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I fatti di Rimini: la mia opinione

Pubblicato il Pubblicato in Attualità, Violenza di genere

Di Alessia Sorgato.

Non amo dare la mia opinione sui fatti di cronaca, almeno non in forma pubblica, soprattutto quando hanno risvolti che interessano le materie di cui mi occupo professionalmente.
Di solito taccio perché il mio lavoro insegna che fintanto che non si leggono le carte processuali, finché non si ascoltano (per quanto possibile) tutti i protagonisti, finché non si esaminano le prove scientifiche, non ci si può permettere neppure un commento.
Ma quanto accaduto a Rimini, e soprattutto quanto ne ho letto e sentito dopo, mi hanno indignato così profondamente da spingermi a non restringere qualche mia riflessione alla cerchia dei conoscenti, e così ho chiesto di manifestarle qui, in un blog dove scrivono persone che stimo.
Per la prima volta, da quando collaboro con questa pubblicazione, questo mio non sarà un articolo di puro diritto – materia che amo tanto da avervi costruito una professione/missione.
Qui vorrei separare il diritto dall’ emozione. La legge dalla reazione.
Qui ci sono i pensieri nati nell’immediato, all’indomani e nei giorni successivi all’orgia di vomito e sangue di Rimini, alle eruzioni su carta e nel web di una situazione sociale che oggi nessuno può più permettersi di ignorare.
Perché Rimini è diventata la città, il luogo  in Italia da cui questo Paese deve prendere coscienza che non c’è più tempo.
Poteva essere Aosta o Ragusa, non importa, è stato a Rimini, la località dove, nell’immaginario collettivo, probabilmente ha messo radici una sorta di Sodoma nazionale, invasa da luoghi di vizio e perdizione, discoteche, bar aperti sino al mattino, orde di giovani drogati a caccia di emozioni chimiche.
Solo che l’orrore non è arrivato durante un rave party, ma sul lungomare, tra alcuni minorenni ed una giovane che beveva birra analcolica, e soprattutto Rimini non è Sodoma, ma una cittadina piena di verde, dalla popolazione residente molto numerosa, raggiunta da migliaia di famiglie italiane d’estate.
Non ero lontana quando è successo e mi ricordo i titoli e le prime pagine dei giornali locali, l’indignazione delle persone con cui parlavo, la seria preoccupazione che serpeggiava non tanto per un’eventuale pericolosità sopravvenuta della loro zona, che magari avrebbe fatto scappare le turiste, ma per la china che, almeno all’apparenza, sta prendendo questo Paese.
E la dimostrazione che quei timori erano fondati non ha tardato troppo ad arrivare: nei giorni seguenti ho letto ed ascoltato commenti che mi hanno dapprima indignato, e subito dopo, e tuttora, fatto comprendere che l’allarme sociale è altissimo e se non lo si affronta subito può creare molti, moltissimi problemi.
Gente che inneggia alla castrazione chimica e alla pena di morte.
Gente che spera sia concessa l’estradizione in Polonia solo perché si è sparsa la voce che li gli autori rischiano vent’anni e da noi manco un giorno.
Gente che si arrabbia perché quei ragazzi sono extracomunitari, dovevano essere espulsi, poi il padre (per giunta pregiudicato) ha chiesto il ricongiungimento famigliare e quindi sarebbe arrivato lui qui.
Gente che conteggia quanti soldi sarebbe costata l’espulsione.
Gente che si infuria con i miei colleghi avvocati che hanno assunto la difesa di costoro.
Gente poi che arriva a sostenere (su quali basi, non si sa, visto che è il contrario) che il nostro sistema penale impedisca alla vittima di essere ascoltata dal giudice e che solo gli imputati abbiano il privilegio di un contatto diretto col magistrato.
Gente che sostiene che in un paese civile non dovrebbero essere concesse loro attenuanti, soprattutto non quella della minore età.
Gente che pubblica il dettaglio delle violenze, tratto dai verbali delle deposizioni delle vittime che altra gente ha passato sottobanco in redazione.
E chissà quanta gente ancora vorrà dire la sua su questa storia…
Allora io dico la mia. E chi non è d’accordo, mi spieghi perché.
La mia è un’opinione, intendiamoci, di una donna che conosce la legge e che difende vittime tutti i giorni nelle aule.
Quello che si sta facendo adesso a questa ragazza è altrettanto grave di quanto le hanno fatto quella notte, ma ora lei non ha a che fare con quattro uomini ubriachi: ora fronteggia un numero indistinto di persone che giudicano, che criticano, che sfruttano (si, sfruttano, nel senso più bieco del termine) la sua tragedia per vendere carta, conquistare alcuni “mipiace” e magari già che ci sono fare politica.
Convenzioni internazionali a cui anche l’Italia ha dato ratifica, tra cui la norma-cardine firmata a Istanbul, studi vittimologici e la pratica processuale più attenta hanno sostenuto e dimostrato come debba essere evitata la vittimizzazione secondaria, ossia che la persona lesa ( combino così due termini tecnici per farmi intendere) finisca oggetto di quel clamore, quell’attenzione pelosa, quel bisogno di sensazionalizzare ad altri fini che è proprio quanto sta accadendo qui.
Il buon senso e un minimo di rigore intellettuale impongono ( non si limitano a suggerire) che si parli di ciò che si conosce, o, quanto meno, prima si faccia la cortesia di informarsi.

