia la comprensione delle potenzialità e delle risorse che si trovano nell’area dei diversamente abili, che è il primo passo per capire quanto sia importante agire. La sensibilizzazione della comunità pare almeno in apparenza molto elevata, a giudicare da quale livello di disapprovazione sociale mostrino anche recenti fatti di cronaca: ricordo il caso dell’imprenditore che ha aggredito il genitore del ragazzo disabile, dopo esser stato richiamato per aver parcheggiato una Ferrari al posto riservato. Quello che forse appare mancante o perlomeno parziale, invece, è un’attivazione a livello dei sistemi sociali e organizzativi più elevati, che si devono mobilitare attraverso “un approccio nel quale gioca un ruolo strategico la stretta collaborazione tra i diversi livelli di responsabilità istituzionale (sussidiarietà verticale) e tra le istituzioni, le associazioni e il privato sociale (sussidiarietà orizzontale)[5]. In questo caso specifico, non intendo caricare le responsabilità esclusivamente sulle istituzioni politiche, tant’è che ho precisato che l’attivazione comunitaria e sociale deve essere una condizione necessaria; ma essa non può in alcun modo essere sufficiente. Come giustamente è sottolineato nell’ICF, “la questione riguarda gli atteggiamenti e le ideologie e richiede cambiamenti sociali, cosa che a livello politico diventa un problema di diritti umani. Per questo modello le disabilità diventano, in breve, una questione politica[6].

Tutto questo al fine di raggiungere una maggiore comprensione e, perché no, un ampliamento del concetto di benessere, definito dal testo stesso “termine generale che racchiude tutto l’universo dei domini della vita umana, inclusi aspetti fisici, mentali e sociali, che costituiscono quella che può essere chiamata una «buona vita»[7], ampliamento possibile e attuabile in quanto, migliorando le condizioni olistiche dei soggetti con disabilità, si può avere una comunità più produttiva, poiché sfrutta delle risorse al momento inutilizzate o solo parzialmente utilizzate, e più ricca e soddisfatta nello svolgimento pieno delle sue funzioni.

Credits Immagini: www.colibrinews.it – www.abilitychannel.tv

[1] ICF Short Version: International Classification of Functioning, disability and health, 2001, World Health Organization, Geneva, Switzerland; pag. 13.

[2] Ibid. pag. 180.

[3] Ibid. pag 13.

[4] Ibid. pag 6.

[5] Ibid. pag 6.

[6] Ibid. pag. 37.

[7] Ibid. pag 180.

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