Violenza di genere

Il decimo cerchio dell’inferno è online: il revenge porn.

A cura di Silvia Crespi

 

Qualche tempo fa si è tornati a parlare con un certo furore del revenge porn in seguito alla scoperta di una chat Telegram dove 36.000 utenti si scambiano foto e video pornografici e pedo-pornografici. Secondo il Codice Penale, il revenge porn è un reato che si verifica con la diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso delle persone rappresentate. Chiaramente, si tratta di un fenomeno emerso con l’evoluzione e l’espansione delle tecnologie, che, tra le altre cose, hanno instaurato anche nuove dinamiche relazionali tra partner. Tuttavia, il problema non è il sexting, che ad ognuno di noi può lecitamente piacere o meno, ma le conseguenze inaspettate a cui potrebbe portare l’invio di certi contenuti.

Uno sguardo alla legge

Dall’agosto 2019, in Italia, il revenge porn è punito come reato dal nuovo articolo 612-ter del Codice Penale. In particolare, la nuova fattispecie di reato punisce due casi, ovvero, la pubblicazione, ma anche la minaccia di pubblicazione, anche a scopo di estorsione, di fotografie o video che mostrano persone impegnate in attività sessuali e\o ritratte in pose sessualmente esplicite, senza che se ne sia dato il consenso dalla diretta interessata. La cronaca a riguardo ha dimostrato che il ricatto sessuale spesso è rivolto da parte di un ex-coniuge, compagno, fidanzato, che agisce in seguito alla fine di una relazione per vendicarsi (da qui, revenge) della partner, umiliandola o cercando di estorcere un ricatto. 

Sfortunatamente, più volte è emersa la inutile polemica secondo cui se nel passato si è inviato un selfie sessualmente esplicito, bisogna accettarne le conseguenze nel presente. La realtà, tuttavia, è che il sexting non è un reato e, soprattutto, rappresenta una dinamica che si instaura in un clima di intimità e di segretezza tra i partner. Per questo motivo, diffondere quelle stesse foto, frutto di un momento di condivisione intimo e riservato, costituisce una violazione gravissima della propria privacy, un attacco alla dignità personale, un condizionamento nei futuri rapporti sociali e lavorativi nonché un trauma che molti psicologi hanno definito alla pari di una vera e propria violenza sessuale. Inoltre, bisogna specificare che nel reato di revenge porn rientrano anche i casi di condivisione online di immagini ottenute di nascosto durante i momenti di intimità o di quotidianità, senza nessuna consapevolezza da parte dell’altro.

Il caso revenge porn su Telegram in Italia

Lo scandalo della chat su Telegram con migliaia di utenti ha fatto molto clamore non solo per la presa di coscienza rispetto alla sistematizzazione preoccupante del fenomeno sul social, ma anche per via della diffusione, insieme alle immagini e video, dei dati sensibili delle vittime, quali: nomi, indirizzi, numeri telefonici, dettagli sulla professione e sulle loro abitudini, nonché i profili social. Infatti, attraverso queste informazioni è estremamente facile risalire all’identità della vittima, che potrebbe trovarsi in sgradevoli situazioni e gravi pericoli nella vita reale. Inoltre, un altro aspetto sconvolgente è che, al di là delle foto private di donne adulte, nella chat sono stati rinvenuti numerosi contenuti pedo-pornografici e commenti incitanti al femminicidio.

Come alcuni di voi ricorderanno, però, questo non è il primo caso scandalo legato al revenge porn, perchè in Italia, questa piaga sociale ha compromesso la dignità di moltissime persone, che spesso sono arrivate all’estrema conseguenza di togliersi la vita per uscire dall’incubo andato virale. Ricordiamo il caso di Tiziana Cantone, giovane donna napoletana i cui video hard hanno iniziato a circolare in rete diventando virali, che, non protetta da alcuna legge sul revenge porn, nonostante le ardue battaglie legali tra il 2015 e il 2016, si è suicidata impiccandosi. Oppure, la storia di Giulia Sarti, ex presidente grillina della commissione Giustizia di Montecitorio, le cui immagini private sono state diffuse online divenendo virali e scatenando un vero e proprio caso politico. 

Come difendersi dal revenge porn oggi?

In primis, denunciare. Il reato infatti è punibile a querela della persona offesa, che può rivolgersi alle autorità entro i sei mesi dalla commissione dell’illecito. Fino all’agosto 2019, in Italia, non esisteva alcuna legge specifica in materia e l’unica possibilità per le vittime era quella di rifarsi alla normativa sui reati di diffamazione, estorsione, violazione della privacy e trattamento scorretto dei dati personali. 

Come dimostra l’ingiustizia arrecata al caso di Tiziana Cantone, questa possibilità era insufficiente e, infine, con la legge Codice Rosso è stato introdotto il reato di revenge porn. La nuova fattispecie di reato punisce “chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde, senza l’espresso consenso delle persone interessate, immagini o video sessualmente espliciti, destinati a rimanere privati” con la reclusione da uno a sei anni e la multa da 5.000 a 15.000 euro. 

Inoltre, si puniscono anche tutti coloro che partecipano alla condivisione delle immagini dall’autore del reato con la stessa pena. In aggiunta, la fattispecie è aggravata se la pubblicazione è commessa dal coniuge, anche separato o divorziato, o se la vittima si trova in una condizione di disabilità fisica o psichica o di gravidanza.

In secondo luogo, riportare le pagine o gli account social che diffondono le immagini incriminate. Se ciò non dovesse bastare a togliere il materiale privato dalla rete, ci si può rivolgere a specialisti che aiutano le vittime di revenge porn e pedo-pornografia. Per esempio, Emme Team (emme.team), un sistema di sicurezza e consulenza statunitense che ha raggiunto anche il nostro paese, è in grado di fermare qualsiasi tipo di distribuzione illecita di materiale online, permettendo alle vittime di sconfiggere l’incubo che li affligge, individuando i responsabili e raccogliendo prove utili ai fini della denuncia. Il procedimento è semplice, bisogna mandare il link del video illegalmente diffuso, compilare il modulo presente sul sito e si riceverà una risposta veloce. Nello specifico, per far fronte allo scandalo della chat di Telegram, Emme Team consiglia di accedere e riportare direttamente il materiale al social che si occuperà di censurarlo e individuare i responsabili.

La strada verso un mondo migliore

Davanti a questi spiacevoli episodi l’attenzione deve concentrarsi sulle vittime, su quello che può essere fatto per ripagarle del torto subito e per proteggerle contro successivi episodi di discriminazione, per esempio sul luogo di lavoro. Queste persone sono prima di tutto vittime e come tali vanno tutelate. È vero, sempre più paesi stanno adottando misure legali per tutelare i target del revenge porn e per punire gli autori di tali crimini, ma lo sforzo deve perseverare a livello sociale. È sbagliato e riprovevole stigmatizzare una vittima per un gesto che ha subito da un partner meschino e, anzi, bisognerebbe aiutarla a ricominciare, ad andare oltre, salvaguardando la sua dignità e tendendole una mano verso una ritrovata normalità.

FONTI

studiocataldi.it

emme.team 

iene.mediaset.it

CREDITS

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