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Il Gay Pride riguarda tutti noi

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Di Roberta Cacioppo.

Anche per il 2017 il Pride è finito. E anche quest’anno si è detto di tutto.

A Milano la manifestazione ha visto la partecipazione di 200mila persone. Il titolo è stato Diritti senza confine, quasi a celebrare un collegamento con la marcia “20 maggio senza muri”, fortemente voluta dall’assessore alle Politiche Sociali, Salute e Diritti Pierfrancesco Majorino per sensibilizzare sul tema dei diritti dei migranti. Regione Lombardia, invece, non ha nemmeno concesso il proprio patrocinio, con una votazione-balletto giocata sull’astensione di un consigliere.

pride1A partire dalle contestazioni di Stonewall nel 1969, il Gay Pride – trad.: Orgoglio Gay – è diventata la manifestazione rappresentativa per antonomasia della rivendicazione della propria identità sessuale. Questo significa che, idealmente, il Pride non riguarda esclusivamente le persone con identità di genere e/o orientamento sessuale non maggioritario, ma riguarda chiunque. Si tratta di una vera e propria manifestazione, espressione dell’orgoglio di una comunità che da poco può permettersi di non rimanere nascosta, e con questo evento comunica al mondo il proprio essere, esprime dissenso per gli atti di bullismo omofobico, vuole riportare alla dimensione di irrealtà la cosiddetta “ideologia gender” , cerca di favorire la comunicazione, il diritto alla libera espressione di sé e alla libertà di amare. La nostra stessa esistenza ci dimostra che la sessualità ha un ruolo centrale nelle nostre vite, ma la storia e la nostra cultura di riferimento evidenziano ancora pericolosi ancoraggi morali che spesso impediscono di vivere pienamente questa dimensione, per paura di allontanarsi da ciò che viene – palesemente o implicitamente – definito come “normale”.

In realtà, le proteste nei confronti dei cortei del Pride arrivano da ogni parte: non sono soltanto eterosessuali più rigorosi a lamentarsene, ma anche alcuni membri della stessa comunità LGBT+ li considerano eccessivi, volgari, e persino pericolosi per la loro provocatorietà, che potrebbe (e spesso lo fa) importunare l’opinione pubblica.

Ma la questione centrale è proprio qui: il Pride è appositamente organizzato per sfidare, stimolare, rivendicare qualcosa che spesso per la nostra società risulta inaccettabile, perché fortemente ancorato a tabù che non hanno certamente solo a che fare con l’omosessualità, ma con la sessualità in generale. Ciò nella piccola, quotidiana, ripetitiva realtà di ciascuno di noi viene stigmatizzato,  nel Pride viene intenzionalmente mostrato e amplificato, per andare contro una prassi non formalizzata, ma capillarmente diffusa.

Tanto che al Pride partecipa chiunque: non solo persone appartenenti alla comunità LGBT+, ma anche famiglie, eterossesuali “ally” (trad.: alleati), bambini, anziani. Il senso legato a questo evento è quello di valorizzare lo stare insieme, non nascondendosi nella riservatezza delle proprie case. Parliamo di valori fondamentali per ogni essere umano: la libera espressione di sé, il rispetto per le differenze di qualsiasi tipo, che passa per l’accettazione incondizionata per l’altro, l’assenza di pre-giudizio, la libertà di poter manifestare liberamente qualcosa che c’entra con la propria identità sessuale, qualsiasi essa sia.

prideOggi, il percorso di emancipazione sessuale deve riguardare chiunque. Non più solo le femministe degli anni ’70, o gli omosessuali, ma ciascuno di noi.

E la “prova del 9” di quanto qui scritto sta nel constatare che anche quest’anno in varie città italiane si sono verificate “processioni di riparazione pubblica”: Questo, ad esempio, quanto dichiarato dal comitato organizzatore di Reggio Emilia, che ha deciso di “organizzare una grande processione a riparazione dello scandalo pubblico. Il peccato impuro contro natura, come insegna il Catechismo, grida vendetta al cospetto di Dio e, quando palesato pubblicamente, attira ancor più l’ira del Signore sopra al popolo“. Lo scopo degli organizzatori era quello di “far risplendere, in un giorno di buio e di grave peccato, il lume della Fede Cattolica.

 Andiamo oltre: ce n’è bisogno.

Rispettiamoci come esseri umani, proprio a partire dalla nostra soggettività, fatta anche di sessualità.

Credits immagini: www.pride.com

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