suicidio

Il diritto di morire

Pubblicato il Pubblicato in Salute e Libertà di scelta

Di Alessia Sorgato.

Inutile girarci attorno, non lo abbiamo. Non ancora, forse, ma siamo – a mio personale parere – molto lontani dal momento in cui ne verrà riconosciuta anche solo qualche, magari limitata, ipotesi. Lo dimostra, da ultimo, L’imputazione coatta di Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, emessa in luglio dalla magistratura milanese in risposta alla coraggiosa ed innovativa richiesta di archiviazione avanzata a maggio.

La storia

I fatti sono noti a tutti, almeno a grandi linee, perché la grancassa mediatica ha dato loro grande risalto. Oggi, pubblicati i provvedimenti giurisprudenziali, si può tentare un commento più tecnico e giuridicamente informato.

La vicenda è quella di Dj Fabo, milanese divenuto tetraplegico e cieco dopo un terribile incidente che ne ha stroncato la vivacità – motoria e dialettica- ma non la sensibilità alle sofferenze fisiche. Inefficace ogni cura, fallito anche un ultimo intervento sperimentale in India, Fabiano Antoniani implora di morire.

Contatta, tramite la fidanzata, Marco Cappato e da lui apprende dell’esistenza dell’Associazione svizzera Dignitas. Si fa mandare il materiale informativo, fa preparare la documentazione necessaria, si fa trasportare presso la loro sede.

Si sottopone ai colloqui. Si fa preparare la flebo. Morde lo stantuffo che la aziona. E muore.

Cappato si consegna, per così dire, il giorno dopo in Questura e racconta.

Io ho letto solo i due provvedimenti che sto provando a commentare (richiesta di archiviazione dei Pm e ordinanza di imputazione del Gip), non tutto l’incarto processuale, quindi conosco solo le due punte degli iceberg ideologico-giuridici entrati in collisione.

Ma sulla ricostruzione dei fatti coincidono: Fabo voleva morire perché non aveva speranza di migliorare, conduceva una esistenza dolorosa per se stesso e chi lo amava, e doveva giocoforza affidarsi ad altri per trovare la strada che realizzasse il suo ormai unico desiderio.

Non è stato Cappato a scrivere a Fabo, ne’ poi a contattare la Dignitas in Svizzera per suo conto.

L’iniziativa è di Fabo, che ha mosso la mano di qualcuno (meglio, qualcuna) che lo amava talmente da aiutarlo persino in questo percorso verso la soluzione definitiva.

Non è stato Cappato a raccogliere i documenti richiesti dalla Dignitas ne’ a registrare le ultime irremovibili dichiarazioni di Fabo, che le ha rilasciate ai medici ed ai volontari svizzeri.

Eppure, queste persone non sono oggi imputate di aiuto al suo suicidio, perché hanno agito nel pieno rispetto della legge svizzera.

La questione è delicatissima e meriterebbe spiegazioni ben più ampie: stiamo organizzando un convegno proprio per fornirvele. Qui abbiamo lo spazio sufficiente solo per chiarire alcuni punti di base, da cui possiamo sviluppare insieme la discussione.

La legge italiana

Nel codice penale vi sono due norme che puniscono rispettivamente l’omicidio del consenziente (articolo 579) e l’istigazione o aiuto al suicidio (articolo 580).

Nel primo caso io uccido materialmente una persona che vuole morire.

Nel secondo lo stimolo, rafforzo il suo proposito, lo aiuto concretamente, ma non ho io in mano l’arma.

In questa vicenda i Pm hanno ipotizzato che quello di Cappato fosse stato un aiuto ma poiché si era limitato ad azioni preliminari, non concretamente esecutive, hanno chiesto l’archiviazione del caso. In verità hanno fatto qualcosa in più, arrivando a sostenere una ulteriore spiegazione, ossia che possa riconoscersi un diritto ad una morte dignitosa anche nel nostro Paese.

In terza battuta hanno provato addirittura a portare la questione alla Corte Costituzionale, invocando un intervento che intaccasse l’articolo 580.

Ma nessuna delle soluzioni che hanno prospettato non è stata condivisa: invece che archiviare, mandare gli atti alla Consulta o chiedere nuove indagini, il giudice ha risposto in modo drasticamente opposto. A suo parere Cappato ha rafforzato l’intenzione di dj Fabo e per questo va processato. Questo suo comportamento, secondo il giudice, costituisce reato.

Lo stato delle cose

Cerchiamo di capire adesso, molto semplicemente, quali ragioni giuridiche stanno alla base di questi due provvedimenti, così diametralmente opposti nelle loro conclusioni.

In uno si chiede di archiviare. Nell’altro si manda a processo.

Sono letture di grande spessore e cultura, di cui tentiamo qui una prima sintesi.

In Italia esiste un solo precedente giurisprudenziale che abbia deciso una vicenda simile al caso di Fabo: è la sentenza 6 febbraio 1998 n. 3147. A torto si richiamano le sentenze relative alla vicenda di Eluana Englaro e sul caso Welby.

Quelle due decisioni – che di fatto hanno reso possibile e legittimo il loro decesso – non sono in realtà richiamabili perché riguardano una ipotesi diversa, quella del rifiuto ( e quindi della sospensione) di quei trattamenti – come nutrizione ed idratazione- che conservano in vita.

Il caso Fabo riguarda la somministrazione di una sostanza che provoca la morte.

Sembra che lui si fosse informato in proposito e che, nelle sue condizioni, anche se staccato da quelle macchine, avrebbe impiegato sino a due settimane per morire, e per giunta in preda ad atroci tormenti. Non sarebbe stata cosa breve né asintomatica.

A poco vale richiamare la giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo che, ogni volta che si è occupata di casi simili, ha sempre dichiarato che sono i legislatori degli Stati membri a detenere esclusiva potestà di dettare regole sul tema.

Nessuno, neppure la Corte, si può sostituire ad essi ne’ imporre un indirizzo piuttosto che un altro.

Nel nostro Paese una legge che regoli e disciplini il suicidio (altrui) non c’è.

Chi non riesce a suicidarsi da solo, deve rinunciare oppure, se ci riesce, fare in modo che se ne occupi esclusivamente un soggetto la cui legge nazionale lo permetta, come quella svizzera.

Questa è la realtà oggi. Si può discutere in astratto, anche per pagine e pagine, sullo scopo di norme, come l’articolo 580 del codice penale, e sul significato e la portata delle sentenze rese a Strasburgo, come hanno fatto i magistrati assegnatari di questo caso.

Ma finché non intervengono Parlamento e Senato, noi saremo privi della legge e quindi continueremo ad interrogarci se quello che Cappato ha fatto sia giusto moralmente, umanamente e giuridicamente.

E ci daremo risposte diverse.

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