Aver sbattuto in prima pagina la descrizione di quella notte è ignobile moralmente ed umanamente oltre che sanzionabile da parte dell’Ordine dei Giornalisti.

Picchiare i piedi “sul corpo” di questa giovane per ottenere un seguito politico è disumano, soprattutto perchè ritengo che se lei fosse stata italiana non ci si permetterebbe di usarla a fini propagandistici, quindi si sta commettendo di nuovo una discriminazione etnica.

Il giudice naturale di questa vicenda è italiano e siede in Tribunale a Rimini per giudicare l’uomo maggiorenne e al Tribunale dei Minori di Bologna per gli altri tre.
Sta applicando la legge penale e processuale penale italiana in tema di violenza sessuale di gruppo, e la pena prevista è quella di cui all’articolo 609 octies del codice.

La vittima è stata e sarà sentita, questo è certo, secondo le tecniche adottate nel nostro sistema: audizione protetta, incidente probatorio.

Il resto è solo slogan e propaganda.
Ma noi tutti ascoltiamo bene ciò che molti e molte italiani/e stanno manifestando.

C’è esasperazione per la mancanza di sicurezza, per l’incertezza della pena, per la gestione del tema delle espulsioni e dei migranti in generale.
È uno scontento che serpeggia da tempo, ma che qui, su un tema condiviso come la condanna ad uno stupro dalle modalità tanto efferate, è esploso e deflagra.

Ho letto di manifestazioni, forse addirittura di marce che si stanno organizzando non per solidarietà alla ragazza, non per sostenerla psicologicamente o per raccogliere fondi per il suo immediato bisogno, ma per prendersela con i nostri governanti.
Attenzione, quando il popolo si sente poco protetto, magari messo da parte, quando i cittadini ritengono in massa che la legge che li indirizza sia inefficace ed i giudici imbelli, quando si alzano gli scudi in modo così compatto, il rischio che si corre è la perdita di coesione dello Stato, la violazione diffusa dei precetti, l’illegalità “tanto non mi fanno niente”.

Uno dei pilastri di una nazione civile è il rispetto reciproco tra persone ed il rispetto compatto per la legge, tant’è che va considerato <deviante>  chi da quella legge si allontana.

Qui si sta rischiando il contrario. La derisione di chi vi si uniforma.
Leggete cosa stabilisce il nostro codice E poi chiedetevi se sia o non sia un’ottima norma.
Vorrei scrivere tanto altro ancora, e magari potrò farlo rispondendo alle vostre riflessioni. Spero vogliate condividerle con noi.

Immagini: ilrestodelcarlino.it

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