Salute e Libertà di scelta

Il diritto di morire – Parte II

fabo

Di Alessia Sorgato.

Stiamo seguendo con grande interesse la vicenda processuale che vede imputato Marco Cappato – politico italiano, esponente dei Radicali e dell'Associazione Luca Coscion (di cui è anche tesoriere) nonchè promotore del Congresso mondiale per la libertà di ricerca e della campagna Eutanasia legale ( 1 ).

Come ricorderete, a settembre dello scorso anno il Giudice a cui la Procura di Milano ha trasmesso la richiesta di archiviazione dell’indagine per Istigazione al suicidio del dj Fabo, invece che chiudere – come domandatogli – ha addirittura capovolto l’impostazione dei PM ed ha ingiunto loro di formulare l’imputazione coatta.

Detto in parole molto più semplice, la Pubblica Accusa non ci vedeva alcun reato e l’Ufficio Giudice indagini preliminari ce lo vedeva eccome, tanto da imporre di processare l’uomo, reo – come a tutti noto – di aver messo i famigliari di Fabiano Antoniacci in condizioni di contattare un istituto svizzero (l’Associazione Dignitas), dove poi avrebbe trasportato fisicamente l’uomo che da molto tempo chiedeva di mettere fine a quelle che ormai sìerano solo sofferenze.

Lo scorso 17 gennaio quegli stessi Pubblici Ministeri che avevano chiesto l’archiviazione hanno, coerentemente, domandato alla Corte d’Assise di Milano, che sta processando Cappato, di assolverlo. Chi era presente in aula ha riferito di una requisitoria molto puntuale, che ha citato testualmente la normativa italiana e quella estera, sottolineando in più passaggi quello che, a parere di tutti i giuristi che si stanno confrontando sul caso, è il punto nodale.

L’articolo 580 del codice penale, che punisce con la pena da cinque a dodici anni di reclusione chi determini (ossia crei il convincimento) o rafforzi in altri un proposito di suicidio già esistente, o ancora che ne agevoli l’esecuzione, ha ancora senso nella nostra società civile? Può ancora essere invocato ed applicato a chi – come professa Marco Cappato – si limita a restituire dignità alle persone che, per colpa delle loro condizioni psico-fisiche deteriorate, ritengono di averla persa?

Questa domanda è stata posta alla Corte d’Assise come alternativa alla questione principale, che resta – come in tutti i processi penali – se l’imputato sia o meno colpevole di quanto avrebbe commesso.

Ancora una volta, ribadendo il proprio fermo convincimento giuridico ed etico, i PM hanno riproposto la cosi detta questione di legittimità costituzionale che è lo strumento attraverso cui si chiede alla Consulta (quello che noi definiamo “il Giudice delle Leggi”) se – all’interno del quadro complessivo della normativa italiana, ivi compresa innanzitutto la Carta Costituzionale, un certo articolo (in questo caso del codice penale) abbia ancora senso o vada invece dichiarato illegittimo.

Abbiamo avuto la chance di ricevere il testo della questione e, senza addentrarci nel tecnico (che risulta obiettivamente solo per addetti ai lavori) abbiamo pensato di offrirne qualche spunto anche ai lettori de Gli Intrusi.

L’interrogativo è quindi il seguente: l’articolo 580 del codice penale, che nel disegno originario di chi lo ha formulato aveva un ben preciso significato, corrispondeva ad una ben nota ideologia e si innestava in un contesto politico e sociale molto caratteristico – presupposti questi oggi tutti ampiamente superati – ha ancora forza cogente nel nostro Paese oppure dobbiamo circoscriverne l’applicazione a casi ove non siano coinvolti i temi oggi sul banco dei giudici milanesi?

Se si torna indietro alla storiografia e ci si addentra (con tanta modestia) nell’escatologia sottesa ad un delitto come l’istigazione al suicidio, leggendo i commenti dei dottrinari dell’epoca, chiunque potrebbe rispondere di no alla domanda appena fatta.

No perché nel 1930 (data di entrata in vigore del nostro codice penale) il nostro Paese era in mano ad un Governo fascista che, tra le altre cose, dichiarava di ritenere la vita umana come un bene non di ciascuno di noi, ma addirittura “super-individuale, totalmente indisponibile da parte dell’individuo che ne è titolare e facente capo, in buona sostanza, allo Stato che si fa garante della sua conservazione”.

In questa prospettiva – prosegue la Pubblica Accusa nel processo Cappato – “nelle intenzioni del legislatore storico, il suicidio non poteva che essere l’atto di chi, ancora nel pieno delle sue forze e della sua coscienza, si toglieva la vita come scopo autodistruttivo, sottraendo forza lavoro e cittadini alla patria”.

È già chiaro come, non da oggi, ma dal 1946, ossia dalla nostra Costituzione, questa impostazione è stata stravolta ed il bene- vita non è più prerogativa oggetto di conservazione da parte dello Stato (che deve punire chi vi attenta anche in forma di istigazione di altri al suicidio) ma è stato riconosciuto come interesse anche e soprattutto della persona fisica che ne è titolare ( 2 ).

La persona umana ha un valore etico in sé, che vieta ogni strumentalizzazione – si legge nella sentenza sul caso di Eluana Englaro ( 3 ) – e concepisce l’intervento solidaristico e sociale in funzione della persona e del suo sviluppo e non viceversa, e guarda al limite del rispetto della persona umana.

E proprio questo rispetto, profondamente provato per un uomo (come il dj Fabo) che aveva affidato ai video più volte il suo desiderio di finirla, che aveva dichiarato di essere pronto a trovarsi un sicario che lo ammazzasse, che aveva già scagionato chiunque si sarebbe prodigato per aiutarlo, questo è stato il filo conduttore della difesa Cappato.

La sentenza è attesa per il 14 febbraio.

1 Il diritto di morire

2 Memorie d’udienza della Procura di Milano 22 giugno e 22 maggio 2017
3 Cassazione civile, sezione I^, sentenza 16 ottobre 2007, n. 21748

Immagini credits: leonardo.it

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