Attualità

Il diritto alla casa (popolare)

Pubblicato il

di Alessia Sorgato

Il primo febbraio di quest’anno è stata pubblicata una legge, la n. 4, passata un po’ in sordina (il Paese era obiettivamente in altre faccende affaccendato).

Merita invece di essere conosciuta perché tocca un argomento importante, per molti addirittura vitale: la casa popolare.

Secondo questa norma, infatti, chi venga condannato per una serie di reati tipicamente di violenza famigliare (quali incesto, maltrattamenti, omicidio ( anche preterintenzionale) lesioni, sequestro di persona e violenza sessuale) decade dalla relativa assegnazione dell’alloggio di residenza pubblica.

In tal caso, le altre persone conviventi non perdono il diritto di abitazione e subentrano nella titolarità del contratto ([1]).

I punti di grande, straordinaria novità sono almeno tre:

a)- non si attende che la condanna (o il patteggiamento) divenga definitiva, basta la pronuncia di primo grado

  1. b) – alla famiglia tradizionale basata sul matrimonio viene equiparata   sia l’unione civile che la relazione affettiva (quindi anche tra persone lgbt)

c)- non è indispensabile che la vittima avesse coabitato con l’autore dei reati, anche in passato.

E’ una previsione che si inserisce nel gruppo di nuove disposizioni tese, da un lato, a rinforzare la posizione della vittima di reati endofamigliari, e dall’altro a far da deterrente alla commissione di delitti odiosi quali quelli appena catalogati.

Ma chi lo sa? Chi conosce queste ottime leggi?

Eppure troviamo altre norme recenti ed importanti, purtroppo spesso ignorate dalla gente: chi sa, per esempio, che una segnalazione di violenza domestica può costare la patente al suo autore? ([2])

Chi sa, peggio ancora, che anche il permesso di soggiorno può essere revocato al maltrattante e, per converso, concesso alla vittima della violenza domestica ([3])?

Quella sulla casa popolare è stata definita soprattutto “una norma di civiltà, che sana finalmente una palese ingiustizia (…) le vittime di violenze e reati domestici fino ad oggi, oltre al danno della violenza subita, pativano anche la beffa dell’allontanamento in strutture protette, mentre l’abitazione restava nella disponibilità del reo ([4]).

E’ un dato statistico, infatti, che in Italia ben 6 milioni 700mila donne e bambini siano vittime di violenza tra le mura di casa, e se si confronta questo numero con la percentuale del (solo) 7% , che rappresenta la cifra di questi crimini che viene processata, ben si può comprendere come il timore di perdere un tetto possa frenare le vittime dalla denuncia.

Spesso, soprattutto nel caso di famiglie immigrate, l’uomo è arrivato per primo nel nostro paese e pertanto risulta titolare sia del permesso di soggiorno che della casa popolare e, altrettanto spesso, usa questi benefici come forma di ricatto per ottenere il silenzio della sua compagna maltrattata.

In alcune Regioni italiane, anche prima della legge di gennaio, era prevista la sospensione della procedura di assegnazione della casa durante la pendenza del processo (Emilia Romagna) o la decadenza (Lazio, Puglia e Basilicata) per chi avesse compiuto attività illecite e immorali.

A ben vedere però, con tutta l’ammirazione per il legislatore quando emette una disposizione a favore delle vittime, anche stavolta si è mancata un po’ l’occasione.

Chi opera nel settore sa bene quanto sia difficile ottenere un allontanamento del violento dalla casa famigliare. Servono molti indizi ed un giudice esperto in materia, il che non è frequente. Arrivare al processo continuando a convivere significa nella migliore delle ipotesi un ammorbidimento delle posizioni.

Ben venga quindi l’assegnazione della casa popolare alla vittima dopo la prima condanna ma … non se ne poteva prevedere l’applicazione anticipata alla fase delle indagini?

Secondo tema: quante di queste donne sono regolarmente registrate all’Istituto delle case popolari (ora, almeno a Milano, MM) come conviventi in quell’alloggio? Quante occupano abusivamente e quindi non possono beneficiare di questa previsione?

L’augurio è che si faccia un’applicazione allargata della nuova legge.

[1] Art 3 bis decreto legge 14 agosto 2013 n. 93 convertito con modificazioni dalla legge 15 ottobre 2013 n. 119, come modificato dall’art. 12 legge 11 gennaio 2018 n. 4

[2] Art. 3 legge 15 ottobre 2013 n. 119 introduce una misura di prevenzione per condotte di violenza domestica per cui il questore può chiedere al prefetto del luogo di residenza del destinatario dell’ammonimento la sospensione della patente di guida per un periodo da uno a tre mesi.

[3] Dopo l’articolo 18 del testo unico disposizioni sull’immigrazione e la condizione dello straniero di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998 n. 286 e’ inserito l’articolo 18 bis

[4] Nota del Sicet, sindacato inquilini della Cisl

 

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