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Il Boss e la Signora

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Di Laura Porta.

La presenza della morte nella vita di Totò Riina è stata incisiva e costante, quasi intima. Nel corso della sua carriera di boss, per il mantenimento del suo potere fondato sul terrore, ha ucciso e fatto uccidere un numero imprecisato di persone. Il suo nome risulta presente come responsabile di attentati, stragi e sparizioni. Il boss stragista per definizione e per scelta ha eletto la morte, Signora più potente del pianeta, come sua alleata e complice.

Oggi ha 84 anni ed è malato, curato e mai trascurato, con ricoveri ospedalieri. Un certificato medico ne descrive le patologie, motivo per cui i suoi avvocati domandano la sua detenzione domiciliare per concedergli una morte dignitosa. Stiamo parlando di un capo condannato all’ergastolo che riscuote ancora il rispetto e il timore dei suoi uomini e dei suoi avversari, dopo venticinque anni di carcere duro e senza mai essersi pentito della sua scelta di vita, espressamente minaccioso fino a poco tempo fa.

Si parla molto del morire con dignità. Ma che significato diamo a questa parola quando la applichiamo alla morte? E a quale idea dell’uomo la applichiamo? Un tema che è il fulcro di molti dibattiti in bioetica, ma vorrei proporre una riflessione. La nozione di dignità può essere interpretata come universale (riguardante tutti gli uomini nello stesso modo), oppure come individuale e soggettiva.

boss1Nella concezione cristiana la dignità è universale e dipende dalla natura creata dell’uomo. In quella laica kantiana la dignità è il valore intrinseco a ogni essere razionale, incondizionato e inalienabile, che fa sì che si debba trattare ogni uomo come fine e non come mezzo. Viceversa, nella concezione soggettivistica è accentuato il diritto di ciascun uomo a stabilire in cosa consista la propria dignità e a fare scelte esistenziali conseguenti. Ogni riferimento a una norma etica oggettiva, proveniente da Dio o dalla legge di natura, è sentito come una minaccia per l’autonomia del soggetto. Se assumiamo una definizione puramente soggettiva di dignità dobbiamo ammettere che esista una pluralità di risposte diverse, corrispondenti a differenti concezioni antropologiche, e dobbiamo essere pronti ad accogliere visioni della dignità molto diverse dalla nostra.

Non potersi alzare dal letto è indegno di un uomo? La sedia a rotelle priva un essere umano della sua dignità? L’incontinenza urinaria ha a che fare con la dignità? O la dignità va intesa come associata alla coscienza, al pensiero ed alla capacità di relazione? E quindi verrebbe meno, ad esempio, in uno stadio di Alzheimer avanzato? Il puro, nudo, essere vivi è dignitoso? Secondo una concezione soggettivistica, come per esempio quella psicoanalitica, non vi sono stati di deprivazione, di sofferenza o di malattia che facciano perdere la dignità all’uomo. Per fare un esempio, non credo che lo stato vegetativo di Eluana Englaro la privasse della sua dignità. Credo tuttavia che sia stato suo diritto, proprio in quanto portatrice di dignità inalienabile, decidere se ricevere o meno cure di sostegno in una situazione data. Se Eluana avesse voluto essere curata (ipotizziamo che avesse lasciato un testamento biologico in cui chiedeva il sostegno vitale anche in assenza di attività cerebrale), non sarebbe per questo stata “indegna”. La prima domanda è la seguente: esiste una dignità uguale per tutti gli esseri umani o la nozione di dignità è soggettiva, relativa? La seconda domanda: che cosa intende, esattamente, Totò Riina, per “morire con dignità”?

La Corte di Cassazione vuole che si motivi in modo chiaro quali siano le ragioni per le quali il boss non dovrebbe andare ai domiciliari. Un ergastolano responsabile di centinaia di uccisioni. Un uomo che non si è mai pentito.

bossSe è vero che la Corte di Cassazione ha fatto il suo dovere, a rigore di normativa, nel chiedere che si motivi il diniego, è pur vero che ci troviamo di fronte ad un uomo curato, con medici a disposizione, non abbandonato a se stesso e innegabilmente responsabile di stragi che hanno insanguinato tutta Italia, determinando alleanze politiche e sociali caratterizzate da corruzione, devastazione morale e gravi degenerazioni etiche. Un uomo che ha avuto collaborazioni di altri uomini come lui, ma anche di uomini insospettabili. L’ergastolo (i mille ergastoli) a cui è stato condannato sono la prova di una Legge che ha funzionato nel porre un limite ad un temibilissimo criminale, omertoso fino ad oggi, mai pentito, che morendo porterà con sé segreti pesantissimi. Riina sta scontando il dovuto, niente di più, niente di meno. Non è vendetta di Stato. E’ applicazione della condanna, l’ergastolo, è quella certezza della pena che, chissà perché, non si riesce a rendere effettiva in Italia. Esiste sempre una ragione per la quale un detenuto, anche se omicida, possa non scontare l’intera pena. La ragione, in questo caso, sarebbe il presunto “diritto ad una morte dignitosa”. Con grande gioia del detenuto e infinito sgomento per la società civile.

Il problema in effetti non è l’ergastolo di Totò Riina, in quanto tale, ma combattere con ogni strumento la struttura di cui lui è stato parte importante e influente. Sottrarre il boss all’applicazione del 41 bis viene descritto come atto di umanità ma i parenti delle persone trucidate, sciolte nell’acido, torturate, ammazzate senza pietà, non possono che viverlo come un’ennesima mancanza di giustizia nei confronti dei loro cari. Non si tratta di cercare vendetta, ma giustizia da parte di uno Stato spesso latitante e minuscolo di fronte alle mafie.

L’organizzazione di cui il boss fa ancora parte, Cosa Nostra, come recepirebbe, d’altro canto, questo atto di attenzione nei confronti di Riina? Lo potrebbe intendere come l’ennesima debolezza di uno Stato imbelle e troppo garantista? Uno Stato che vuole sempre la riabilitazione del detenuto, la sua reintegrazione nel contesto sociale, dimenticando che nella realtà esistono persone che, come Riina, non cedono mai, non sentono il peso del rimorso delle azioni compiute, restano uomini di Cosa Nostra, senza senso di colpa, senza aver mai sviluppato veramente una riflessione sul senso della dignità umana, nella vita e nella morte. Per questo sono temibili anche da malati, per il significato simbolico del messaggio che trasmettono con il loro silenzio. Pari solo a quello della Signora.

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