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I bambini e i fantasmi

bambini fantasmi

di Mauro Grimoldi

Il nemico è ovunque. E’ nell’aria che ci circonda. E’ nell’invincibile desiderio di vicinanza dell’essere umano. E’ dentro di noi, scritto nel corpo. Il nuovo coronavirus fa di ogni colpo di tosse, di ogni starnuto fino a ieri innocente un pericoloso presagio.

I media si sono ridotti all’essenziale, è sparito quasi tutto, di fronte alla tragedia comune. L’agone della politica, la retorica dei migliori contro i peggiori, i porti da chiudere. Non fosse altro che in un parossistico contrappasso le frontiere che qualcuno voleva chiuse, per evitare il “contagio” dell’altro, del male proveniente dall’esterno, dallo straniero, ora sono chiuse nel senso opposto. Non a caso spesso lo straniero era evocato come portatore di malattie. In tutto, per tutto, la doccia fredda del virus è stata tragicamente efficace: in pochi giorni, siamo diventati noi lo straniero, gli untori del contagio, i malati, i pigri, siamo tornati a essere l’ombra di quegli stessi italiani che nella seconda metà del XIX secolo sbarcavano a Ellis Island. Qualcuno inizia, sommessamente, a dare voce a un nuovo razzismo: il conduttore inglese Christian Jessen ha già fatto ironia sull’italiano come categoria, che profitterebbe della quarantena per non fare niente. Tocca quindi a noi stavolta stare dalla parte del reietto. E tocca anche farci i conti, eppure non è del tutto un male, poiché costringe a passare da una posizione paranoica a una posizione depressiva, evocando un concetto portante della teorizzazione della psicanalista Melanie Klein, evolutivamente più matura perché obbliga a confrontarsi con una realtà umana che per sua natura non è mai tutta-buona o tutta-cattiva, ma ambivalente. Come nei film migliori, i personaggi hanno sempre sfaccettature, ambiguità, sono tridimensionali, il che non consente categorizzazioni. Il virus, in fondo, è un antidoto del razzismo sul piano psichico. Abbiamo anche noi il nostro male.

Eppure, anche questo, come quasi tutti gli altri accidenti, discrimina. Gli italiani, come i cinesi da una parte, e tutti gli altri, dall’altra (per ora). I vecchi e i giovani – i primi rischiano molto più dei secondi, ma anche l’antica categoria poveri e ricchi, poiché gli operai nei cantieri stanno ancora lavorando, con buona pace di precauzioni spesso difficili da attuare, i colti e ignoranti, i ricchi e i poveri, gli alfabetizzati digitali e non. Non c’è certamente alcuna uguaglianza nella probabilità di ammalarsi di coronavirus. E la malattia è da sempre legata a filo doppio ai vissuti di colpa e vergogna, vecchie conoscenze che raramente aiutano a identificare precocemente un malanno e a fare ciò che si deve.

Intanto, la città, come quella di Eliot, è irreale, “sotto l’alba bruna di un’alba d’inverno”, avvolta da un silenzio che lascia via libera ai fantasmi. Il silenzio della notte è totale, nelle città come nella più profonda campagna, squarciato da poche sirene. Di giorno, le code di esseri umani distanti un metro  di fronte ai supermercati, i volti coperti da mascherine, sono inquietanti ed evocano una catastrofe alla Mc Carthy.

Eppure, non tutto è tragedia, isolamento e paura. C’è anche molto altro.

Di certo, abbiamo, da adulti, dei doveri, anzitutto verso i bambini, che rischiano di portare un peso intollerabile e i segni indelebili di questa esperienza. Occorre allora spiegare, tradurre, e anche mostrare l’indiscutibile valore di questa esperienza di resistenza. Se non altro per questo, oggi come mai, non ci si può permettere di cedere alla tentazione catastrofista. Occorre un sano esercizio di ottimismo.

Per i genitori, che trascorrono in questi giorni con i bambini un tempo per molti dilatato dalle prolungate convivenze domestiche, è fondamentale saperci essere. I bambini porteranno a casa degli insegnamenti fondamentali da questa esperienza se saremo capaci di passare loro il senso di ciò che sta avvenendo. Per loro, per i bambini e gli adolescenti, oggi, l’assenza obbligata da scuola, la distanza dai propri amici ne sancisce l’importanza capitale. L’importanza della vicinanza, della relazione con gli altri è percepita da loro forse come non mai. Ma ci sono altri valori che emergono prepotentemente. La solidarietà, le precauzioni prese non per sé ma perché gli altri non si ammalino, il senso di essere una comunità e non una somma di individui separati. La fragilità come realtà tangibile, di più, come valore di tutti e per tutti. La non onnipotenza, l’idea che non tutto si può fare, non tutto si risolve nell’immediato. E la libertà, un concetto che forse, per chi ha conosciuto da sempre solo una società libera, per chi non ha vissuto regimi totalitari è sempre stata data per scontata, e oggi è limitata per necessità e posposta in un imprecisabile tempo futuro.

Intanto, la Klein aveva ragione e forse già oggi siamo migliori. Il desiderio di vicinanza, di parola, è palpabile. Gli sconosciuti, nei pochi spostamenti “necessari”, si sorridono, si salutano. La massa è oggi viva, soggetto di parola.

Per questo alla fine su tutto prevalgono le note di una tromba, che risuona nei flash mob da un balcone all’altro, in una lucina dalle finestre, un un canto di qualcuno di cui non conoscevamo il volto. O mia bela madunina. Ed è commozione. E sono applausi, di tutti, corali, per chi suona e per chi è impegnato nella cura degli altri, per i medici, gli infermieri, per tutti i cittadini di una città che si scopre unita, vicina, combattente.

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